TORINO FILM FESTIVAL 26 – "Made in America", di Stacy Peralta (Lo Stato delle Cose)

madeinamericaLa landscape di Los Angeles nell’immagine d’apertura è a testa in giù. Sembra per qualche secondo di trovarsi di fronte ad un’illusione ottica, e mentre comincia la musica rap ci si arriva quasi a chiedere se non si tratti di un errore di proiezione, di un imprevisto tecnico. Niente di tutto questo, ovviamente. Quei pochi secondi “storti” che segnano l’ inizio di Made in America, sono la rarefatta essenza del sogno californiano. Capovolto, ribaltato, privo di qualsiasi linearità logica. E’ nel destino delle migliaia di giovani uomini neri che ogni anno, da più di vent’anni, muoiono per le strade nelle sparatorie tra gang rivali. E’ nella loro vita, nelle loro storie. E’ nel cuore profondo e nero della città più ricca d’America che, a poca distanza da Rodeo Drive e Hollywood, si vive da decenni il sogno a testa in giù, in quella che è diventata una sorta di Shangri-La infernale, simbolo paradossale della Terra delle Opportunità.

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Se questa che è una vera e propria guerra, con un bilancio di morti pari a quello del Kosovo, di Mogadiscio e dell’ Irlanda del Nord, avesse luogo in un altro Paese, non interverrebbe l’Onu per fermare i massacri? O ancora di più; se le vittime di questa guerra, se i morti fossero bianchi, se abitassero in un’altra città americana o in altre zone della città, se ad essere decimati ogni anno fossero i sobborghi bianchi di L.A., il governo americano non interverrebbe con un piano d’ emergenza?

Sono queste le domande, inquietanti per il solo fatto di poter essere poste, che Stacy Peralta s’è fatto e dalle quali ha sviluppato questo bellissimo film. Raro esempio di non-fictional cinema sulle gang nere los angeline, “Made in America” è un documentario dal respiro ampio e profondo.

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Già con Dogtown and Z-Boys (2002) e Riding Giants (2004) l’ ex-skateboarder Peralta aveva messo la forma documentaristica al servizio di un’indagine interessante e poco scontata sulle forme di aggregazione maschili. Made in America ne è la summa perfetta.

L’escursione storica sulla nascita e la diversificazione del fenomeno delle bande a L.A., arriva in profondità e non tralascia nulla. Così attraverso le interviste a Kumasi, Bird e Ron, ex membri degli Slausons, scopriamo che il fenomeno nasce nei tardi anni ’50 come forma di aggregazione giovanile che poco o niente aveva a che fare con la devianza o la criminalità. Sapere che “club” (come volevano chiamarsi, non ancora bande o “gang”) primordiali come gli Slausons o i Businessmen altro non erano se non tentativi un po’ gradassi di creare delle alternative ai Boy Scouts (nei quali spesso si consumavano discriminazioni razziali fortissime), fa un effetto insieme tenero e spaventoso.

La storia sociale americana scorre su un filo di tensioni e di rapporti causa-effetto. Così Peralta torna ai primi anni del ‘900, al post-schiavismo, ai linciaggi negli Stati del Sud e al flusso migratorio interno che portò moltissimi afroamericani (l’85% di loro viveva fino alla Seconda Guerra Mondiale prevalentemente al Sud) a trasferirsi per lavorare nelle industrie e nelle fabbriche. La West Coast, la California, la terra promessa. La Los Angeles degli anni ’50 e ’60, dove non ci sono scritte e cartelli discrimatori, ma barriere sottili quanto impenetrabili.

Per la generazione dei padri, di quelli scampati al Sud del Ku Klux Klan, la Los Angeles in cui è impensabile per un nero camminare indisturbato in un sobborgo bianco, è davvero quasi il Paradiso. Ma non è così per i loro figli, che hanno prospettive diverse. Le “Black Panthers”, movimento in cui confluirono in parte gli Slausons e i Businessmen, furono forse l’ ultimo tentativo di consapevolezza urbana.

Peralta non mostra dubbi: le violente repressioni poliziesche degli anni ’50 e ’60, l’ arresto di molti leader del Movimento, considerati dall’ FBI quasi terroristi, e l’ uccisione di molti attivisti ed esponenti dei Movimenti per i diritti degli afroamericani, sono la causa della frantumazione della comunità nera, della sua autoghettizzazione e involuzione.

Questo, unito alla crisi che portò alla chiusura, nei tardi anni ’60 di molte fabbriche come la Chrysler e la General Motors, è il punto cruciale che segna la svolta e l’ inizio di una nuova era. Con la fine degli anni ’70 la diffusione di droghe pesanti e del crack, e poi con gli anni ’80 di Reagan e del consumismo esasperato, una nuova generazione di maschi neri americani, cresciuti in gran parte da madri single, trova nelle armi, nelle pistole e nel simbolismo machista delle bande ciò che non aveva mai trovato a casa. L’ identità maschile afroamericana.

Esemplare nel suo excursus storico e sociale ed estremamente acuto nell’ analizzare la crisi maschile e la sua involuzione tribalista, Made in America è un documentario sinfonico che mischia magistralmente i linguaggi visivi, con l’ alternarsi delle foto, dei fotogrammi e delle immagini a quelli sonori, con un uso della musica essenziale al ritmo del racconto. Le interviste ai ricercatori e agli studiosi si alternano a quelle agli ex-componenti delle varie gang. E tutte contribuiscono, senza didascalismo, alla spiegazione di un fenomeno inspiegabile. La galleria silenziosa di donne, madri, nonne e sorelle dei morti è efficace e spietata nella sua onestà.

La domanda iniziale, quella da cui è partito Peralta, sembra trovare una risposta amara, che non è altro che un acuirsi della stessa domanda. Gli ex membri delle gang hanno creato delle Fondazioni private attraverso le quali cercano di diffondere un’ alternativa alla violenza insensata. Sono loro che cercano di costruire una nuova identità maschile e di fermare il massacro.

Nell’ America dopo il 4 novembre, in quello che potrebbe essere l’ inizio di una nuova fase di speranza, di riscatto sociale, le tensioni e le morti di Los Angeles sono ancora più inspiegabili. E il film di Peralta, con il suo sguardo sdegnato, coraggioso e accusatorio è un’occasione imperdibile per capire l’assurdità del presente recuperandone le radici lontane e profonde.