Transamerica, di Duncan Tucker

Il film si sa prendere i suoi tempi e sa anche darsi un suo rigore estetico. Il personaggio Bree è come un innesto felice nei codici cinematografici riconosciuti e riconoscibili. Troppa carne al fuoco, però.

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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L’ingresso del personaggio Bree nel mainstream e la conseguente nomination all’Oscar per Felicity Huffman, già casalinga disperata e già insignita di un Golden Globe, rappresentano senza dubbio una tappa fondamentale nel percorso di outing cinematografico del mondo transgender. Curioso ed ennesimo esempio di un paese splendidamente schizofrenico, dove alla reazione più conservatrice segue spesso l’apertura illuminata. E’ per questo che ogni tanto lì si riescano a fare dei conti con gli ingombri della storia. E’ per questo che qui ce lo sogniamo ancora di produrre (perfino) un film come Transamerica. O non è questo il paese dove la candidatura di Vladimir Luxuria viene accusata nell’agone pre-elettorale di questri giorni di effetti nefasti per la nostra società? In attesa del passo successivo ossia di vedere all’opera un vero attore transessuale (ce ne saranno nel mondo, almeno di sdoganabili dal circuito pornografico?), possiamo intanto apprezzare la Huffman nel lavoro sul suo corpo (più sul volto, valorizzato da insistiti primi piani, che dalle movenze per la verità) che è parallelamente lavoro sul personaggio. Personaggio che è poi ancor più minoritario del dovuto, appartenendo alla sfera dei n.d., i transessuali non dichiarati che ostinatamente, in attesa dell’operazione chirurgica di “riassegnazione sessuale”, cercano di nascondere la propria natura facendosi credere donne a tutti gli effetti. In barba ad eventuali problemi di documenti la nostra ha addirittura un doppio lavoro regolare a Los Angeles, come cameriera in un fast-food e come venditrice di telemarketing (a proposito, sconsigliamo la versione doppiata del film sia per la voce improbabile assegnata a Bree che per l’impossibilità di apprezzare anche il lavoro fonetico della protagonista). E’ morigerata, vive in disparte e la troviamo ad un passo, una settimana, dall’operazione famigerata per cui ha avuto il consenso della terapeuta. Ma il deus ex machina ha previsto che si facesse vivo Toby, un 17enne arrestato a New York per droga e prostituzione. E’ il figlio che non ha mai saputo di avere, concepito ai tempi del college sotto le vesti di Stanley. Quintessenza della virilità residua che non scompare definitivamente, risulta un utile strumento drammaturgico per concepire un semplice ma allo stesso tempo ricco, forse troppo (di situazioni, equivoci, personaggi borderline), viaggio dal nordest al sudovest passando per il Kentucky (con l’incontro del patrigno di Toby, che si rivelerà come pedofilo e violento). La conoscenza tra genitore e figlio sarà lenta e graduale, tanto che Bree inizialmente si spaccia per una missionaria religiosa e non rivela a Toby la dura verità. L’esordiente regista Duncan Tucker consente alla strana coppia di dar vita ad un ibrido tra un road-movie ed una commedia degli equivoci. Senza scomodare Wilder, come qualcuno ha fatto, il film si sa prendere i suoi tempi e sa anche darsi un suo rigore estetico ricorrendo ad una fotografia sgranata che riprende stilemi degli anni settanta. Il personaggio Bree è quindi come un innesto felice nei codici cinematografici riconosciuti e riconoscibili. Di per sé già così forte da soffrire la causticità dei comprimari, dal Toby coinvolto in ruoli cinematografici porno-omosex alla sorella ex alcolizzata, dal padre ninfomane alla madre bigotta. Troppa carne al fuoco. Sarebbe servito almeno un Todd Solondz alle redini.

 

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Titolo originale: Transamerica
Regia: Duncan Tucker
Interpreti: Felicity Huffman, Kevin Zegers, Fionnula Flanagan, Graham Greene, Burt Young, Elizabeth Pena
Distribuzione: DNC
Durata: 103′
Origine: Usa, 2005

 

La scheda del film

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