Tre piani, di Nanni Moretti

Dal bellissimo libro di Eshkon Nevo, un’opera distante e dolorosa, che offre un Nanni Moretti quasi annichilito nel suo confronto col mondo. Concorso

Si potrebbe raccontare un po’ tutto il cinema di Nanni Moretti a partire dal suo rapporto con le stanze, con le case, con i palazzi… E non sarebbe nemmeno un approccio ozioso, perché tutto sommato si tratta di uno spazio simbolico implicito al suo continuo relazionarsi con la questione  dello stare insieme, con il dialogo costante tra la dimensione intima dell’esistere e la ricerca di un perimetro esistenziale comune. Non deve dunque stupire l’idea di Tre piani, un film che parte dalla stratificazione di vite e microdrammi familiari elaborata da Eshkol Nevo nel suo omonimo romanzo e arriva a una elaborazione ulteriore dell’universo morettiano, cristallizzato nella forma algida, quasi inespressiva che impone alla messa in scena. Moretti adatta il romanzo come conseguenza di un percorso che lo ha portato a un dialogo implicito col superamento del confine privato dell’ego, un cammino che nell’abbattimento dei muri, nello scavalcamento dei confini proprietari, persino identitari, si sta aprendo allo sgomento del mondo (tutti i suoi ultimi film ne sono testimonianza).

Un passo oltre La stanza del figlio ci sono i Tre piani di questo condominio romano, livelli differenti di elaborazione della stessa problematica tensione dello stare insieme: al primo piano c’è il sospetto che diventa ossessione e dunque paura, quella nutrita da Lucio (Riccardo Scamarcio) che teme che la figlia abbia subito attenzioni morbose dall’anziano vicino sulla via della demenza, al quale lui e sua moglie Sara hanno l’abitudine di affidarla. Al secondo piano c’è la solitudine che diventa il buco nero della depressione, dunque ancora la paura, quella che attanaglia Monica (Alba Rohrwacher) quando mette al mondo sua figlia e il marito è lontano, su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Il terzo piano è quello dell’abitudine che imprigiona gli affetti nella gabbia dell’ordine e perde di vista la sostanza delle relazioni, generando dunque ancora e sempre paura: è quella che paralizza Vittorio e Dora (Moretti e Margherita Buy), una coppia di giudici, alle prese con un figlio che non hanno saputo amare e che deve fare i conti col giudizio della legge per aver travolto e ucciso una donna mentre guidava ubriaco.

Ogni piano un livello di confronto con il dissidio tra la natura delle persone e il loro stare nel mondo: Moretti definisce degli spazi conclusi, rigidi, quelli di ogni storia, di ogni appartamento, di ogni famiglia, ma per tutti pone in essere lo stesso bisogno di libertà, di apertura al mondo. Come Habemus Papam, come Mia madre, come Santiago, Italia anche Tre piani è un film che parte da una condizione di chiusura, di separatezza dal mondo nutrita come spazio identitario e necessario, per spingersi sulla via di una liberazione che è dispersione nel coraggio dell’esistere come responsabilità morale del confronto. Ognuna delle storie che compongono questo trittico nasce da una fuga, dalla vertigine di uno smarrimento e dialoga proprio con la necessità infine conquistata dei protagonisti di uscire dal perimetro delle loro paure, di liberarsi in un mondo che accoglie nella sua generosità invisibile. È questa la responsabilità morale reciproca che gli abitanti dei Tre piani di questo condominio devono imparare a condividere, al di là della correttezza formale dei rapporti. Perché la strada opposta porta alla solitudine e dunque alla paura, che sono il vero spettro di ognuno.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Tutto però resta incastrato in una rappresentazione irrigidita, trattenuta, immobile: gli snodi narrativi sono fluidi perché la sceneggiatura risolve bene il rapporto con il bellissimo libro di Eshkon Nevo, del quale dismette il tempo postumo per scegliere uno sviluppo degli eventi in fieri, scandito con cadenze quinquennali. È però la messa in scena che risulta irrigidita in una funzione quasi astratta della rappresentazione, come se il film funzionasse fuori dal mondo, in un set mentale che annulla la profondità scenica, spingendo in avanti quella che tutto sommato è una caratteristica costante del cinema morettiano, ma che qui appare amplificata da una più netta mancanza di agilità. Tre piani è un’opera distante e dolorosa, che offre un Nanni Moretti quasi annichilito nel suo confronto col mondo: la libertà che cerca, le fughe in avanti che offre ai suoi personaggi, sono tutte ipotesi di rinascita fuori dai confini della realtà, al di là del perimetro di identità, ruoli e relazioni cui sarebbero destinati.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.11 (9 voti)
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