TORINO 31 – Silencio en la tierra de los suenos, di Tito Molina (Onde)

Silencio en la tierra de los suenos

Dall'Ecuador, un film iscritto in una dimensione a metà fra gli opposti, dove il set esalta la concretezza della vita vissuta, prestandosi anche molto bene a voli pindarici in una realtà soggettiva, fatta di ombre e strutture emotive più articolate

Silencio en la tierra de los suenos

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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La terra dei sogni per Tito Molina è una casa in legno dal tono austero nella sua essenzialità, immersa com'è in uno stato di continua penombra, quasi un'alba o un crepuscolo perenne, seppur iscritto nel pieno del giorno.
Qui vive un'anziana donna (in realtà la madre dello stesso regista) che, da sola, trascina la sua esistenza fra gesti pure essenziali nel loro essere diretti alla semplice esistenza: mangia, fa le pulizie, dorme, vede la tv. Tutt'intorno un tappeto sonoro che il regista esplora e amplifica alla bisogna, focalizzandosi su alcuni rumori, escludendone altri, sottolineando in tal modo la differenza fra un silenzio che sembra avvolgere ogni cosa, e una ritualità di oggetti che cozzano, frasi che emergono dal piccolo schermo e tante cose che tracciano una mappa utile a creare delle fratture in quell'apparente calma. Si esalta in questo modo l'idea di un set che nella sua concretezza di vita vissuta si presta molto bene anche a voli pindarici in una dimensione soggettiva.

 

Ché poi il film è tutto iscritto nella continua opposizione fra la dimensione “oggettiva” in cui si trova lo spettatore e quella personale della donna, dove i rumori arrivano più ovattati e finiscono loro malgrado per tracciare coordinate sonore altre rispetto alla verità. Il mondo di fuori, non a caso, non è tanto quello delle strade vere e proprie, ma la dimensione onirica in cui la donna precipita nel sonno, una sorta di enorme spiaggia dove abbandonarsi allo sciabordio delle onde, ma dove curiosamente lei ci appare più vigile e presente di quanto non accada nelle sequenze di vita vere e proprie.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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L'intento del regista era quello di costruire un piccolo ritratto di famiglia in un interno (inizialmente incentrato sul padre, poi scomparso prima dell'inizio delle riprese), per illustrare in modo sensoriale la caducità di una vita abbandonata nel tempo e nella solitudine, ma ben presto si va oltre: prende forma infatti una danza di fantasmi solitari, che investe il corpo, prima esplorato nella sua decadenza, nei dettagli delle rughe e dei capelli ingrigiti, poi sdoppiato letteralmente in figure altre che occupano le inquadrature sovrapponendo la dimensione onirica a quella reale, dando l'impressione di uno spazio vuoto che suo malgrado è pieno. Dentro/fuori, suono/silenzio, realtà/sogno: attraverso queste continue opposizioni, il film trova così la sua realtà intermedia, il suo scarto emozionale che ci accompagna lungo un viaggio affascinante nella sua apparente normalità.

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