TORINO FILM FESTIVAL 26 – "Les Sept jours", di Ronit e Shlomi Elkabetz (Fuori concorso)

I due cineasti, al loro secondo film, confermano uno sguardo rigoroso nel mettere in campo i conflitti, le contraddizioni, le derive della società israeliana contemporanea, raccontandole, quelle lacerazioni profonde con le quali prima o poi venire a contatto, dall’interno di relazioni di coppia e familiari

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Con l’opera seconda Les Sept jours, Ronit Elkabetz, attrice tra le migliori del nuovo cinema israeliano (tra i suoi film, Or di Keren Yedaya e La banda di Eran Kolirin), e il fratello Shlomi confermano uno sguardo rigoroso nel mettere in campo i conflitti, le contraddizioni, le derive della società israeliana contemporanea, raccontandole, quelle lacerazioni profonde con le quali prima o poi venire a contatto, dall’interno di relazioni di coppia e familiari. Accadeva in Prendere moglie, presentato alla Mostra di Venezia nel 2004. E accade, in modo ancor più corale e espanso, in Les Sept jours. I sette giorni cui fa riferimento il titolo sono quelli del lutto più stretto, la prima settimana dopo la morte di una persona, durante la quale i familiari, nel rispetto della tradizione più rigorosa, sono tenuti a radunarsi nella casa del defunto e a convivere nell’osservanza di regole indelebili. Convivenza forzata che farà esplodere, come in uno psicodramma teatrale ridisegnato da una macchina da presa al tempo stesso incalzante e discreta, tutte le tensioni covate da quella famiglia espansa, donne e uomini, sorelle e fratelli, mariti e mogli e amanti e figli che Ronit (anche interprete) e Shlomi Elkabetz elaborano in lunghi piani sequenza, dispiegandoli, quei corpi densi di dolore, rancore, desiderio, in ogni spazio del formato panoramico scelto non a caso per accogliere quella moltitudine di personaggi, quel mucchio selvaggio che si cannibalizza senza tregua nei gesti e nelle parole. Film, Les Sept jours, aperto da una lunga scena di pianto e di espressione urlata del dolore, al funerale di quell’uomo mai visto, la cui assenza/morte scatena ogni istante delle situazioni future. E chiuso da quella stessa folla familiare che si allontana dal campo, e dal cimitero sullo sfondo, luogo sfocato, appunto come una posse nonostante tutto inseparabile, sulle note energiche della colonna sonora. E in mezzo, per quasi due ore (sta qui, nella durata, un limite…), la composizione di un dramma osservato e agito da personaggi di diverse età, generazioni, esperienze.  Mentre un altrove evocato (dalle sirene degli allarmi aerei, dalle maschere che ogni personaggio porta sempre con sé) e mai visto (solo qualche lampo di parole e immagini dalla radio e dalla televisione) ricorda, insieme alla didascalia iniziale, che siamo nel 1991, durante la prima guerra del golfo. Un altro film da Israele che, da un punto di vista intimo, si confronta con i traumi generati dalla propria storia.

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