TORINO 31 – Incontro con Elliot Gould per la retrospettiva New Hollywood

Applauditissimo qui a Torino uno dei più amati attori dei mitici anni '70 americani, Elliot Gould, icona del cinema di Robert Altman (da Mash, a California Spilt a Il lungo addio sino al celeberrimo cameo in Nashville). Barba lunga e solito sguardo sardonico ecco cosa ha detto in conferenza stampa.

 

Parliamo di Robert Altman. Ti avevano proposto un altro personaggio per Mash, il timido Duke, come sei passato da Duke allo scatenato John?

Robert Altman mi fece leggere la sceneggiatura di Mash, ci siamo incontrati, abbiamo parlato del ruolo di Duke e io non volevo mettere minimamente in dubbio la scelta fatta per me. Ma quel personaggio era un po’ succube e io non mi ci sentivo portato, allora proposi che se non c’era nessun attore ancora scelto per John, beh, io avrei avuto lo spirito per poterlo interpretare. Così diventai John.

Spiegaci un po' il famoso Caos Fertile altmaniano. Era un vero e proprio metodo? Sappiamo tutti che ci furono anche problemi all'inizio.

Beh… una volta entrato nel progetto Robert organizzò un pranzo tra me e Donald Sutherland, eravamo solo io e lui alla Fox, e dal primo incontro ho avuto la sensazione che non ci piacevamo. Poi invece siamo diventati molto uniti, pian piano, e questa vicinanza è stata creata col tempo con ogni attore sul set. Dovete capire che questo era solo il mio terzo film e trovarmi a lavorare in questo caos fertile come è giusto definirlo non mi faceva sentire sicuro, ma Altman ci credeva molto. Il fatto era che noi non sapevamo eattamente cosa volesse da noi. Donald e io ci siamo un po’ lamentati, dicevamo “voi siete gli esperti, che cosa dobbiamo fare?”, ma pian piano ci siamo abituati e il risultato è lì sotto gli occhi di tutti.



Tu hai rifiutato il ruolo di McCabe in I compari ma poi sei diventato Marlow ne Il lungo addio, Altman diceva che tu saresti stato l’unico Marlow possibile in quel momento storico. Pensi sia vero?

Beh…si, un po' è vero (ride). Per quanto riguarda McCabe non ho potuto fare quel film perché purtroppo ero impegnato in un altro film con la Universal. Per Il lungo addio invece Bob mi chiamò, mi ricordo che ero nella mia cucina, mi spiegò il progetto e mi disse semplicemente che ne pensi?. Io risposi che avevo sempre sognato di interpretare un personaggio simile e lui mi disse “tu sei quel personaggio”. E mi ritrovai nel film.

La New Hollywood era un periodo di grande libertà creativa, di vicinanza tra registi e attori, cosa ricorda oggi di quel periodo?

Io non paragono mai niente a nient’altro. Lavoro sempre nell’atmosfera del momento. Quando ho girato Ocean's Eleven con Steven Soderbergh ci trovavamo in una scena notturna e la troupe era tutta concentrata su George Clooney per una scena che doveva recitare. Steven, invece, era con me in un angolo a parlare dell’improvvisazione ne Il lungo addio era molto interessato. Io gli dissi che quel metodo dimostrava solo la fiducia di Bob nei miei confronti, semplicemente una dimostrazione di grande fiducia. Se ogni film è la gestione del tempo, e il tempo è denaro, dare fiducia totale a un attore è molto rischioso, ma Altman lo faceva. Tutto qui. Quando lavorai con Ingmar Bergman lui mi disse “voglio che i tuoi occhi siano sempre ben aperti, devi essere sempre presente, ti guiderò e ti terrò sempre sveglio”, mi ha insegnato moltissimo, ma era un approccio diverso. Altman invece mi ha dato moltissima libertà sul set e io me la sono presa.

Steven Soderbergh ha qualcosa di quei registi anni ’70?

Quando vidi il suo primo film, Sesso bugie e videotape, mi ricordo di aver pensato che mi avrebbe fatto molto piacere recitarvi. Al primo incontro con lui arrivai in tempo (Bergman mi ha insegnato ad essere sempre puntualissimo), e dopo qualche piccola incomprensione siamo andati molto d’accordo. Lui si occupa veramente di tutto, dalla regia alla fotografia, è uno straordinario regista. Anche se ora ha minacciato di lasciare il cinema…

Hai lavorato in quell’epoca d’oro, il periodo forse meno controllato dagli studios. Un confronto con oggi?

Ripeto, è difficile paragonare un periodo a un altro, per mille ragioni. Posso solo dire che l’industria del cinema oggi è sempre più controllata dalle corporation, ed è normale che sia così. Ci sono molti più media, molte più informazioni, molte più possibilità di comunicare. Oggi è obiettivamente difficile creare qualcosa di nuovo. Ma credo anche che l’andare controcorrente sia sempre possibile, nel dna del cinema c’è sempre “fare qualcosa di diverso”, è il nostro compito, lo si può ancora fare. È una sfida, è decisamente più difficile, ma si può fare.


L'esperienza con il cinema italiano, Dino Risi la scelse per Tolgo il disturbo?

Si ho lavorato con Dino Risi e conoscevo benissimo Vittorio Gassman, che credo sia stato un grande e pazzo attore. Vittorio è l’attore più classico che ho mai conosciuto. Ho studiato molto il cinema italiano, ho visto i film dei vostri grandi artisti, ho conosciuto Michelangelo Antonioni e non posso non ricordare la mia amica Monica Vitti che mi scelse per il suo film da regista. Per me lei è una grandissima star, e in questo momento di sofferenza per lei voglio ricordarla con affetto.