TORINO 31 – Habitat [Piavoli], di Claudio Casazza e Luca Ferri (TFF Doc/italiana Doc)

Franco Piavoli da Habitat [Piavoli]Il film

Partiamo dall’affermazione della voce off di Luca Ferri che più o meno afferma: odio il cinema e la messa in scena, quello che mi interessa è lo svelamento dei meccanismi del cinema. Il cinema di Luca Ferri (Magog, Ubu roi…), al quale in questo caso si aggregano con amalgama magico anche le poetiche di Claudio Casazza, indica una strada, un sentiero, un cammino verso la scoperta di una piccola possibile verità. Se Magog era l’epifania di una realtà che sembra ancora inconoscibile, perché complessa e solidamente strutturata, il mondo di Franco Piavoli, sul quale il film interviene, è introflesso, fatto di una gentile fragilità, misurato e profondo. La misura di quel mondo sono le cose, gli oggetti, i corridoi, le stanze, quei pezzi di vita dentro i quali sedimentano il passato e il presente che la macchina da presa sembra volere interrogare per fare parlare di sé le cose. Casazza e Ferri, antropomorfizzano il proprio cinema sulle coordinate di quello che riconoscono essere una guida, aderendo alle suggestioni di Piavoli gli rendono omaggio, non solo ascoltandolo, ma soprattutto, con un’operazione che non è imitativa quanto invece adesiva ad un mondo che riconoscono simile, scrutano dentro i tagli della luce del mattino il suo mondo e ricercano quella verità dentro un animismo che lo stesso Piavoli sembrava avere praticato soprattutto in Il Pianeta azzurro.

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Dentro le fratture del racconto, che servono a spezzare un lirismo che non deve mai superare un limite di guardia, i due autori, accumulano brani di vita, fiori essiccati, fotografie, musiche, filmini familiari, lunghe pause di silenzi, gesti quotidiani e opinioni, in forma discorsiva, sul cinema, sul futuro, ascoltando il silenzio della campagna che sembra proteggere e isolare il rifugio di Piavoli.

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La macchina da presa di Casazza e Ferri lavora su questi piani, aderendo ad una istanza di equilibrio tra le cose, diHabitat [Piavoli] distanza rispettosa. Sembra toccare, ma non tocca mai, sembra volere penetrare ma ciò non accade. In questo gioco silenzioso di immagini, la macchina da presa non sembra fingere neppure il nascondersi per carpire una estrema verità, resta evidente, in bella mostra, oggetto ingombrante da scartare, oggetto che impedisce il cammino, occhio attento che imbarazza perfino il sorriso dell’anziano regista. Dentro questa onestà dello sguardo sta uno dei maggiori pregi di Habitat il cui titolo rimanda non tanto alla vita o alle opere di Piavoli, quanto ad un suo ecosistema in solido equilibrio. Nel suo significato autentico l’habitat è il luogo le cui caratteristiche permettono ad una specie di vivere e svilupparsi. L’habitat non va compromesso, non deve essere modificato e la macchina da presa di Ferri e Casazza si adatta, si inserisce con rispetto dentro questo sistema senza modificarne tempi e ritmi.

Habitat [Piavoli]Si compie una ricerca di verità attraverso questo percorso, apparentemente semplice, ma che tradisce una teorizzata complessità, si compiono atti di svelamento di verità sopite anche e soprattutto quando l’immagine riflessa di Piavoli che espone le sue teorie sul cinema, resta confusa, riflessa in un vetro e sporcata da rami di alberi che, a loro volta, rimandano la propria apparenza. Si capisce lì in quel momento che è l’immagine nella sua adesione allo scopo finale necessaria ad un cinema che ricerchi la verità e che la bella immagine è solo quella che svela i segreti meccanismi del cinema. Ferri e Casazza hanno compiuto la propria missione, dimostrato il proprio assunto, silenziosamente, ma con decisione. Questo cinema coglie verità sotterranee, non le urla, ma le mostra. 

 I registi

 Non vi è dubbio che Ferri e Casazza appartengano a quella generazione di registi che guardano al cinema come strumento eminentemente intellettuale, non macchina da spettacolo eterodiretta, ma originario dispositivo compositivo, o meglio ricompositivo. Congegno che serve a rimettere in ordine il reale, ad entrare con sinuoso e originale sguardo entro il non narrato, non detto delle cose e l’affidarsi al cinema, che ha la funzione maieutica nella sua rappresentazione, costituisce un principio che sembra confermato da questo lavoro così fortemente strutturato.

Quasi coetanei, ma con formazione e derivazioni differenti. Claudio Casazza ha iniziato la propria attività come critico e dopo Claudio Casazza e Luca Ferrila Scuola Civica di Milano nel 2009 ha realizzato il documentario Era la città dei cinema sulle sale milanesi ora scomparse e I frutti puri impazziscono – Frammenti di altro Lario. Un film ispirato ad Andrea Zanzotto, girato nel comasco tra dialetto siciliano e frammenti di una originale umanità che sopravvive in un territorio che intende resistere alla modernità. Nel 2010, Casazza ha partecipato al Milano Film Festival con il cortometraggio “Mutuo Soccorso”. Durante l’edizione di FareCinema  del 2012 sotto la supervisione di Marco Bellocchio ha curato la regia e il montaggio del backstage di “Frammenti”, cortometraggio diretto da Franco Piavoli. Nel 2012 ha realizzato il mockumentary “Il vento fa suo il giro”, una storia di un giro d’Italia durante la seconda guerra mondiale. Le riprese di “Fattore Omega”, documentario su Vito Liverani, fotografo e “Habitat [Piavoli]” con Luca Ferri completano e attualizzano la sua attività.

Luca Ferri è, invece, un autodidatta affascinato dal potere dell’immagine e della parola. Inizia le sue sperimentazioni nel 2005 con brevi lavori ospitati in festival e rassegne. Approda quindi all’ardito Magog [o epifania del barbagianni] presentato a Bergamo nel 2011 e nel 2012 selezionato per la 48^ Mostra del Nuovo Cinema (Pesaro). Il lungometraggio Ecce Ubu è del 2012. Una originale riflessione sul tempo e sul cinema, è stato proiettato in diverse gallerie d’arte e presso la Cineteca Nazionale – Cinema Trevi insieme al cortometraggio Kaputt/Katastrophe (2012).

Il lavoro su Piavoli con Claudio Casazza, con cui condivide molte scelte artistiche, rappresenta l’esito di una fatica biennale.