True Detective 2, episodio 3. Maybe Tomorrow

La morte in fondo è il più classico dei ‘ganci’ della serialità. Se tutto nasce da un buco nero siamo sulla strada giusta per l’inferno

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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La morte in fondo è il più classico dei ‘ganci’ della serialità. Quel lungo e sorpreso ‘nooooo’ alla fine della seconda puntata di True Detective 2, replicato migliaia di volte sul volto di chi l’ha seguita, è la più nitida testimonianza. Un falso ‘detour’, maligno e furbo, partorito dalla mente di Nic Pizzolatto per attirare lo spettatore nel racconto? Non riveliamo nulla a chi ancora non ha visto l’episodio, ma la ripartenza di Maybe tomorrow ci ha detto anche altro. La morte è la più moderna delle falsificazioni, soprattutto al cinema. E spesso funziona, mirabile specchio della nostra ingenuità (presuntuosi compresi).

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La morte (ma a Vinci anche la vita) è una dark room (come quella dove il padre alcolista chiudeva Frank Semyon/Vince Vaughn anche per diversi giorni). Ma in questo TD2 è anche una dissolvenza sul corpo che unisce chi è andato per sempre con chi è ancora qui, respira e si agita. Così la fine nei liquami della città di Vinci è un sogno di un padre ex poliziotto (uno spettrale Fred Ward) nel solito bar che frequentano i nostri eroi sulle note della struggente melodia country The Rose (Lynch prima o poi comparirà a battere cassa per queste sequenze…).
La caccia a chi ha ucciso e deturpato Casper(e) riparte, e la regia passa da Justin Lin al giovane danese Janus Metz. Il regista conferma quel lento moto centrifugo che espande e dilata caricando (forse anche troppo) la narrazione. La corruzione, ribadisce ancora di più Pizzolatto, in questo terzo passaggio della serie, è dentro e fuori di noi. Nel fiume di strade luccicanti e nei tormenti della mente. Se tutto nasce da un buco nero siamo sulla strada giusta per l’inferno.

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