TORINO 31 – Inside Llewyn Davis, di Ethan e Joel Coen (Festa Mobile)

Se non altro, quest’ultimo parto dei fratelli Coen e’ fotografia perfetta dello stato di stallo di tutto un certo cinema indipendente USA, che sembra aver sostituito la scarnificazione grottesca dei ritratti di tutta una societa’ americana di cui prendersi gioco destrutturando l’immagine sacra nazionale, con un circolo vizioso che sembra davvero ormai muoversi solo in perfetti cerchi concentrici (che nel finale non possono allora che chiudersi con calcolata, elegante quanto irritante precisione) che tengono lontano qualunque tentativo di intrusione di elementi (passioni, capelli e fango…) che possano rovinare la lucidita’ del meccanismo orchestrato con tanta finissima sapienza intellettuale (guarda, sembra il giovane Bob Dylan quello che sta cantando ora!).

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Di fatto, i padri putativi di un’intera generazione di cineasti alternativi ci mostrano – come sempre con acutissima e sorniona consapevolezza, chiarendolo gia’ in quell’Inside sul titolo – quanto tutto questo cinema al giorno d’oggi non possa che raccontare unicamente e esclusivamente se’ stesso, ridere delle proprie stesse battute, e null’altro. Vivere morire e resuscitare solo tra i tasti della macchina per scrivere dei due fratelli, senza avere mai la possibilita’ di vedere la luce, affacciarsi qua fuori se non per strizzarci l’occhio e mostrare un altro trucco.

Per Ethan e Joel, i diari di Dave Van Ronk non ispirano alcuna immagine legata al sentimento di un’epoca, di un’atmosfera, di un'America anche epica, ma unicamente l’ennesima asfissiante e claustrofobica galleria di sequenze surreali e personaggi macchiettistici che hanno l’unica funzione di portarsi addosso la raffinatezza esponenziale della scrittura: 20 minuti di road movie in automobile a meta’ film per permettere a John Goodman il suo pirotecnico monologo portano soltanto a una sequenza (il poliziotto minaccioso e violento che fa accostare la vettura in piena notte) che cita esplicitamente precedenti della filmografia dei Coen come Blood Simple o Fargo, che gia’ omaggiavano tanto cinema dei vecchi tempi.
Ecco, i numerosi autoriferimenti e le chiare autocitazioni (Il grande Lebowski, volendo anche Barton Fink…) che gli autori si permettono nel corso di questo girovagare con chitarra a tracolla e gatto in braccio dicono a conti fatti fondamentalmente che per i Coen l’unico universo possibile e’ quello che ha il loro stesso cinema come solo traguardo immaginabile e fissato, un divertimento per accoliti al quale bisogna entusiasmarsi per non essere cacciati fuori dalla festa. La differenza diremmo morale che separa Inside Llewyn Davis da

un film comunque traballante com’era l’altra ballata folk Fratello dove sei? di 13 anni fa mostra paurosamente quanto i Coen abbiano con gli anni e i successi sul serio dimenticato del tutto la presenza di un contesto che possa non essere un orizzonte di traiettorie chiuse a ogni prospettiva che non sia tecnica (la tromba d'aria apocalittica del finale di A serious man come momento piu' sincero di tutto il loro cinema).

Potrebbe davvero essere il loro film maggiormente autobiografico, storia di un artista che non riesce ad avvicinarsi umanamente a nessuno ma continua a credersi un genio, e raccontare al contempo una paura dei fratelli, narrando del tentativo fallimentare di carriera solista di un cantautore abituato a esibirsi in duo, ma rimasto solo. Ma a dire dell’inaccettabile disinteresse dei due autori per qualunque elemento umano che possa trascendere la loro virtuosistica jam session basterebbe la sequenza in cui Carey Mulligan annuncia a Oscar Isaac di essere incinta, passandogli la notizia scritta su di un foglietto di carta, forse la peggiore sequenza di “annunciazione” mai vista sullo schermo, perche’ si limita appunto a mostrare la scrittura "a orologeria" dell’evento. Sinceramente, se i cineasti intelligenti sono quelli che danno al personaggio del gatto che attraversa mille peripezie divertenti per tornare a casa il nome di Ulisse, continueremo sempre a preferire quelli che l’Odissea non l’hanno mai letta.

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