Tre donne, di Sylvia Plath, di Bruno Bigoni e Francesca Lolli

Il film lavora sulla suggestione del verso, sull’immaginazione onirica dando spazio all’invenzione delle immagini. In Fuori Concorso/Incubator

Nato dalla lettura dell’omonimo poema, Tre donne di Sylvia Plath sperimenta la possibilità di una naturale vocazione che le immagini posseggono per consolidare il proprio rapporto con i versi e soprattutto della poetessa e scrittrice statunitense, così poco disponibili ad una lettura che pretenda di mostrare le radici profonde dalle quali nascono e soprattutto refrattari ad una messa in scena, per il sordo malessere che denunciano e di cui si fanno testimoni, per la pena esistenziale che li caratterizza restando la cifra generatrice della sua poesia e della sua fine malinconicamente annunciata.
Ciò che Bigoni e Lolli provano dunque a realizzare ha del rischioso. E se mettere in scena un testo poetico che esclude, se non nel sottofondo, ogni narrazione, per diventare solo riflessione intima e invisibile dell’autrice, costituisce una prova non indifferente, che coinvolge non solo il punto di vista della macchina da presa, ma anche e soprattutto il dialogo con gli ambienti e, come in questo caso, con i corpi, non vi è dubbio che il lavoro di preparazione che ha preceduto la realizzazione del film, sia visibile. Al di là di ogni ragionevole dubbio e di ogni differente opinione, Tre donne di Sylvia Plath sa evitare il rischio maggiore, in questi casi sempre in agguato, che è quello di diventare una insopportabile didascalia dei versi, che, invece, sanno comunque fare benissimo a meno delle immagini, avendo la capacità di sostenere da soli la propria vita letteraria.
Superato pertanto questo primo tema, giusto per sgombrare il campo dal sospetto che resta sempre sotteso in operazioni del genere, sarà necessario entrare più direttamente nei temi e nelle soluzioni messe in opera da Bigoni e Lolli.
Le tre donne in attesa di partorire, cui danno voce e corpo Giulia Battisti, Chiara Buono e Alice Spito, riflettono sul loro ruolo di madri e di donne. I versi si muovono su più livelli e intersecano l’attesa nel confronto con la natura, con il sogno e la paura, i temi della maternità e della paura del dolore. Le tre voci si sovrappongono, ma non si confondono, e i profili delle tre protagoniste restano distinti e distinguibili, l’impiegata, la studentessa e la casalinga. Tre volti femminili che avranno tre destini diversi all’esito della loro gravidanza e nel loro sfiorarsi sentimentale, nella comunanza di una incertezza che domina il loro stato, non incrociano mai lo sguardo. I tre caratteri riflettono l’unitario mondo dell’autrice, riconoscibile in ciascuna delle distinte caratteristiche che danno spessore ai personaggi e che concorrono a formare il sentire unico di Sylvia Plath.
Laddove i versi del 1962 attualizzano nel presente i temi in parte invariati del femminile, soprattutto quelli che riguardano il rapporto con la maternità, Bigoni e Lolli lavorano sulla suggestione del verso, sull’immaginazione onirica, dando spazio all’invenzione delle immagini, in qualche occasione ridondanti in alcune sovrapposizioni che rivelano un eccesso di fiducia nell’espressione, ma in genere controllate dentro un registro che se non è troppo originale, resta comunque forma possibile di quel rapporto tra versi e immagine. Torna inevitabilmente alla mente, in ognuno di questi casi, la forza prorompente dei versi di quattro poeti russi recitati dalla voce mutevole di Carmelo Bene in un lavoro televisivo di molti anni fa, con una scenografia essenziale e quasi rudimentale che sottolineava il dispiegarsi della sua voce. Senza nessun confronto tra i due lavori, che peraltro hanno differenti finalità, va considerata comunque, sempre in questi casi, che lo sguardo andrebbe rivolto ad una proficua essenzialità, ad un detrimento rispetto alla naturale ricchezza dell’immagine. Un lavoro “a togliere” piuttosto che “ad aggiungere”, ciò è tanto più vero che sono proprio quelle sequenze più scarne, che si affidano alla pura recitazione dell’attrice, a restituire al verso tutta la sua corposa essenza e al film quella purezza necessaria per trasmettere le parole di Sylvia Plath.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
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