Triangle of Sadness, di Ruben Östlund

Si prende i suoi tempi e le sue pause, ma paradossalmente resta lì impiantato quasi al punto di partenza. Compiaciuto e irritante, cerca (im)probabili complicità. Concorso

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Dall’arte contemporanea di The Square, Palma d’oro a Cannes nel 2017, al dietro le quinte delle sfilata con le intervista ai modelli e il dettaglio, dichiaratamente accennato, del ‘triangolo di tristezza’ sul volto. Ma è solo un flash prima dei titoli di testa.

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Suddiviso in tre parti (Carl e Yaya; lo yacht; l’isola), Triangle of Sadness vede protagonista una coppia formata da un modello e una influencer, che dopo aver litigato per il conto al ristorante, fanno una crociera di lusso su uno yacht su cui viaggiano, tra gli altri, un oligarca russo con moglie e amante al seguito che si è arricchito con i fertilizzanti per l’agricoltura, un’anziana coppia britannica che ha fatto fortuna con le mine antiuomo, e un ricco single svedese. Il capitano, interpretato da Woody Harrelson, rifiuta di uscire dalla cabina dove ascolta il coro dell’Armata rossa che canta l’Internazionale e quando lo fa, l’imbarcazione affronta una violenta tempesta che rischia di farla affondare. Da quel momento cambiano le carte in tavola e i rapporti di potere.

Östlund sovrappone la leggenda (Robinson Crusoe), con l’istinto di sopravvivenza (Cast Away) che ribalta i rapporti di classe (Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto), nell’osservazione chirurgica del presente. C’è ancora un evento scatenante che porta a galla i conflitti nascosti e la crisi di coppia come nella fuga del padre che pianta moglie e figli in Forza maggiore, al momento il film migliore del cineasta svedese. Östlund dilata le attese con l’obiettivo di vivere con i personaggi come cinema di Judd Apatow soprattutto nell’episodio del litigio al ristorante tra Carl e Yaya dove però, rispetto al cineasta americano, l’attenzione ai particolari (le 50 euro lasciate sul tavolo) prevale, anzi sommerge, la tensione emotiva che si sta creando. Sono sempre i piccoli dettagli della scrittura che negano l’imprevisto. E quando si manifesta nel momento del naufragio, era già tutto calcolato.

Triangle of Sadness si prende i suoi tempi e le sue pause (la durata è di circa due ore e mezza), ma paradossalmente resta lì impiantato quasi al punto di partenza. I personaggi non superano l’iniziale caratterizzazione. Possono essere amplificati ed estremizzati tic dei loro vizi e comportamenti ma non oltre. E se fino alla tempesta, pur con tutte le forzature, si sta comunque al gioco, dall’attacco dello yacht e l’esplosione Triangle of Sadness va a fondo. Restano solo i detriti galleggianti di un cinema dove la deformazione resta su una superficie compiaciuta e non arriva mai sotto la pelle come accade in Ferreri. Tra il polpo diviso in pezzetti per i sopravvissuti, vomito che schizza, merda che galleggia e la vendetta per una nuova condizione sociale, la lotta di classe diventa solo un giochino narrativo dove per Östlund basta mescolare l’osservazione oggettiva con la dimensione grottesca. E si prende gioco così tanto dei suoi personaggi che, dopo averli utilizzati, finisce per abbandonarli lì sull’isola dove non c’è il tempo veloce dello Shyamalan di Old che li fa invecchiare a velocità supersonica. Li lascia così all’agonia di un cinema che non guarda di un centimetro fuori da se stesso.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
2 (4 voti)
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