TS+FF 2017 – Marjorie Prime, di Michael Almereyda

L’acqua in tutte le sue forme – in quanto mare, lago, fiume, fonte, ecc. – è una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua(Carl Gustav Jung)

C’è l’oceano, in apertura e in chiusura. Un oceano scintillante di luce, con la sua eterna ma incostante risacca e costellato da un’infinità di puntini luminosi creati dal rifrangersi diurno del sole sulla sua superficie increspata. La spiaggia è quella di Long Island, ma l’acqua che la bagna travalica le coordinate geografiche e diventa simbolo universale, mare nostrum in cui calarsi per “prendere o perdere coscienza”: sembra addirittura di cogliere un richiamo, per quanto involontario, alle teorie eterodosse dell’immunologo francese Jacques Benveniste sulla “memoria dell’acqua”, ovvero sulla presunta capacità di questo elemento di mantenere un ricordo delle sostanze con le quali viene in contatto, o sui controversi esperimenti del ricercatore, pseudo-scienziato e saggista giapponese Masaru Emoto, secondo il quale esiste una stretta relazione tra i pensieri umani e i vari stati dell’acqua considerata ad una temperatura convenzionale. Pseudoscienza? Fantascienza? Forse, nulla di tutto questo. In questo riferimento all’acqua risiede semplicemente il fulcro simbolico e concettuale di un discorso sulla vita e sulla morte, sul presente e sul futuro, sulla memoria e sull’identità. E sulla indecifrabile, misteriosa e volubile potenza dei ricordi. Riguardo all’oblio e alla memoria, del resto, gli scienziati hanno sempre considerato due teorie prevalenti: una sostiene che i ricordi vecchi vengano oscurati da quelli nuovi che si sovrappongono, ma rimangono in qualche modo intatti; l’altra sostiene, invece, che alcuni ricordi non dominanti si indeboliscano gradualmente, fino a svanire. Perché, come spiega Tess nella pellicola, la memoria non è come l’hard-disk di un computer, che immagazzina dati restituendoli intatti, né è un archivio passivo, ma piuttosto un processo dinamico per cui alcune informazioni vengono subito eliminate, mentre altre restano archiviate a lungo e altre ancora si indeboliscono per poi riemergere con nuovo vigore o spegnersi.

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Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival nel gennaio scorso e premiato con il prestigioso Sloan Feature Film Prize riservato alle pellicole incentrate sul tema della scienza o della tecnologia, Marjorie Prime (GUARDA il trailer) è stato proposto in anteprima italiana alla serata inaugurale della 17edizione del Trieste Science+Fiction Festival. Il cinquantottenne regista, sceneggiatore e produttore americano Michael Almereyda, dopo Cymbeline (2014) ed Experimenter (2015), sceglie di adattare per il grande schermo, per il suo diciottesimo lungometraggio, l’acclamata pièce teatrale del 2014 di Jordan Harrison, candidata al Pulitzer Prize for Drama 2015.

ieieieieLa pellicola racconta la storia di una famiglia attraverso tre generazioni e i rapporti e le interazioni che ciascuno di essi di volta in volta viene a instaurare con un prime. Un prime è una proiezione olografica a tre dimensioni particolarmente realistica e collegata ad un’intelligenza artificiale senziente e il cui patrimonio di conoscenze, al di là delle informazioni di base inserite, si forma e si accresce a seconda delle “notizie” che questa acquisisce dagli altri sulla realtà e le persone che lo circondano e su se stesso, fino ad acquisire una data e determinata personalità propria. In sostanza, la personalità di un prime è la replica di quella personalità che gli altri hanno voluto in qualche maniera ricostruire. Il suo scopo è sostanzialmente quello di costituire un motivo di sollievo e una compagnia, una spinta anche sul piano emozionale alle persone anziane che rimangono sole dopo il decesso del loro partner, oppure, in ogni caso, per chi non riesca a staccarsi da qualche persona che è deceduta e sceglie questo sistema per mantenere in vita, in qualche modo, quelle che sono le persone care. La 86enne Marjorie (Lois Smith), una ex violinista affetta dal morbo di Alzheimer, si intrattiene a conversare con l’ologramma quarantenne del marito Walter (Jon Hamm), il tutto mentre la figlia Tess (Geena Davis) e il genero Jon (Tim Robbins), che ha programmato il prime, si trovano a vivere la nuova situazione attraverso sentimenti contrastanti. Gli anni passano inesorabili, e con essi il ricordo degli affetti più cari, mentre, uno dopo l’altro, i membri della famiglia diventeranno essi stessi proiezioni di un passato perennemente immutabile.

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L’assunto di partenza e le tematiche socio-filosofiche della sceneggiatura di Almereyda presentano punti di contatto con numerosi prodotti cinematografici e televisivi più o meno recenti, da The Lobster (2015) di Yorgos Lanthimos a Ex Machina (2015) di Alex Garland, da Her (2013) di Spike Jonze ad alcuni episodi della serie televisiva Black Mirror, creata da Charlie Brooker, in particolare San Junipero (stagione 3, episodio 4) e Be Right Back (stagione 2, episodio 1). Ma la confezione sci-fi è soltanto la punta dell’iceberg nell’ambizioso e sofisticato impianto drammaturgico che il cineasta statunitense espunge dal testo di Harrison. Parafrasando il titolo del celebre dipinto surrealista di Salvador Dalí, potremmo dire che ciò che davvero interessa al regista è il tema della “persistenza della memoria” applicato al complesso e sfaccettato universo di relazioni sentimentali che si creano nell’ambito di un nucleo familiare: quindi, il detto e il non detto tra un genitore e un figlio; la questione dell’educazione e delle responsabilità con annessi rimpianti, mancanze, sensi di colpa; i vari livelli di dialogo che si instaurano tra i diversi componenti, genetici e acquisiti, di quella cellula sociale primaria che è, appunto, la famiglia; ancora, il portato delle scelte di una coppia e il corollario di conseguenze che ne deriva per gli eredi, così come la questione di quanto il ruolo di un genitore debba continuare ad esercitarsi nella vita adulta dei propri figli; infine, i segreti, le confidenze e le rivelazioni all’interno di una coppia e la percezione con la quale viene orientato il ricordo dei propri cari di generazione in generazione. A restituire con grande efficacia la vena profondamente intimista di questo dramma familiare è la scelta di ambientare quasi interamente la pellicola tra le quattro pareti domestiche di un villino con affaccio sull’oceano, un set che d’altra parte rivela la propria derivazione teatrale – non diversamente che in Carnage (2011) di Roman Polański – e la precisa poetica che Almereyda ha voluto imprimere al racconto, quella di universalizzare i vissuti privati di una famiglia qualsiasi. E non è un caso, infatti, che i pochi altri elementi che fanno da cornice alle vicende narrate siano, sostanzialmente, due: il mare e l’acqua – come già osservato – e il cielo e l’aria, vale a dire sostanze cosmiche e primordiali il cui portato simbolico, metaforico ed interpretativo è antico quanto e più ancora dell’avvento dell’uomo sulla terra. Contemporaneamente, all’interno della casa, giocano un ruolo preponderante oggetti come le finestre, le vetrate e le superfici trasparenti, attraverso le quali la luce del sole inonda gli ambienti, lo scroscio della pioggia sembra raddoppiare la sua intensità, le onde dell’oceano e le nuvole del cielo paiono propagarsi nelle camere in un affascinante effetto acustico e visivo di riflessi e riverberi. Ma attraverso queste stesse superfici traslucide è possibile anche specchiarsi e rivedere la propria immagine dilatata, moltiplicata, come in un caleidoscopico prisma infinito. E lo stesso prime è ovviamente pura evanescenza, può essere “attraversato” da quegli stessi corpi ai quali, prima o poi, finirà per “prestare” l’illusione di un corpo. Se in questo continuo rimando all’idea di immagine, riflesso e “doppio” incorporeo è evidente l’intento – e il tentativo – di catturare l’essenza ineffabile di un ricordo, Almereyda assegna non di meno un ruolo centrale ad un altro oggetto di arredo: il divano. È qui che siedono i prime e i loro interlocutori umani, è qui che ologramma e persona si affrontano e si confrontano mediante una lunga serie di dialoghi volti a fornire ai primi gli strumenti per conoscere e “replicare” meglio i secondi. E non può non sovvenire, a questo proposito, un chiaro riferimento alla psicanalisi e alle sue strutture e formulazioni fondate, appunto, sulla memoria e il ricordo: ciò che colpisce – e, in un certo senso, sconcerta – è che siano soprattutto i prime a sottoporre ad analisi gli umani, in una relazione rovesciata tra coscienza artificiale e soggetto pensante. Almereyda adotta un procedimento di profonda e vibrante interrelazione tra elemento discorsivo e “precipitato” visivo, per il quale l’uno orienta lo spettatore nella comprensione, non sempre necessariamente esaustiva, dell’altro, in una dinamica circolare tra segno, referente semantico e rimando simbolico memore della lezione di Bergman e delle giustapposizioni di un de Oliveira.

081717hitmansbodyguard_1280x720In una pellicola dal ritmo volutamente dilatato, a tratti perfino assente – come in un ipnotico e liquido mantra sempiterno – e caratterizzata da un progressivo processo di “scarnificazione” della messinscena – che in un certo qual modo sembra richiamare il procedimento michelangiolesco dell’opera già in essere nella materia e che ha soltanto bisogno di essere “estratta” per successivi ritocchi “a togliere” – non si può prescindere dalle performance degli attori e dalla loro aderenza emotiva ai personaggi interpretati. Da questo punto di vista, Almereyda si conferma regista con un approccio privilegiato e dialogico con il cast e capace di guidarlo, attraverso pochi suggerimenti in fase di script, ad una perfetta comprensione del personaggio. Lois Smith – che riprende il ruolo già portato in scena nell’Off-Broadway a Los Angeles e a New York nel 2014 e nel 2015 – conferisce alla sua Marjorie una straordinaria gamma di sfumature emotive, dal cinismo beffardo e dall’ironico black humour alla drammatica consapevolezza del proprio stato di salute, fino al tenero lirismo affidato all’evocazione del proprio passato. Jon Hamm è superbo nel rendere il suo Walter abbastanza asettico ed inespressivo – come si conviene ad un ologramma –  eppure, al tempo stesso, nel lasciar trapelare l’universo interiore dell’uomo che il prime intende sostituire. Geena Davis e, soprattutto, Tim Robbins regalano intensi ritratti familiari, rispettivamente nei panni di una figlia, moglie e madre (per quanto la figlia ventiquattrenne non si veda praticamente mai) e di un genero, marito e padre, attraverso una serie di monologhi-dialoghi di notevole pregnanza drammatica. La colonna sonora della compositrice britannica Mica Levi (Under the Skin, 2013; Jackie, 2016) accompagna le vicende senza enfatizzare e sovrapporsi smaccatamente alla relazione parola-immagine, adottando un tocco minimalista che lascia ampio spazio al suono “concreto” degli elementi e rivelandosi capace, comunque, di introdurre una sottile inquietudine, prima di “trascorrere” nella parte finale in una sezione di Wave Movements di Richard Reed Parry e Bryce Dessner. La fotografia di Sean Price Williams si lascia ispirare dall’ambientazione oceanica, con una luminosità, a tratti zenitale, virata su tonalità argentee e bianche che quasi accecano lo spettatore, prediligendo comunque tonalità delicate e “tiepide” e colori sapientemente de-saturati.

Marjorie Prime è un film che si inserisce a pieno titolo nella lunga serie di quelle pellicole che, patinate di una membrana fantascientifica, intendono porre interrogativi ontologici sulla natura stessa dell’uomo e sul portato emozionale delle sue esperienze tramutate in ricordo. Una filmica “poetica della memoria” che ha il tocco del cinema d’autore, senza tuttavia essere autoreferenziale, che affascina e sollecita lo spettatore – almeno quello meno frettoloso e disposto a trovare una disposizione empatica con i personaggi e la storia – e che, in ultima analisi, tocca corde universali e temi umanissimi, in barba a qualsiasi ologramma. Ed è soprattutto questo ciò che ci resta mentre scorrono i titoli di coda: la memoria di essere uomini destinati a vivere, perché no, anche di ricordi.