TORINO 31 – La danza de la realidad, di Alejandro Jodorowsky (After Hours)

la danza de la realidadSolo sette lungometraggi in quarantacinque anni, Alejandro Jodorowsky torna alla regia dopo ventiquattro anni. Doveva girare uno spaghetti gangster metafisico con David Lynch, interpretato da Marylin Manson, nel ruolo di un Papa vecchio di 300 anni. Stavolta pero’ l’autore cileno torna sul suo passato, in un amarcord iperrealista, trasposizione filmica della sua autobiografia omonima, ambientata nella sua citta’ natale, Tocopilla, al nord del Cile. Ricerca disperata di un sentiero, del senso della vita, autobiografia immaginaria, fantasmagorica. L’educazione dura e militaresca impartita dal padre, una madre melodrammatica, un mondo circense e lontano anni luce. Una bomba atómica mentale, come la psicomagia degli atti, che libera l’infanzia e scardina l’istituzione famiglia. Terapia individuale e di gruppo di uomo figlio di emigranti ebrei russi, ai confini con la Bolivia, tra gli indios che poco apprezzavano la pelle bianca e il naso a punta come Pinocchio. Il padre deve uccidere Ibanez, presidente del Cile dal 1927 al 1931 e dal 1952 al 1958. Questa e’ la parte inventata. Avrebbe voluto pero’ farlo. La madre voleva essere una cantante d’opera en el film cio’ si avvera. Così il cinema realizza i desideri. L’immagine e’ clinco-fotografica, mai estetizzante. La forma va a benedirsi e i movimenti di macchina aparentemente superflui spariscono. Tod Browning, Luis Bunuel, Federico Fellini, tutti uniti nel segno della follia più assoluta. La danza de la realidad si dirige verso una nuova rinascita di Jodorowsky, sempre in passato in lotta contro il progresso. L’infanzia e la vecchiaia, attraversando i tempi, le epoche, rincontrando e reinventando gli amori culturali ed intellettuali di formazione. Un viaggio nel tempo, ma anche un viaggio nelle stanze dell’anima. Arredamenti del cuore, spazi s’intersecano sulla linea del grottesco, del bestiale, e del cinema fatto in casa, quasi come in una camera verde per cui il tempo si è fermato per sempre. Malinconia, poesia, ironia, sipari che si aprono e chiudono sul tormento della morte.

 

la danza de la realidadTestamento filmato che si muove a briglie sciolte, senza freni espressivi e senza doversi misurare con lo stile maledettamente perfetto. Il cinema di Jodorowsky è la psicomagia che non rappresenta il normale per rappresentare il nulla, che non rappresenta il saggio sulla società, ma la poesia dell'uomo. Vecchio e nuovo, maestro e infante, nella stessa inquadratura, nello stesso spazio, quello della gioventù di corsa, del brusio della gioventù come rumore di fondo perenne, come un rumore bianco di creature e non creatori. È lontano dalla realtà, imitatore dell'esistenza, idea peregrina del muto o terra e polvere che torneremo ad essere. Questo è cinema in cui sembra manchi il prima e il dopo, c’è solo un lungo e attesissimo attimo. Attimo senza tregua che scoraggia l'abbozzare previsioni: tutto insieme, il cinema chiede di essere considerato un unico atto, un miracolo mai esaurito in una fiammata. Come nel luogo (politico) della coscienza, niente di quello che si mostra è inventata: ogni cosa è fintamente accaduta e accade in apparenza. Qualcosa di più di un ritratto, di un quadro e la sua cornice: quando Jodorowsky del presente entra in campo per avvicinarsi all’infante che fu, il set si espande, squarcia le memorie, lascia aperta sempre una porta da cui uscire o entrare, lascia che l'immagine prenda (il) corpo. Fare cinema per dimostrare con non viviamo nel migliore dei mondi e del cinema possibili, che restano sempre fuori, dalla finestra o dalla sala: il fuori di Jodorowsky non è mai del tutto escluso, esiste e si annuncia, arricchisce e smargina il dentro. E' obliquo ed elegge o rifiuta il nostro sguardo messo a dura prova se rifiuta di coniugare il valore e la densità del testo con la misura necessaria dell'adattamento visivo. Jodorowsky e il suo definitivo spessore digitale è impressionante, riscopre ancor di più il controllo del tatto, una primitiva capacità di composizione e le sue impronte (digitali) sono ormai indelebili. Come “close calls”che l’autore ha scambiato in passato all’interno del suo gruppo di appartenenza, per garantire coesione, e che anche quest’ultimo saggio filmato ha disseminato, tra sbalzi repentini di rumori, frastuoni e cacofonie, sono richiami disperati alla ricerca di una danza inebriante.