TORINO FILM FESTIVAL 26 – "The Escapist" di Rupert Wyatt (Fuori concorso)

Il regista esordiente accoglie la sfida del film di genere e non si risparmia alcun cliché. Dove ci mette del suo è nella costruzione narrativa, spingendo al massimo la destrutturazione temporale, fino al colpo d’ala finale, in cui si rimescolano ancora una volta le prospettive. E, lungo le traiettorie del racconto, crea un coro intorno al dramma solitario di un padre

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The EscapistSplendido nome western per questo giovane regista nato in Francia, vissuto a New York e Londra e arrivato finalmente all’esordio nel lungometraggio con una coproduzione anglo-irlandese. Storia di una fuga dal carcere, di un’evasione dell’anima prima ancora che del corpo, The Escapist nasce, cresce e acquista spessore soprattutto intorno al volto di Brian Cox (Manhunter, Reazione a catena, La 25ª ora, The Bourne Supremacy, Match Point), che non ha bisogno di null’altro che offrirsi alla macchina, mostrarsi nelle sue rughe, nel taglio dolente della bocca, per far vibrare l’anima. E’ lui il protagonista assoluto, l’ergastolano Frank Perry, condannato dalla legge e dalla vita a una solitudine senza appello. Dopo anni di silenzio, Frank ha finalmente notizie dalla figlia, tossicodipendente ormai irrecuperabile e a un passo dalla morte. Decide così di evadere, costi quel che costi: organizza un piano ingegnoso, raccoglie una serie di compagni e costituisce una squadra perfetta. Ma nonostante le cautele, il fratello folle e drogato del boss incontrastato del penitenziario scopra tutto scopre tutto e prende a ricattare Frank. Da quel momento in poi, le cose sembrano non girare più per il verso giusto. Rupert Wyatt accoglie a braccia tese la sfida del film di genere e non si risparmia alcun cliché (dall’omosessualità forzata alla compiacenza dei secondini). Dove prova a metterci del suo è nella costruzione narrativa, spingendo al massimo la destrutturazione temporale, con andate e ritorni continui tra il racconto della fuga e quello dei preparativi dei giorni precedenti. Fino al colpo d’ala finale, in cui si rimescolano ancora una volta le prospettive. E il regista mostra di saper padroneggiare al meglio le traiettorie della narrazione, imprimendo ritmo al montaggio, concentrando lo sguardo ora su un personaggio ora su un altro, quasi dando vita a un coro intorno al dramma solitario di un padre. E tra le pieghe del racconto, il nostro occhio sembra riconoscere altri fantasmi lontani, Million Dollar Baby di Clint Eastwood (le lettere alla figlia rispedite al mittente), Carlito’s Way, le suggestioni di Undisputed di Walter Hill. L’intelligenza mostrata, però, a volte è tale da sfiorare la sensazione di un congegno che si richiude su se stesso al punto da accartocciarsi, come un serpente che si mangia la coda. E nella folle velocità della corsa, con la svolta new age del finale si rischia l’incidente mortale. Il cuore si ferma per un istante. Ma, ancora una volta, Brian Cox torna a farlo battere.                             

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