TS+FF 2017 – “Spazio Italia”: i film di Matteo Scarfò e Salvatore Metastasio

Due sono le pellicole italiane presentate in anteprima al Trieste Science+Fiction Festival 2017: un numero esiguo che riflette le difficoltà del nostro cinema di genere, soprattutto quello indipendente e fatto di piccole produzioni a basso costo, a proporsi e ad ottenere visibilità anche in rassegne cinematografiche, come quella friulana, da sempre attente alla sperimentazione e alla promozione di un linguaggio filmico sui generis nell’ambito del fantastico cinematografico. Si fa sempre più fatica a trovare produttori disposti a finanziare lavori che non rientrano nelle consuete dinamiche di mercato e che sfuggono alla rassicurante comfort zone di cui ci hanno parlato i francesi Xavier Gens e David Moreau, a testimonianza del fatto che non si tratta di una questione prettamente italiana. Eppure, i due film proiettati a Trieste, sia pure nella loro imperfezione strutturale e nei loro limiti tecnici e contenutistici, risultano opere di grandissimo interesse e di notevole energia creativa. Due film che meritano di essere visti e di essere conosciuti.

L’ULTIMO SOLE DELLA NOTTE

L’Ultimo Sole della Notte è stato scritto, prodotto e diretto da Matteo Scarfò, trentunenne regista, sceneggiatore, scrittore e autore teatrale locrese. La pellicola è girata quasi esclusivamente in Calabria e prodotta da ScarFord Produzioni, Grandma Produzioni e SteamMovie. La fotografia è diretta da Emanuele Spagnolo e Beatrice Canino, con la collaborazione di Vittorio Sala. Il suono in presa diretta è a cura di Mario Amelio. Trucco ed effetti speciali sono opera di Maria Angela Rotundo. Il montaggio è di Lucia Patrizi, le musiche elettroniche sono di Lorenzo Sutton e gli effetti speciali digitali sono a cura di Roberto Stranges. La distribuzione è a cura di PS Servizi Eventi e Management. Conosciamo più da vicino il regista. Nel 2006 Scarfò ha realizzato il suo primo cortometraggio, Fantascienza in Pillole, un’opera ispirata alle visioni esistenziali e fantascientifiche dello scrittore Philip K. Dick. Nello stesso anno inizia a lavorare come assistente di produzione presso la Paco Cinematografica e nel 2008 pubblica il suo primo libro di racconti, Uomo Mangia Uomo. Del 2008 è il suo secondo cortometraggio, Omega, ispirato ad uno dei racconti della raccolta, Il Paradosso. Il 2009 vede Scarfò impegnato in tre grossi progetti: il primo nel ruolo di assistente per il film The Last Gamble, produzione americana girata tra New York e il New Jersey, con John Savage, Nick Mancuso, Ray Abruzzo, Sally Kirkland e Steven Bauer e con la regia di Joe Goodavage; il secondo a Toronto per un film d’azione dal titolo Death Warrior, per la regia di Bill Corcoran; il terzo finalmente come regista, per un lungometraggio intitolato Anna, Teresa e le Resistenti, docu-film dedicato ad Anna Magnani e alle donne della Resistenza italiana. Il progetto successivo, BOMB! Fantasia in Fiamme, è dedicato alla figura di Gregory Corso, uno dei più importanti poeti della beat generation. Nel 2013 viene rappresentata a Roma la sua prima opera teatrale, Mare di Pietra, di cui è autore ma non regista. Per questa nuova esperienza Scarfò ha trattato storie di personaggi molto diversi, prendendo ispirazione dagli scritti di Corrado Alvaro, Anna Maria Ortese, Pier Vittorio Tondelli, Edgar Lee Masters ed Herbert Pagani. Due anni più tardi Scarfò collabora con il regista Giampaolo Abbiezzi per il soggetto di Stalking Eva, un film di genere sullo stalking che esce nelle sale il 24 settembre 2015. Nello stesso anno il regista inizia le riprese di una web serie a scopo promozionale per la “Scuola di Italiano Leonardo da Vinci” di Roma, dal titolo Roman Holidays: How to Become Italian in 5 Lessons, un racconto a episodi su due studenti stranieri che arrivano in Italia per studiare la nostra lingua.

sole-1In un futuro non troppo lontano, l’Italia è sconvolta da una serie di violenze e di guerre interne ad opera di non meglio identificati gruppi terroristici. La situazione da guerra civile fa parte di un contesto molto più ampio che ha coinvolto tutta l’Europa e, in un secondo momento, anche la parte orientale del mondo. Nei fatti, siamo di fronte alla Terza Guerra Mondiale. In un quartiere periferico sorvegliato da militari e creato appositamente come una green zone per salvaguardare dalla distruzione i valori occidentali si svolge la vita dei protagonisti. Qui la guerra non deve arrivare. Gruppi di persone vengono selezionati tramite un programma governativo segreto – il “Progetto ARCA” – per età, ceto sociale, sesso, formazione culturale ed estrazione familiare e poi assegnati alle varie “Zone” dove bisogna vivere come sempre e portate avanti le proprie abitudini. In una di queste, la “Zona 13”, gli unici tre abitanti rimasti vivono in un enorme condominio dove nulla manca – connessione internet a parte – ma tutto è in declino. Il “Progetto ARCA” è ormai fallito, la guerra è sul punto di essere persa, molte persone sono morte o fuggite e non ci sono più militari e cecchini di vedetta. La vita dei tre protagonisti scorre con lentezza dentro il grande stabile, perennemente scuro e freddo, mentre all’esterno l’ambiente naturale ha ripreso a crescere selvaggio e rigoglioso. La narrazione procede su due livelli: il presente nella “Zona” e la vita del passato. Cosa c’è oltre le recinzioni che sbarrano l’orizzonte dell’altrove? Qualcuno cercherà di scoprirlo?

L’Ultimo Sole della Notte prende spunto dalle atmosfere dei romanzi dello scrittore di fantascienza britannico James Graham Ballard, in particolare L’Isola di Cemento (Concrete Island, 1974) e Il Condominio (High Rise, 1975). L’intento del regista è sondare gli umori, la personalità e il comportamento di una manciata di personaggi diversi per estrazione sociale e culturale, oltre che per temperamento – e quindi rappresentativi di una parte della nostra società – alle prese con una sfida di sopravvivenza in un presente che è già futuro, distopico e bellico, e quasi senza traccia di passato: un presente in cui la cultura, i valori e le basi fondanti della società occidentale e del suo modello socio-economico stanno per essere spazzati via da un conflitto mondiale. La pellicola di Scarfò si rivela densa di silenzi e primi piani paesaggistici ed oggettuali, ricca di riferimenti cinefili, ridondante di commento sonoro e non si presta ad un giudizio immediato, sereno ed univoco. Troppa la carne messa a cuocere sul fuoco, molte le chiavi di lettura esplicite o sottese dalle inquadrature, dalle musiche e da un utilizzo estremamente simbolico della fotografia: al termine della visione, ma anche e soprattutto nei giorni successivi, non ci abbandona una sensazione di disagio e di disorientamento nei confronti di una pellicola estremamente ambiziosa – spesso un pregio – e, insieme, un tantino pretenziosa – sempre un difetto. Ma forse è proprio per questo motivo che Scarfò fa centro. Il regista guarda consapevolmente e con decisione ad una declinazione della cultura sci-fi in chiave metaforica, ontologica, riflessiva e “dilatata” che accosta il suo lavoro ad un certo cinema di genere polacco, russo o scandinavo, dimostrandosi poco interessato agli aspetti più appariscenti ed “effettistici” di questo filone e attento ad interrogare, piuttosto che ad intrattenere, lo spettatore. L’approccio minimalista nella resa architettonica e nel design degli interni e degli ambienti di periferia e l’esibita insistenza su un piano visivo naturalisticamente scarno ed essenziale, diremmo “post-moderno”, si rivelano particolarmente suggestivi ed efficaci nella ricreazione di una realtà più attuale che futuribile e funzionali alla poetica dell’autore. Onnipresente nel film è la potente metafora conradiana della “linea d’ombra”, della presa di coscienza di una perdita collettiva dell’innocenza: eppure, la soglia che confina il “conosciuto” di una vita paralizzata dall’angoscia dell’ignoto e cristallizzata in una irredimibile routine di comodo non viene mai attraversata dai tre protagonisti. Una potente, irresistibile forza centripeta li tiene incollati e relegati nel proprio “spazio vitale”, quello di un quartiere desolato della banlieue calabrese e di un soffocante condominio asettico. È come se il condominio fosse un immenso monolite magnetico, un ventre materno in acciaio e muratura sicuro e confortevole, una sorta di divinità primordiale che non li lascia andare via. La pellicola alterna passato e presente dei personaggi in un’unica linea narrativa inscindibile in cui il passato influenza il presente, ma anche il presente è capace di dominare alcuni ricordi del passato, annullando di fatto la dimensione temporale. Né Andrea Carli, responsabile dell’Ufficio Risorse Umane di una società, né il signor Becatti, ex imprenditore di successo che ha perduto moglie e figlie, né Alessandra, ex terrorista passata a nuova vita (?), riescono a vincere la potenza immobilizzante di questo “rifiuto del futuro”: per quanto non ci siano ostacoli insormontabili per allontanarsi dalla “Zona 13”, i “nostri” si rivelano incapaci di superare il terrore del “nuovo”, assuefatti come sono alle poche certezze psicologiche e materiali che il condominio in cui alloggiano fornisce loro. Si tratta di tre individui estremamente diversi tra di loro: Andrea (Andrea Lupia) è freddo e distaccato, uno “spettatore incapace di empatia che ha scelto di vivere seguendo il programma che gli è stato imposto”, eppure dotato di un saggio equilibrio che lo rende unico garante della propria sopravvivenza e stabilità; Becatti (Danilo Rotundo) è depresso ed irascibile, autodistruttivo e divorato dai sensi di colpa, ma dotato di uno spirito pragmatico che lo spinge a svolgere il ruolo di manutentore e di custode dello stabile; Alessandra (Alessandra Mortelliti) nasconde un passato misterioso da cui non riesce a staccarsi, appare fragile e bisognosa di fare squadra con gli altri due condomini ed è costantemente alle prese con domande esistenziali e dubbi amletici. Ma è forse il quarto protagonista della pellicola ad incarnare il profilo psicologico più interessante del film, quello più puro e genuino nella sua bestiale ambizione: parliamo di Stefano (Alessandro Damerini), amico di Andrea, spregiudicato e cinico squalo della nuova finanza, sicuro delle proprie capacità e della propria libertà.

maxresdefault (3)Le tematiche sviluppate da Scarfò rimandano soprattutto a Stalker (1979), di Andrej Tarkovskij, e sfiorano, attraverso citazioni ed omaggi più o meno evidenti, le visioni distopiche raccontate da pellicole di culto come Blade Runner (1982), di Ridley Scott, ed Essi Vivono (1988), di John Carpenter, e la “sociologia surrealista” di Luis Buñel, in particolare L’Angelo Sterminatore (1962). Così come il rifugiarsi in ambienti sicuri, per quanto isolati, e la comunicazione con i propri cari attraverso i sofisticati apparecchi della moderna tecnologia, fanno venire in mente il quasi contemporaneo Monitor (2015) di Alessio Lauria. Come racconta il regista a proposito del titolo: “Al popolo privo di potere decisionale resta l’attesa del bagliore atomico definitivo. Da qui, l’ultimo sole della notte”. Scarfò affronta temi universali, particolarmente cari a certa fantascienza autoriale, come la memoria del passato, l’assenza, la follia e la brutalità dell’uomo, la paura dell’ignoto. Poco interessato ad accondiscendere lo spettatore, il regista calabrese tende piuttosto a spiazzarlo e a disorientarlo attraverso il ricorso a complesse strutture simboliche, ad un montaggio ondivago e poco lineare, ad una “poetica della sospensione” – della parola, del tempo e dello spazio – che volutamente sconcerta. Di fronte a noi si erge la regressione dell’uomo ad essere selvaggio e primitivo, egoista e violento, nella prospettiva di smarrire ciò che ha faticosamente costruito. Attraverso la fotografia naturalistica di Emanuele Spagnolo, lontana dal cliché delle luci artificiali e “cianotiche” di tanta fantascienza e che alterna approccio documentaristico a dimensione onirica, il regista va alla ricerca di “schegge dell’esistenza”, insistendo nell’inquadrare paesaggi ed oggetti, boschi ed edifici, catene metalliche, frammenti di vetro, assi di legno, biciclette abbandonate, sacchi di plastica, piccole discariche condominiali dismesse, tubature che stillano lentamente gocce d’acqua, crepe profonde scavate sui calcinacci e graffi o cicatrici sull’epidermide: una sorta di mappatura del degrado e della corruzione che ci orienta a tentoni nelle comprensione delle sfaccettature dei personaggi. Certo, il livello recitativo non è decisamente all’altezza di mire così ambiziose e ci vuole quasi un’ora per abituarsi a questo standard e volgere altrove la propria attenzione, fermo restando il profondo rispetto per l’impegno profuso da tutti i protagonisti. Certo, come già osservato, la musica elettronica di Leonardo Sutton è, a tratti, davvero ingombrante e inutilmente preponderante, per quanto volutamente e giustamente cacofonica, inquietante quanto basta per evocare un accostamento, sia pure azzardato, con i sintetizzatori kubrickiani di Wendy Carlos. Ma siamo dell’idea che progetti come quello di Scarfò vadano sostenuti ed apprezzati perché sono il prodotto di una passione autentica e genuina e perché possiedono, a loro modo, un’energia ed una carica visionaria capace di esprimere con efficacia le derive della civiltà contemporanea.

Spiega il regista: “Questo film nasce dalla mia passione per la fantascienza umanista, nasce per un’ispirazione improvvisa, una notte su un treno, grazie a James Ballard. Ma soprattutto nasce dalla volontà di parlare di storie umane, anzi di esseri umani nelle storie. Vorrei raccontarvi una storia in un futuro che forse è già arrivato in anticipo, vorrei raccontarvi delle sfumature di alcuni uomini e di alcune donne, di persone vere, che non sono mai tutte da una parte o tutte da un’altra. Non sono mai totalmente bianche o totalmente nere. Sono fatte di tanti colori e tra questi colori passano a volte senza apparente logica, senza un disegno, senza una rotta, senza una struttura ordinata, regolare. Il film è il risultato di un lavoro durato cinque anni, dal primo barlume indistinto, dalla prima idea fumosa nata su quel treno leggendo le righe di Ballard, fino alla consegna finale del film fatto e finito. Ho voluto raccontare quello che può succedere alle persone in contesti straordinari quando sono private della possibilità di amare i propri cari, la famiglia, gli amici, un vicino di casa, chiunque. Abbiamo bisogno del nostro rapporto quotidiano, di sapere che non siamo soli. E abbiamo bisogno di comunicare che ci siamo. Quando tutto questo scompare, quando le basi della nostra società scompaiono, cosa succede? Ci sarà ancora posto per l’umanità così come la conosciamo?”.

IL GUARDIANO DEL GHIACCIO

Salvatore Metastasio è montatore, sceneggiatore, attore, direttore della fotografia, regista e documentarista. Nato in provincia di Potenza, all’età di quindici anni si è trasferito a Roma per studiare presso l’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione “Roberto Rossellini”. Una volta conseguito il diploma come montatore e tecnico audiovisivo, ha lavora al montaggio di diversi cortometraggi e film d’arte contemporanea a Parigi. Nel 2003 ha conseguito il diploma di sceneggiatura presso la “Escuela Internacional de Cine y Televisión de Cuba” e ha alternato il montaggio alla regia ed alla sceneggiatura, vincendo diversi premi e riconoscimenti. Attualmente è presidente dell’“Associazione Culturale Naif Film”, con la quale ha prodotto dodici lungometraggi, numerosi cortometraggi e campagne di sensibilizzazione sociale. Ha collaborato come direttore della fotografia ai documentari Memoria Perduta (2008), Il Ritmo dell’Etna (2013) e Veritatis Splendor (2014). Ha diretto i documentari Uno Scatto nell’Agri (2008), Una Banda Larga e Forte (2008) e Ovunque Miracoli – Il Taumaturgo ed il Compositore Scettico (2009), incentrato sulla vita di San Francesco di Paola. Ha esordito alla regia di un lungometraggio di finzione con Cruel Tango (2012), mentre nel 2013 ha diretto il documentario A Sud del Sud.

maxresdefault (4)L’autista di una funivia, Claus Lein, conduce una vita appartata in una casa sulla sommità di una montagna. Qui vive con una donna più giovane di lui di una quindicina di anni, Cloris, affetta da disturbi psichici. Soltanto con lei Claus è disposto a mostrare la sua vera natura, capace anche di slanci teneri e romantici. Il rapporto tra i due è un’altalena di dolcezza ed aggressività feroce. Claus si rifugia spesso nel suo studio, dove a Cloris è vietato entrare. Una sera l’uomo legge sul web una notizia che desta la sua attenzione: la stella Betelgeuse sta per esplodere, producendo una quantità enorme di energia. Durante un giorno di lavoro come tanti i suoi occhi incrociano quelli di una passeggera, Dana, che lo sconvolge per la somiglianza con Cloris. Dopo alcuni giorni Dana scompare durante una tormenta di neve. L’ultima persona ad averla vista è Giulio, un collega di Claus, che diventa il capro espiatorio del caso. Un anno dopo Claus appare più trasandato e stanco, il suo lavoro alla funivia procede metodico. Incontra Mattia, il fratello maggiore di Dana, che a distanza di un anno continua a cercare la sorella scomparsa. Intanto, scopriamo che Claus era stato un neurochirurgo di successo con idee rivoluzionarie e che la straordinaria esplosione della stella può offrirgli l’opportunità unica di mettere in pratica le teorie che aveva abbandonato. Claus riprende così i suoi studi in un laboratorio sotterraneo disseminato di mappe stellari e frenologiche, vecchi appunti e modellini di cervello umano. Qui tenterà di aiutare la sua dolce e malata Cloris entrando nel labirinto dei suoi segreti più oscuri. Ci riuscirà?

A tre anni di distanza da Cruel Tango, thriller a tinte fosche e dalle venature torture-porn, il regista lucano torna al lungometraggio di finzione con un prodotto singolare e conturbante, confermandosi un autore indipendente eclettico ed originale. Il Guardiano del Ghiaccio, oltre a rivelare una cinefilia enciclopedica, colpisce per la capacità di esplorare, rivisitare e decontestualizzare almeno quattro generi, dall’horror al thriller psicologico, dalla fantascienza al noir. Ambientato in uno scenario montano gelido ed innevato, il film affida immediatamente alla straordinaria scena iniziale il suo proponimento principale: fornire allo spettatore degli indizi per orientarsi nei meandri della psiche umana attraverso un processo, lento ma inesorabile, di disvelamento progressivo. La cabina della funivia che, in apertura di pellicola, ascende verso una baita di pietra, risalendo da un fitto banco di nebbia e mostrando a poco a poco i dintorni – un hotel di montagna ed un osservatorio astronomico – e il volto del protagonista è la perfetta metafora di questo viaggio a metà strada tra scienza e follia. La sceneggiatura, scritta dal regista con la collaborazione di Giulia Morgani (qui anche attrice nel doppio ruolo di Cloris Lein e Dana Zago), è estremamente complessa e si sviluppa come in un gioco di specchi deformanti, lavorando spesso “sottotraccia” e con un sottile ed acuto procedimento di scavo “per propagazione” che sembra essere ispirato all’effetto suscitato da un sasso gettato nell’acqua. La fotografia di Onofrio Damiano è in perfetta sintonia con il clima invernale della location, sufficientemente algida e adamantina da riflettere di sfumature vitree oggetti e superfici, con una netta predominanza di bianchi e blu.

locandina (1)Il costante gioco di rimandi tra la macchina da presa che filma le quotidiane risalite del protagonista e l’ambientazione sotterranea, quasi criptica, dello studio del macchinista-scienziato fornisce con estrema potenza simbolica le coordinate attraverso le quali lo spettatore è chiamato a muoversi: dal basso verso l’alto e viceversa, dall’universo interiore allo spazio cosmico, dal finito di un’esistenza terrena all’infinito di un ciclo siderale. Ed è anche la storia dell’incontro tra due energie devastanti destinate a sprigionare una potenza senza limiti: la psiche umana e la supergigante rossa Betelgeuse. Astro particolarmente caro alla letteratura e alla cinematografia fantastica (Lovecraft la identificava come la patria dei “Grandi Antichi”, Tolkien la fa chiamare dagli Elfi con il nome di Borgil, la “Stella di Fuoco”) e ricco di simbologie marziali presso numerose culture e mitologie di popoli antichi e moderni, Betelgeuse è la seconda stella più splendente della costellazione di Orione e, mediamente, la decima più brillante del cielo notturno vista ad occhio nudo. Nel film di Metastasio si parla diffusamente delle sue proprietà astrofisiche e viene rappresentata in termini fantascientifici quella che è in realtà una discussione annosa tra gli scienziati: la stella è infatti nelle ultime fasi della propria evoluzione e, considerata la sua grande massa, gli astronomi ritengono che concluderà la propria esistenza esplodendo in una brillantissima supernova di tipo II. C’è addirittura chi ritiene che il fenomeno possa essere già avvenuto, pur escludendo che possa essere visibile entro un tempo relativamente breve su scala umana. Le intense interpretazioni di Alessandro Vantini e Giulia Morgani regalano due personaggi che si rivelano particolarmente azzeccati nelle loro menti disturbate e contribuiscono ad acuire il senso di allucinazione e di distorsione che la pellicola ingenera nello spettatore.

Spiega il regista nelle note di regia: “Il film è concepito per far entrare il pubblico nel labirinto della mente del protagonista, dove gli errori del passato amplificano la paura nell’affrontare il presente. Gli elementi cinematografici si ripetono, in forma differente, in ogni scena fino ad arrivare alla presunta uscita del labirinto, che è copia della stessa entrata. Il Guardiano del Ghiaccio utilizza il genere filmico del noir per far sedere lo spettatore nelle stanze più intime di una fredda abitazione di montagna. La visione registica mette in scena la malattia mentale di un personaggio schizofrenico, accompagnando il pubblico verso la speranza di una cura per una così drammatica patologia. Il film si consuma, nelle ultime venature dello spirito, come una supernova nello spazio, facendo nascere nel pensiero dello spettatore caotici schemi”.