TORINO FILM FESTIVAL: "Descrizione di una battaglia", di Gianni Rondolino (seconda parte)

VAI ALLA PRIMA PARTE


Lo scopo della riunione dei quattro direttori ed ex-direttori, che si tenne l'11 dicembre 2006, era quello di addivenire a una convergenza di opinioni su alcuni punti emersi dalla relazione di Barbera presentata il 29 novembre, in particolare: maggiore collaborazione con il cosiddetto sistema cinema torinese e piemontese; maggiore valorizzazione del cinema contemporaneo in rapporto al cinema del recente passato (le retrospettive!); maggiore attenzione al cinema italiano; nascita di un laboratorio di nuovi progetti produttivi, dialogando con la Film Commission. I quattro, con l'astensione di Della Casa che a un certo punto abbandonò la riunione, convennero sulla concreta possibilità di risolvere i punti in discussione, ma, per l'opposizione ferma dello stesso Della Casa, non si pervenne a un comune documento da tutti sottoscritto. In ogni caso, non tenendo affatto conto del risultato della suddetta riunione, che pure era stata da loro sollecitata, i tre assessori Oliva, Giuliano e Alfieri inviarono il data 13 dicembre 2006 una lettera ai presidenti dell'Associazione e del Museo del Cinema esprimendo il loro avviso di "rivedere la convenzione fra l'Associazione e il Museo" ritenendo che "la soluzione adeguata sia la creazione di un Comitato di Indirizzo, al quale demandare sia la nomina del direttore del festival, sia l'approvazione della programmazione" in evidente contrasto sia con lo statuto dell'Associazione sia con la convenzione suddetta. E soprattutto invadendo il campo della libertà di associazione e di rapporti fra gli enti con la presenza ingombrante della politica, il cui rappresentante avrebbe dovuto presiedere tale Comitato di Indirizzo. Insomma, una sorta di surrettizio "commissariamento" dell'Associazione. Richiesta che fu respinta dal Consiglio Direttivo dell'Associazione nella sua riunione del 20 dicembre, con 4 voti favorevoli (Gorlier, Rondolino, Vallero, Zanetti) e un astenuto (Barbera), proponendo in cambio una commissione paritetica fra Associazione e Museo, con un presidente di alto profilo scelto di comune accordo, con il compito di rivedere la convenzione stipulata nel 2005 fra l'Associazione e il Museo.


A questo punto, nonostante che Barbera si fosse astenuto, non votando contro la decisione di respingere al mittente la richiesta di un Comitato di Indirizzo, nella Assemblea dell'Associazione convocata il 22 dicembre scoppiò un vero e proprio pandemonio. Si aprirono, in altre parole, quelle ostilità, anche personali, che avrebbero caratterizzato le settimane seguenti, con Barbera e Della Casa (e i sodali Bracco e Manera, oltre all'ignaro professor Valerio Castronovo che, all'ultimo momento, aveva tolto la delega a Rondolino per darla a Barbera!) decisamente appiattiti sulla richiesta dei politici, anzi addirittura fautori di una giusta (secondo loro) presenza dei finanziatori pubblici nelle scelte culturali del Torino Film Festival, per il fatto stesso che finanziavano la manifestazione. Una scelta che si materializzò in una mozione presentata da Barbera, che fu respinta con 11 voti contrari e solo 5 favorevoli, con le conseguenti dimissioni dei cinque perdenti, minacciate dallo stesso Barbera prima della votazione, quasi un ricatto inaccettabile. Ormai la frattura fra i "legalisti" e gli "aggressori" era consumata. La battaglia per la libertà e l'indipendenza dell'Associazione (e quindi del Torino Film Festival) era veramente cominciata: già nella sede dell'Associazione con le ingiurie e le minacce a Turigliatto della coppia Barbera-Della Casa. I quali, com'è ormai loro costume, diedero "immediate e irrevocabili dimissioni" dall'Associazione, per poi revocarle il 9 gennaio 2007.

Intanto le vacanze natalizie parvero calmare gli animi, in attesa di giorni migliori. Ma non fu così. Proprio la vigilia di Natale, nella bella casa dell'assessore Alfieri, tra una fetta di panettone, un bicchiere di moscato frizzante e uno scambio di doni, lo stesso Alfieri con Oliva, Barbera e Casazza erano in attesa di una telefonata, ansiosi e trepidanti. Nanni Moretti, a lungo corteggiato da Barbera, avrebbe dovuto sciogliere la riserva accettando la direzione di un non meglio identificato festival cinematografico torinese (non potendosi usare il nome del Torino Film Festival, di proprietà dell'Associazione). Giunta finalmente la telefonata affermativa, con reciproca soddisfazione, "già verso mezzanotte – come dice il grande scrittore – alcune persone si alzarono, s'inchinarono, si strinsero le mani, dissero che era stato molto bello e passarono poi dall'ampia porta nell'anticamera per infilarsi il soprabito. La padrona di casa era nel mezzo della stanza e faceva continui inchini, mentre la gonna le ondeggiava con graziose pieghe".


Finalmente la vittoria agognata! Senza perdere tempo, senza dirlo a nessuno, i quattro cavalieri, unitamente al discreto Giuliano, organizzarono immediatamente una conferenza stampa da tenersi al Museo del Cinema il mattino del 27 dicembre. E annunciarono trionfalmente la nomina di Nanni Moretti a direttore del festival, edizione 2007. Rondolino, che si trovava a Roma, fu informato da una giornalista che gli chiedeva di commentare la notizia. Quale notizia? La nomina di Moretti a direttore. Di quale festival? Del festival cinematografico di Torino. Immediata la reazione, fra sconcerto e incredulità. Di qui il breve comunicato, in cui il Professore faceva gli auguri a Moretti e annunciava la preparazione della 25a edizione del Torino Film Festival.

Per due giorni la stampa nazionale e locale non fece altro che occuparsi della vicenda Moretti e del festival torinese, che molti identificarono col Torino Film Festival: una identificazione nata dall'equivoco sul nome, non sufficientemente messo in chiaro dagli assessori e dal Museo del Cinema. Di qui la perplessità di Moretti, avvertito in tempo di quanto stava accadendo, col rischio di organizzare a Torino due festival paralleli. Di qui infine la sua decisione e non accettare l'incarico. Una decisione che precipitò addirittura nella disperazione tanto Barbera quanto Della Casa, e forse ancor più gli assessori complici di questa "scorrettezza". Le reazioni su tutti i fronti non mancarono, anzi si cercò in tutti i modi di individuare il "colpevole" sul quale scaricare tutte le colpe. Naturalmente il colpevole non poteva essere lo stesso Moretti, che invece almeno un'accusa di leggerezza e di indecisione se la meritava (a meno che non fosse stato "ingannato", ma su questo non ci sono prove certe), o gli assessori e la coppia Barbera-Casazza, che improvvidamente avevano organizzato la conferenza stampa; ma doveva essere ovviamente Rondolino, testardo assertore dell'indipendenza del festival e del rispetto delle regole. E così fu.

Barbera, da quel gran signore che è, disse: "La verità è che siamo stati tutti noi, e l'intera città, per un mese e mezzo ostaggi di una persona sulla quale non c'è bisogno di esprimere un giudizio" (La Repubblica, 30/12/2006) e si dimise da direttore del Museo del Cinema. Della Casa, più moderato, diede il giudizio che non volle dare il suo sodale: "E' l'unica persona che si è messa di mezzo in questa vicenda, ha sempre anteposto delle questioni di forma alle questioni di sostanza per mantenere intatto il suo potere personale. Di tutto il resto non gliene può fregare di meno. […] Trent'anni di lavoro, di costruzione di un sistema cinema, distrutti in poche ore, per il piacere di fare del male" (ibidem). L'assessore Oliva, costernato: "Non si può uccidere un festival così. Qui non è mai stata in discussione l'autonomia della cultura né l'ingerenza della politica, è sempre e solo stata in gioco la poltrona di Rondolino. […] E' assurdo che l'ostinazione di una sola persona che non conta nulla nelle istituzioni piemontesi possa far perdere alla nostra regione e alla città un'occasione del genere" (ibidem). E Alfieri, irritato: "E' stata una minaccia montata ad arte da Rondolino per creare attorno a Moretti le peggiori condizioni possibili. Un sabotaggio, per altro riuscito" (ibidem). Più ecumenico il sindaco Chiamparino: "Attorno alla direzione di Moretti si era creato un clima favorevole quasi entusiasta. Soltanto certe baronie culturali della città avevano protestato. Quanto sta avvenendo è la conferma che vanno superate: fanno soltanto del male a Torino" (ibidem).


A conclusione di questa fase cruenta della battaglia per l'indipendenza del festival, Barbera rassegna le dimissioni da direttore del Museo del Cinema con queste alate parole: "E' anche una mia sconfitta personale, naturalmente, e poiché ho imparato sin da piccolo che non ci si può sottrarre alle proprie responsabilità – per dovere, dignità, coerenza, rispetto di sé e degli altri – non vedo altra soluzione se non quella di rimettere il mio mandato in maniera irrevocabile". Anche Della Casa è disposto a rimettere il suo mandato di presidente della Film Commission, ma non in maniera irrevocabile: prima ancora di aver annunciato le sue dimissione le ha già ritirate! Il professor Oliva, dall'alto del suo scranno di assessore alla cultura, ribadisce che la cosiddetta "politica invadente" ha "contribuito a trovare uno libero come Moretti. I sedicenti difensori dell'autonomia culturale lo hanno fatto scappare" (La Repubblica, 31/12/2006) e, a scanso di equivoci, impone le sue condizioni tassative: "Il Festival ripartirà da Barbera e Della Casa. Rondolino e la sua associazione non avranno più un soldo dalla Regione" (La Stampa, 31/12/2006).

Ma siamo ormai giunti al 2007. Il clima festivo di capodanno favorisce quella che di solito si chiama una "pausa di riflessione" per tutti. Nel frattempo il Museo del Cinema disdice la convenzione con l'Associazione Cinema Giovani (che comunque deve durare ancora un anno) e gli assessori Oliva, Giuliano e Alfieri, avendo fatto un'azione riprovevole con la nomina di Moretti, corrono ai ripari inviando all'Associazione una lettera, datata 23 dicembre 2006 ma giunta solo il 4 gennaio 2007, in cui si dice che si "vedono costretti ad interrompere i rapporti con l'Associazione e ad affidare al Museo del Cinema (nel cui Consiglio d'Amministrazione i nostri Enti sono rappresentati) la programmazione del Festival Cinematografico di Torino edizione 2007 e all'individuazione del Direttore". Poiché i rapporti con l'Associazione erano solo di natura finanziaria, la lettera conferma la volontà di non sovvenzionare più il Torino Film Festival se non a patto di una "intrusione" della politica nella sua organizzazione.


Dopo l'Epifania, per sbloccare una situazione ormai insostenibile, il sindaco Chiamparino si presenta come mediatore. Invita Rondolino nel suo ufficio, gli propone una soluzione per certi aspetti inaccettabile, ma lo invita a prendere contatti con Casazza, presidente del Museo, per uscirne in qualche modo. Rondolino è disposto ad accettare la candidatura di Barbera a direttore del festival, voluta insistentemente dagli assessori; a sottoporre all'Assemblea dei Soci l'eventuale cessione gratuita del nome e del marchio del Torino Film Festival alla città di Torino;  ma a condizione di osservare il dettato della convenzione fra l'Associazione e il Museo. Il 9 gennaio 2007 il Consiglio direttivo approva l'accordo fra Rondolino e Casazza. Il quale, dal canto suo, comincia una serie di incontri per risolvere, fra Museo e Assessori, l'ingarbugliata faccenda. Nel frattempo si stende il testo di una "lettera d'intenti", che Chiamparino, Casazza e Rondolino dovrebbero sottoscrivere, dopo l'approvazione dell'Associazione, convocata il 18 gennaio. Questa l'approva all'unanimità, avendo tolto a Barbera l'inaccettabile incarico di "individuare la squadra cui sarà affidata la direzione e l'organizzazione del festival, in completa autonomia gestionale ed operativa"; lasciandogli tuttavia il mandato di "individuare il direttore, che sceglierà i propri collaboratori e presenterà il programma in completa autonomia nel rispetto dello Statuto dell'Associazione e della convenzione tra Associazione e Museo" (cioè ristabilendo finalmente la centralità dell'Associazione nello scegliere il direttore del festival e nell'approvare il suo programma!); infine rimandando alla fine del 2007 l'impegno a "ridiscutere l'assetto organizzativo del Torino Film Festival e l'eventuale conferimento gratuito del suo nome e del suo marchio alla Città". Insomma, una libertà di scelta da parte dell'Associazione, che ne garantisce l'autonomia e la libertà.


Lo stesso 18 gennaio 2007 Chiamparino, Casazza e Rondolino tengono una conferenza stampa per presentare la "lettera d'intenti". In quell'occasione Rondolino annuncia le sue dimissioni da presidente dell'Associazione Cinema Giovani, precedute da quelle di Gorlier, cui seguono quelle di Vallero. Del Consiglio direttivo dell'Associazione rimane soltanto Zanetti, che è anche vicepresidente del Museo del Cinema. Dal canto suo, Moretti, sentiti Chiamparino, Barbera, Rondolino e altri, che gli garantivano l'autonomia più volte richiesta (e sempre data, per statuto, a ogni direttore del festival) e dopo una serie di lettere a Rondolino (tre nell'arco di poche ore), che andrebbero pubblicate per chiarire meglio la personalità del regista, pare intenzionato ad accettare di dirigere il Torino Film Festival, a condizione che il progetto della 25a edizione sia elaborato da Barbera.

A questo punto, pare che la battaglia si sia conclusa, o almeno che si sia trovato un onorevole armistizio, che potrebbe preludere a nuove eventuali ostilità se il progetto Barbera e la direzione Moretti snaturassero la "natura originaria" del festival o ne stravolgessero la "struttura stessa" e la "riconosciuta identità culturale" (come da verbale del Consiglio direttivo del 17/11/2006, approvato all'unanimità, anche quindi da Barbera). Naturalmente nessuno ha più parlato di D'Agnolo Vallan e Turigliatto, ultimi eccellenti direttori del festival: è come se non esistessero, fantasmi aleggianti su una manifestazione che si è riconquistata il favore del pubblico e della critica italiana e straniera. Come nessuno ha parlato, o parla, dei collaboratori, del personale tecnico e amministrativo, insomma di tutti quelli che il festival hanno contribuito a farlo. E nessuno ovviamente parla  del pubblico, di queste migliaia e migliaia di giovani spettatori che hanno riempito le sale e che forse meriterebbero di esser ascoltati in un momento come questo. Siamo sicuri che preferiranno un film di Moretti, o da lui scelto, a un film di McNaughton? Siamo sicuri che il nuovo assetto del festival, ampiamente illustrato da Della Casa sui quotidiani torinesi e in una intervista a "Sentieri Selvaggi" (12/1/2007), corrisponda alle loro aspettative? Della Casa sostiene che "a Torino c'è stata una parte consistente, maggioritaria, del sistema cinema, che non era soddisfatta di come era impostato il Torino Film Festival" (alludendo alla Film Commission da lui presieduta e al Museo del Cinema diretto da Barbera!) e aggiunge: "Io credo che il Festival debba essere una vetrina di quello che si fa a Torino sul cinema. Non una cosa che va avanti per conto suo".  Se è così, e se Moretti accetterà l'impostazione di Della Casa (che opera a strettissimo contatto con Barbera), è probabile che la battaglia possa continuare.