Tromperie (Deception), di Arnaud Desplechin

Verità e bugia. Amore e sesso. Realtà e rappresentazione. Un film binario, memorabile adattamento del romanzo di Philip Roth. Fuori concorso al Torino Film Festival.

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È vero che mi diverte avere dei personaggi logorroici (…) Quello che cerco di raggiungere è il momento in cui tutto si infiamma e l’amore diventa carnale, in cui la parola si trasforma in atto, in un bacio, e d’un tratto il dialogo si fonde in gesto”. Ecco. Così Arnaud Deplechin, in un’intervista esclusiva di tre anni fa, rispondeva alla nostra osservazione sulla sua opera come punto di congiunzione tra il cinema del gesto agito di François Truffaut e quello della parola di Rohmer. E quindi certo, nel rileggere queste parole, Tromperie potrebbe essere il suo film manifesto. L’epifania luccicante di una poetica in costante dialogo con il cinema e con la letteratura. Ma se fino a questo momento il principale referente intellettuale sembrava essere Proust, qui il cinema di Desplechin incontra Philip Roth adattando Inganno, il romanzo pubblicato nel 1990. Un connubio che forse arriva persino con qualche anno di ritardo, perché il matrimonio cinematografico tra Roth e Desplechin è davvero una dissolvenza incrociata memorabile, quasi una cristallizzazione di tutti gli elementi cari all’autore francese: l’amore e il desiderio come ossessione, la paura della morte e della malattia, l’ebraismo. Ma ci sono anche le digressioni folli tipicamente deplechiniane sullo spionaggio dell’Europa dell’est o il regista cecoslovacco geloso che prende in mano la pistola, traiettorie potenziali di film diversi che si intersecano e allontanano, rilanciando ancora una volta l’incontenibile bulimia narrativa e sentimentale dell’autore francese.

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Siamo a Londra nel 1987. Undici capitoli, un epilogo. Uno scrittore di cinquant’anni, ebreo americano, sposato, famoso, vive una storia clandestina con una donna di 34 anni dal matrimonio infelice. L’uomo, Philip, annota tutto su un quaderno che diventa diario di memoria, scrittura terapeutica e, forse, il romanzo che scriverà. Svetta l’incredibile maturità di Lea Seydoux, che il regista filma e illumina come nessun altro ha fatto finora, quasi con la consapevolezza di registrare in diretta il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Ma emergono anche altre storie di contorno ad arricchire un paesaggio femminile magmatico e imprevedibile. L’uomo parla al telefono con un’amante di New York che sta lottando contro il cancro. C’è una sua ex-studentessa, talentuosissima, caduta in depressione. E poi una donna sfuggita ai servizi segreti comunisti e a quelli americani. 

Verità e bugia. Amore e sesso. Realtà e rappresentazione. Tromperie è un film binario, come lo split screen d’apertura. E l’immagine, il set diventano esplicitamente spazio scenico, luogo della performance. Anche per questo Desplechin firma il suo film più “chiuso” e recitato, apparentemente semplice ma in verità elaboratissimo. Girato quasi tutto in interni abitati da due personaggi che dialogano (la scena del processo è una delle poche eccezioni), è un tour de force verbale alimentato dalla passione per le storie e per gli “incontri”, dal narcisismo come principale risorsa sentimentale e artistica. Ma se il protagonista maschile agisce nevroticamente soprattutto attraverso la parola, sono le donne a rappresentare il corrispettivo emotivo e morale del film. E se anche fossero fantasmi immaginari, per Desplechin finiscono con il materializzarsi e diventare l’unico canale possibile per incarnare la vita nel cinema. Insomma. Un altro capolavoro.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.6
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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