"Trovarmi sul set per me è come essere a casa"- Intervista a Sophie Marceau

Difficile immaginare il magnetico sguardo e l'affascinante figura della francese Sophie Marceau muoversi dietro la macchina da presa mentre dirige gli attori del suo primo lungometraggio "Parlami d'amore", pellicola dall'ispirazione, e soprattutto dall'aspirazione, decisamente autoriale.

In un elegante sala del "Tempio di Dioniso" a Roma abbiamo incontrato la poliedrica diva la quale ci ha confessato che ha trovato dirigere un'equipe: "un'esperienza molto sensuale, dove tutto è estremamente analitico e, a mio parere, molto femminile anche se è assolutamente necessario, per riuscire bene nell'impresa, avere una grande capacità di sintesi".

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Cosa l'ha spinta a decidere di passare a dirigere?


 


Non è stata una scelta avventata, maturata da un giorno all'altro. Faccio l'attrice da circa venticinque anni, trovarmi sul set per me è come essere a casa, la scena rappresenta un ambiente naturale. Mi piace molto essere l'interprete di pellicole altrui, divenire uno strumento per esprimere la visione degli altri rispetto alle cose. Tuttavia negli ultimi anni è cresciuta dentro di me l'esigenza di raccontare come io vedo determinati aspetti della vita. Scrivo da molti anni, ed ho avuto una certa facilità per Parlami d'amore, forse perché era un soggetto che inconsciamente avevo già maturato da parecchio tempo. Quando ho deciso di passare alla regia, non l'ho fatto perché credevo di poter essere l'unica a girare questo film ma semplicemente perché ne avevo voglia. Avevo voglia di dare al mio film una forma più viva, più tangibile rispetto alla sola scrittura.

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Finora le sue regie hanno dato ampio spazio a temi estremamente delicati e, forse, anche personali.


 


Credo che queste mie prime due opere siano necessariamente molto personali perché, raccontando e mostrando delle situazioni che si conoscono bene, ci si sente più sicuri nell'affrontare le difficili scelte che riguardano la messa in scena. Se adesso dovessi girare un altro film cercherei sicuramente un soggetto meno personale e più legato alla fiction, c'è già un abbozzo di progetto in questo senso. Comunque, qualsiasi sia il genere che affronto, sono particolarmente interessata alle persone ed al loro modo di essere e di vivere. Penso spesso al mondo dell'infanzia e trovo che sia molto interessante raccontare il delicato momento di transizione tra la dimensione infantile-adolescenziale e quella adulta.

Quanto l'ha influenzata essere la compagna di un regista?


 


Sicuramente questo mi ha molto influenzata, soprattutto in alcune scelte che ho operato a livello di messa in scena. Tuttavia ci tengo a specificare che tutti i registi con cui ho lavorato fanno parte della mia vita e mi hanno in qualche modo condizionata. In generale è stata la vita privata che mi ha permesso di capire meglio delle cose, ma l'influenza tra la sfera privata e quella professionale è stata sicuramente reciproca.


 


Ha incontrato particolari difficoltà con i produttori nella ricerca di finanziamenti?


 


No, fortunatamente non ne ho incontrate di particolari.


 


Forse grazie al fatto che è Sophie Marceau…


 


Questo è probabile. In fondo sono tantissimi anni che faccio l'attrice e con il tempo mi sono guadagnata dei privilegi. E' ovvio che poter usufruire di facilitazioni può anche essere controproducente e generare delle conseguenze che potrebbero essere negative nei miei confronti. Ho avuto la grande fortuna di incontrare subito il produttore Alain Sarde, il quale ha capito che volevo realizzare un film intelligente ma senza grosse pretese.


 

Quali sono le principali differenze che ha notato tra essere diretti e dirigere? 


 


Dopo molti anni passati sul set mi sono accorta che spesso gli attori sono immaturi, egocentrici ed anche leggermente masochisti quando si trovano a girare delle scene che non sentono proprie. Personalmente credo di poter affermare di non essermi mai comportata troppo da "diva", connotando il termine di un'accezione esclusivamente negativa; non sono mai stata troppo capricciosa o pretenziosa. Amo molto il mio lavoro e mi ritengo fortunata per questo, mi piace il gioco di squadra e sono sempre in orario. Alcuni attori fanno quello che gli si chiede senza remore, io non ci riesco perché non mi sento una macchina telecomandata. Tra me, Judith e Niels, i due protagonisti, c'è sempre stato un ottimo rapporto basato sul rispetto e la considerazione reciproca. Ogni volta che riscontravano delle difficoltà nel girare una scena che non sentivano propria, accettavo i loro suggerimenti cercando di far coincidere le esigenze di tutti. In particolare Judith mi è stata molto vicina e ha difeso delle mie posizioni come fosse stata una sorella.


 


Crede che in futuro ripeterà l'esperienza americana o si concentrerà esclusivamente sul cinema europeo?


 


Considerandomi una cittadina del mondo, sono aperta ad ogni tipo di esperienza proveniente da qualsiasi filmografia, soprattutto se mi vengono proposte delle idee buone ed interessanti. Considero il cinema un linguaggio universale che parla di emozioni al di là dei confini geografici. E' ovvio che, essendo francese, adoro il cinema francese e provo sempre un gran piacere a lavorare nel mio paese.


 


Questa sera parteciperà alla cerimonia dei David di Donatello dove consegnerà il premio per il miglior attore protagonista (assegnato allo scomparso Massimo Girotti, n.d.r). Cosa conosce del cinema italiano?


 


In passato avevo molte più occasioni per andare al cinema. Oggi tra i figli e gli impegni di lavoro il mio tempo libero si è notevolmente ridotto. La filmografia italiana è stata di fondamentale importanza nella mia educazione cinematografica, la conosco molto bene, soprattutto i film degli anni '60 e '70 a cui anche il cinema francese deve molto. Sono contenta del fatto che sia un momento felice per il cinema italiano così come per quello europeo. Finché esisterà l'arte ed il cinema in particolare, sarà garantita la libertà ed il grande privilegio di poter esprimere differenti visioni del mondo.


 

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