TORINO FILM FESTIVAL – Rondolino, Moretti, Placido…

Gianni RondolinoLa Palombella rossa del Professore
"Nanni, hai salvato il Tff"

di Clara Caroli

Le luci Il nuovo timoniere è stato certamente un valore aggiunto: si è speso molto personalmente e ha prodotto un vasto interesse mediatico per il suo festival
Le ombre La rassegna è rimasta se stessa ma si sono attenuate curiosità e originalità. E per la prima volta un direttore ha dovuto difendere le sue scelte davanti ai politici

 «Meno male che Nanni Moretti ha salvato l´identità di questo festival!». A sorpresa, alla fine di un Tff trionfale, Gianni Rondolino rompe un silenzio di due anni e accetta di parlare con Repubblica. Più che uno sfogo, quello dell´ex presidente, un attestato di stima nei confronti di colui che ha preso in mano la sua "creatura" rispettandone la storia e la specificità.
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Professor Rondolino, ha seguito quest´anno il Tff?
«No. Avrei magari rivisto volentieri su grande schermo Le samouraï di Jean-Pierre Melville, forse il suo film più bello e rigoroso, se i curatori della retrospettiva non si fossero dimenticati di inserirlo in programma: cosa mai successa nelle precedenti edizioni del Festival».
Le sembra cambiato il Festival?
«Nelle sue linee essenziali è rimasto sostanzialmente il medesimo, ma indubbiamente l´originalità delle ricerche, la curiosità dell´inedito, la scoperta del nuovo sono andate un po´ scemando».
Il progetto di rinnovamento è stato realizzato?
«Il fantomatico progetto elaborato da Alberto Barbera avrebbe dovuto dare molto più spazio al cinema italiano e, secondo Stefano Della Casa, ospitare una sorta di vetrina per i film della Film Commission Torino Piemonte. E questa fu una delle ragioni, la ragione ufficiale, per non riconfermare alla direzione del festival Giulia D´Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto. Moretti, per fortuna, non ha certo realizzato quel progetto».
Giudica pretestuosa o ideologica la polemica sull´assenza di film italiani?
«È una polemica di basso profilo, degna della mediocre politica locale. È invece grave che Moretti sia stato costretto a difendere davanti a politici e amministratori le sue scelte artistiche e culturali. È la prima volta che succede a un direttore del Torino Film Festival».
Se il festival non è cambiato, il 44 per cento di incassi in più in due anni è dovuto a Moretti?
«Certamente. Ma occorre osservare, facendo un po´ di conti, che il 44 per cento di aumento degli incassi equivale a circa 50-60 mila euro all´anno, a fronte di un aumento del contributo regionale di 750mila euro all´anno, pari a 1,5 milioni nel biennio. Insomma, facendo la sottrazione fra costi e ricavi, la gestione Moretti è costata alla Regione (cioè a noi) quasi 1 milione e 400 mila euro».
Moretti dice di aver accettato la direzione per amore verso il Tff, per salvarlo dai regolamenti di conti interni e dall´arrivo, all´esterno, della Festa del Cinema di Roma. Ci è riuscito?
«Poco elegantemente Moretti ha detto che è venuto a Torino per "dare una mano" al festival, che non ne aveva certo bisogno, essendosi affermato fra i migliori festival internazionali. In realtà è il Torino Film Festival a "dargli una mano" offrendogli una ribalta di grande visibilità, tanto che tutti parlano dell´evento come del "Festival di Moretti" (e persino Alberto Barbera ha detto che è una "sua creatura"!). Non ha certo influito su Roma, che continua per la sua strada, e il "regolamento di conti" è una brutta storia di cui Moretti ha preferito ignorare le vere cause».
Non è paradossale che l´uomo nuovo, quello che avrebbe dovuto rivoluzionare il festival, sia quello che ha più garantito la continuità con un passato che tutti sembravano impazienti di cancellare?
«Il paradosso sta nel fatto che la "rivoluzione" era solo nella testa di un paio di politici e di un paio di operatori culturali locali: Moretti l´ha capito, invero un po´ tardi, e non si è adeguato alle loro assurde richieste».
La preoccupa la dichiarazione di Oliva secondo il quale senza Moretti la formula del Tff andrebbe cambiata?
«Mi preoccupa che Oliva, come sempre, voglia imporre la sua volontà. A proposito delle passate edizioni del Festival ha sostenuto cose inesatte e false: non sarebbe male che, da storico onnisciente, studiasse meglio la storia del festival e ne traesse qualche insegnamento. Il Festival non è mai stato "di nicchia" o "d´élite" (come anche Barbera falsamente sostiene), ma da anni affolla le sale. Se ora, col potere che gli viene dai soldi (nostri) che gestisce, egli vuole modificare la natura del festival, significa la fine di quello che fu Cinema Giovani, col suo carattere unico».
Si è dimostrato un buon direttore, Nanni Moretti?
«Non so se è stato un buon direttore. Certamente è stato un "valore aggiunto", che si è speso molto, personalmente, e ha prodotto un vasto interesse mediatico per il "suo" festival».
Pensa che accetterà di restare? In caso contrario, chi potrebbe essere, per il bene del Tff, il suo successore?
«Non lo so, ma lo penso. Se non dovesse accettare, avrei un nome, che ovviamente non faccio».
Ha qualche rimpianto o nostalgia? Le è dispiaciuto lasciare il merito dei trionfi ai suoi "nemici"? Perché non ha accettato di restare e condividerli?
«Credo di aver fatto il mio dovere come presidente: quello di ristabilire le regole del gioco, infrante in maniera surrettizia e scorretta. Sono contento che il festival non abbia perso, se non in parte (ma potrebbe riacquistarle), le sue proprie caratteristiche. Il trionfo è quasi sempre passeggero. Ciò che rimane è il rigore morale».

(03 dicembre 2008)

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da http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/La-Palombella-rossa-del-Professore-Nanni-hai-salvato-il-Tff/2051299/6


 

Michele PlacidoPlacido: "Se toccasse a me metterei
al centro l'officina di cinema"

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di MICHELA TAMBURRINO

TORINO
Una premessa va fatta, foss’altro perché Michele Placido la fa. Foss’altro perché così non si generano equivoci: stiamo parlando in linea teorica. Oppure no?

Placido, che cosa risponderebbe se da Torino la chiamassero per dirigere il Festival? «Mi chiederei per prima cosa: “Perché Moretti lascia?”. Ha lavorato con fantasia, ha fatto diventare la sua rassegna la più seguita dai giovani. Io dico che dovrebbe rimanere un altro anno per consolidare il lavoro fatto. Detto questo, Torino ha un grande Festival. Certo, ne sarei lusingato. E’ un’ipotesi affascinante».

A San Luca in Calabria lei ha creato dal nulla una rassegna teatrale. Nel quartiere romano di Tor Bella Monaca ha costruito, sempre dal niente, un pubblico. Diciamo che lei non sarebbe nuovo all’impegno organizzativo da direttore.
«Però in questo caso la struttura già c’è. A me piacciono le sfide estreme, quando si parte da zero. Sostituire Moretti è arduo, il suo gruppo è forte. E poi ci vuole una grande disponibilità di tempi, se si vogliono fare le cose fatte bene. Perché vede, il problema non è all’inizio, ma nella lunga durata».

Sarebbe un errore voler continuare su una strada già tracciata da un altro che non è più disponibile. Bisogna invece ripartire con un proprio gruppo cui affidarsi nel lungo termine e caratterizzare così il proprio Festival.
«Certo, cambiare sarebbe giusto, anche a Venezia e a Cannes ogni direttore ha impresso la propria visione del cinema. Il solo pericolo è diventare per la rassegna il nome importante sul quale appoggiarsi. L’uomo immagine per catturare attenzione e pubblico. E io non sono quel tipo di persona. Detto ciò io e Moretti siamo molto diversi. Il meccanismo giovanile che lui ha stimolato lo metterei al centro della rassegna, ne farei un’occasione di realtà permanente, con scuole di cinema, sceneggiatura sempre aperte. Spesso ai festival si ha la sensazione amara che oltre la passerella ci sia il vuoto. Una bolla che si sgonfia a fuochi spenti. Torino potrebbe essere un’officina, una fantastico ponte tra la cultura mitteleuropea e quella mediterranea. Io lavorerei in quest’ottica, portare più cinema possibile al nord, dove meno si sentono le pressioni politiche e in Piemonte dove la Film Commission sta facendo un egregio lavoro».

Tant'è che lei presto verrà a girare qui.
«A giorni avrò un incontro con Film Commission e con Museo del Cinema nelle persone di Della Casa e Barbera con il quale avevo già collaborato, per parlare del mio prossimo film che vorrei girare a Moncalieri e che vorrei fosse fortemente targato Piemonte. Non mi piace essere un ladro di immagini, mi piacerebbe invece che il mio prodotto restasse e fosse fortemente marcato da loro. Anche per questo ho deciso di prendere attori e tecnici sul luogo. Ricordiamoci che questa è la città dove nacque il cinema».

Una marcia di avvicinamento…
«E’ sempre entusiasmante mettere la propria esperienza al servizio della comunità».

7/12/2008 

da http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/torinofilmfestival/200812articoli/8960girata.asp