Trieste Film Festival 2026 – Le donne slovene che non temono il cambiamento
Il nostro percorso randomico e colmo di suggestioni nella sezione Wild Roses del Trieste Film Festival 2026, quest’anno dedicata alle registe slovene. Con un extra Visioni Queer
Giunto alla sua trentasettesima edizione, il Trieste Film Festival nella sua ormai storica sezione Wild Roses incentrata sulla riscoperta o sulla presentazione dei lavori di registi donne ha dedicato il suo “bouquet di rose” – per usare le parole della direttrice artistica del festival Nicoletta Romeo – al cinema sloveno. È stata l’occasione per un percorso all’interno di una cinematografia che nonostante la vicinanza geografica da noi non trova quasi mai la via della distribuzione e raramente ha spazio persino nella programmazione dei numerosi festival del paese. Con Instalacija ljubezni (Installation of Love), di Maja Weiss, già in concorso al TSFF nel 2008 e qui riproposto, assistiamo infatti a un film che anticipa alcuni riflessioni sulla labilità dei confini tra arte e vita di film ben più premiati. Il lungometraggio racconta la storia di Mojca, piacente donna e moglie borghese di mezza età annoiata dalla sbrilluccicante gabbia dorata in cui vive che viene coinvolta suo malgrado in un’installazione performativa e dai confini sempre più confusi volta a filmare le sue reazioni di fronte alla scoperta dell’amore. Ad una prima parte molto ben centrata sulla critica sociale alla vuota opulenza di quel mondo familiare (quel digitale così cromaticamente sovraccarico che omaggia i drammi di Douglas Sirk e i suoi più recenti emuli) e borghese (“sembra che tutto il mondo abbia divorziato”), Weiss ne sovrappone una seconda ancora più sovraccarica in cui le dimensioni metacinematografiche (lo spassoso sceneggiatore che legge scettico le sue stesse parole) e metainstallative si sovrappongono in un hellzapoppiniano bailamme difficile da capire ma quasi sempre spassoso nelle sue inarrestabili evoluzioni.
Se la Mojica del film di Weiss dopo le sue traversie torna comunque allo status quo iniziale facendosi bastare la fuga nel sogno di un progetto artistico, molto più drammatico appare il percorso per certi versi affine della protagonista di Duhovnica (Woman of Goda), di Maja Prettner. Presentato anche in concorso alla 42ª edizione del Torino Film Festival nel 2024, il doc della regista slovena segue la pastora protestante Jana affrontare le difficoltà del suo lavoro, tra carenza di fedeli nelle sperdute campagne, dissapori con i vertici della chiesa che ne ostacolano l’affermazione professionale e la riemersione dei lunghi anni di abuso sessuale da parte di un amico di famiglia quando era bambina. Il ritratto di questa donna spigolosa e allo stesso tempo fragile sa cogliere molto bene gli avvisi del crollo che la coglierà alla fine di questo pedinamento lungo ben cinque anni, quando la fede nel proprio dio non basterà più ad accettare la discriminazione di genere e, tutto sommato, di una vita fin lì subita più che agita. In un documentario che chiede allo spettatore la stessa fatica della pastora di dover affrontare sempre gli stessi riti cristiani senza averne più la spiritualità, è proprio lo svelamento della sua crisi a risollevare un’opera fin lì ostica e quasi inaccessibile. Molto più empatico, invece, il bel film Ne Bom Vec Luzerka (Non sarò più una perdente), di Urša Menart, opera prima girata nel 2018 che mette in scena l’anno di crisi della 29enne Špela. Laureata in storia dell’arte e lavoratrice in una galleria che non le rinnova il contratto per motivi fiscali, in poco tempo si trova a dover affrontare la partenza del fidanzato per una star-up di San Francisco e il ritorno a casa dai genitori, tra lavori da cameriera e coatta frequentazione di giovani forzosamente inconcludenti. In una Lubiana che non offre prospettive, la ragazza dovrà scegliere se provare a lottare testardamente nella sua città d’origine o diventare anche lei una dei tanti expat sloveni (le videocall con le sue amiche che hanno già messo in atto questa diaspora). Commedia agrodolce scritta e girata con molto trasporto che, pur senza grandi picchi espressivi, ha il merito di mostrare con verosimiglianza le difficoltà comuni ai neolaureati di qualunque metropoli europea del sudeuropa, dal “volontariato lavorativo” in attesa della vittoria di qualche bando statale o regionale alla perdita di fiducia e all’insorgenza della depressione che fanno tornare la protagonista agli sballi universitari. In Cent’anni, di Maja Doroteja Prelog lo smarrimento passa dalla dimensione generazionale a quella più personale. Anche qui siamo di fronte ad un esordio che, girato in forma documentaristica, parte con l’intenzione di raccontare l’impresa del fidanzato della filmmaker, Blaž, che dopo aver sconfitto una leucemia fulminante vuole mostrare il percorso che l’ha portato alla completa riacquisizione della salute tramite un tour lungo 1000 chilometri, compiuto in bici dalle Dolomiti fino all’Etna. Ma quella che doveva essere una celebrazione di vita si trasforma in un lungo e doloroso percorso di auto-analisi di coppia che porterà la regista e il suo ragazzo a separare le proprie strade. Anche se avvoltolato spesso in un intimismo eccessivo – i due fidanzati si rimpallano la MdP nei battibecchi più futili asfissiando lo spettatore con le loro irresolutezze -, il doc ha la capacità di non edulcorare la figura di chi, pur avendo rischiato di morire per una malattia crudele, rimane un chiaro esempio di mascolinità tossica. Molto più classico ma assolutamente centrale per la dimensione locale che porta allo scoperto è, invece, Ne pozabi me (Non ti scordar di me), di Anja Medved. Parte del progetto “Memorie ambulanti e brigate d‘archivio” incluso nel programma ufficiale di GO!2025 Nova Gorica-Gorizia Capitale Europea della Cultura, il documentario racconta attraverso numerose testimonianze il passato transfrontaliero della città di Nova Gorizia, ugualmente divisa tra gli orrori della seconda guerra mondiale e le aberrazioni della violenza colonialista imposta dai fascisti italiani prima e dai nazisti tedeschi poi. In un territorio che era rimasto fino agli inizi del Novecento pacifico crocevia di popolazione e lingue, ecco che invece le tensioni nazionaliste del secolo hanno fatto in modo che si arrivasse ad assurdità come quella raccontata da una delle intervistate in sua folgorante dichiarazione: “la mia bisnonna senza mai cambiare casa ha abitato in cinque Stati diversi”.
Corso di Sceneggiatura in presenza a Roma dal 16 marzo

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Scegliamo di chiudere questo percorso di visioni nella cinematografia slovena spostandoci di qualche chilometro, restando però sempre nell’Est Europa ma passando nella sezione Visioni Queer del festival. In Hell with Ivo, di Kristina Nikolova è il documentario che segue l’artista queer bulgaro Ivo Dimchev, ex performer di teatro-danza contemporaneo che ad oltre 40 anni porta il suo eclettico talento nel mondo della musica. Tra canzoni che dileggiano Donald Trump, musical che cominciano chiedendo al pubblico se preferisce andare in Paradiso con il presidente degli Stati Uniti o all’inferno con Gesù (spoiler: quasi tutti evidentemente sovrastimano l’importanza del loro dio e sottostimano il calore delle fiamme) e oltre 400 concerti gratuiti nelle case delle persone durante il Covid-19, la regista ha il grande merito di saper tenere testa al suo protagonista. Quasi indisponente e arrogante nella sua predicazione del non-sense e nel rifiuto delle abituali forme di intervista nel suo periodo bulgaro, Ivo cede invece con dolcezza allo sguardo di Nikolova nel suo viaggio americano mostrando grandissima capacità di dialogo con i suoi intervistati (che si aprono con sincerità inaudita di fronte ad una persona così liberamente oltraggiosa) e perfino grandi doti umane da tenero zio



























