TORINO 31 – La Plaga, di Neus Ballùs (Concorso)

In una zona rurale a ridosso di Barcellona, le vite di cinque personaggi si incrociano senza riuscire a rompere il moro della solitudine che imprigiona ciascuno di loro. Il lavoro della Ballùs è estremamente raffinato dal punto di vista visivo, ma quello che non convince a pieno e la capacità di dare un’anima a questi personaggi, che consenta loro di creare una relazione empatica con lo spettatore.

In una zona rurale a ridosso di Barcellona, le vite di cinque personaggi si incrociano senza riuscire a rompere il muro della solitudine che imprigiona ciascuno di loro. C’è Iurie un giovane immigrato moldavo che divide il suo tempo fra gli allenamenti di lotta grecoromana ed il lavoro nell’azienda agricola di Raul che, per seguire l’azienda, non riesce a stare con la propria famiglia. C’è Maria, un’anziana donna che, a causa di problemi di respirazione, non è più in grado di continuare a vivere nella casa dove ha sempre vissuto ed è costretta a trasferirsi in una residenza per anziani, dove sarà costretta a stravolgere le sue abitudini. Qui incontra Rose, un’infermiera filippina appena arrivata in Spagna che cerca di trovare l’equilibrio fra la compassione per i degenti e il necessario distacco professionale. A sorvegliare i movimenti di tutti c’è, infine, Maribel: una prostituta che ormai, a causa della scarsità di clienti, affronta quasi con rassegnazione la solitudine e la calura estiva.

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Il lavoro della Ballùs è estremamente raffinato dal punto di vista visivo, specialmente grazie alla fotografia curata da Diego Dussuel (che vanta una lunga esperienza culminata nell’opera corale 7 Days in Havana), tanto che si rimane sorpresi di trovarsi di fronte ad un opera prima. Tuttavia, a questa estrema raffinatezza formale si contrappone una certa aridità sentimentale. Senz’altro, almeno in parte, si tratta di una scelta voluta visto che l’obiettivo della regista era proprio quello di raccontare la solitudine dei protagonisti (e tramite loro, di alcune categorie sociali), ma quello che non convince a pieno e la capacità di dare un’anima a questi personaggi, che consenta loro di creare una relazione empatica con lo spettatore. Ad eccezione dell’anziana Maria (deceduta poco dopo la fine delle riprese ed alla memoria della quale il film è dedicato) che con il suo respiro affannosa sembra l’unica in grado di infondere un soffio di vita ad un’opera esteticamente raffinata quanto emotivamente laconica.

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