TORINO 32 – Giorno 7 – Confini e margini

MarkRuffalo_INFINITELYPOLARBEAR-e1389731708680.jpg (574×316)Il Cinema può essere (e spesso lo è) il racconto di un mondo centrale, del mainstream delle grandi produzioni e delle grandi storie, dell'epos monolitico dell’Opulento. Altre volte, però, il cinema ha anche il coraggio di essere laterale, estremo ed esterno, la fotografia di vite di confine, geografico e non, che trovano sul grande schermo finalmente la legittimità di essere considerate. Torino ha nella sua storia e nel suo dna, l'intelligenza e la forza di spostare sempre lo sguardo oltre i reticolati del glamour e dell'apparenza, oltre i rigidi schemi del confezionato, con l'obiettivo dichiarato di far tornare centrale, almeno per un giorno, il periferico. 

Come abbiamo già accennato, parlando di confini o periferie non vogliamo per forza di cose indicare, con scontate pretese sociologiche, problemi di Urbanistica o di Urbe. Certo alcune volte la similitudine è immediata come succede in The Drop (Festa Mobile), esordio americano dell’interessante regista fiammingo Michael R. Roskam. Qui il margine coincide con la geografia in questo noir periferico, dove il barista Bob si aggira in uno dei tanti quartieri americani in cui tutto può succedere. Come già evidenziato con efficacia dal Ben Affleck di Gone Baby gone e soprattutto di The Town, la periferia diventa spesso agente qualificante della vita dei propri abitanti, spesso costringendoli a essere quello che sono. L’ostentata decadenza dei pub delle scommesse clandestine e delle Bud davanti al Super Bowl o delle chiese vendute al migliore offerente, diventa il controcanto della vita tranquilla di Tom Hardy, James Gandolfini e Matthias Schoenaerts, disposti a indossare la propria maschera per seguire alla lettera le regole.

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Al contrario, però, basta vedere una pellicola come En chance til di Susanne Bier(Festa Mobile) o Infinitely Polar Bear di Maya Forbes (Festa Mobile) per capire che la marginalità spesso si può trovare dentro una famiglia, in una moglie disperata che spinge chi l’ama a fare una scelta estrema o in un padre che con i suoi disturbi mentali invadenti costringe due ragazzine a inscenare una vita casalinga avventurosa, dove ogni minuto diventa allo stesso tempo la battaglia più faticosa e il più divertente dei giochi. Se Mark Ruffalo con il suo delicato modo di essere deliziosamente folle e i suoi completi sempre più stravaganti incarna la fiera eccezionalità di un uomo borderline per elezione e per necessità, crescendo sul bordo le sue due bambine, la follia nociva di Maria Bonnevie è la scintilla che fa esplodere la tranquillità sospesa di Nikolaj Coster-Waldau, indirizzandolo verso gli errori e alla negazione dei propri valori. L’uomo, nel film della Bier, si muoverà freneticamente sui confini della legalità, della giustizia, per mettere a posto le cose, per tornare a inscenare il teatro di una famiglia normale, centrata e centrale.

Anche nei due film italiani Frastuono di Davide Maldi (Torino 32) e Rada di Alessandro Abba Legnazzi (TFFdoc/Italiana doc) il nostro tema trova la sua importanza, concentrandosi sui confini anagrafici, quando si è troppo giovani o troppo vecchi. Nel bel documentario di Abba Legnazzi, dentro la Casa del Marinaio, ospizio per anziani lupi di mare, il regista recupera le straordinarie storie di questo gruppo di sopravvissuti, uomini margine per eccellenza, anziani eroi che hanno scelto la solitudine di una vita passata in ogni porto, sulle rotte tra l’Alaska e il Senegal, ora imbarcati nel loro ultimo lungo viaggio. Lo splendido carisma di questi corpi sull’orlo della fine, i loro ricordi commossi e la loro divertita consapevolezza di aver forse sbagliato tutto ma di non voler rinnegare nulla perché “è stata una dura vita, ma sempre una bella vita”. Nella pellicola di Maldi, invece, i protagonisti sono due ragazzi in una Pistoia asfissiante, due giovani in divenire che trovano in una musica straniante e respingente, il loro personale modo di gridare il loro desiderio di essere diversi. Due anime gemelle che non si troveranno mai e che nelle immagini di Maldi, spesso concentrato a seguire i propri pruriti sperimentali fini a se stessi, fanno fatica a esprimere coerentemente la propria innegabile rabbia. Solo in alcuni passi del frastuono dei loro “deliri” musicali è riscontrabile la voglia (o la paura) di dover diventare adulti, di essere finalmente accettati.

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E infine anche Hollywood ha cercato di mettere nel centro della sua macchina produttiva i bisogni spirituali dei molti che decidono di rinnegare la centralità della convenzione della città e della famiglia per ritrovarsi nella natura, nel viaggio, nell’isolamento. Dopo tanti road movie, anche Wild (Festa mobile) di Jean Marc Vallée segue l’avventura umana di Cheryl Strayed/Reese Witherspoon, ragazza scivolata in vortice di autodistruzione fatto di droghe e sesso per riempire il vuoto della perdita della propria madre. Solo le miglia fatte a piedi della Pacific Crest Rail, tra i dolori (del passato) e gli ostacoli (del futuro) permetteranno a Cheryl di guadagnarsi la redenzione, dimostrando che anche il suo bagaglio di sbagli la farà diventerà la donna che vuole essere.