TS+FF 2018 – Freaks, The Dark, Ederlezi Rising

Tre pellicole proiettate alla 18a edizione del Trieste Science+Fiction Festival che, da angolazioni molto diverse e con stili ed approcci personali, esplorano la tematica della “diversità”, veicolando un messaggio estremamente chiaro: l’umanità è spesso più nelle corde di chi umano, almeno in apparenza, non lo è.

Presentato in anteprima mondiale al 51° Sitges – Festival Internacional de Cinema Fantàstic de Catalunya e proiettato poco dopo al Toronto International Film Festival, Freaks è il terzo lungometraggio del cineasta, attore, sceneggiatore e produttore trentaquattrenne canadese Zach Lipovsky (Leprechaun: Origins, 2014; Dead Rising: Watchtower, 2016), già regista di numerosi film per la televisione, cortometraggi e serie televisive (Ingress Obsessed, 2014; Mech-X4, 2017-2018). Con lui, dietro la macchina da presa, troviamo lo statunitense Adam B. Stein, pure sceneggiatore, produttore e regista di corti, TV movies e serie televisive. I due sono attualmente al lavoro nella post-produzione di Kim Possible, in uscita nel 2019, una action comedy televisiva basata sull’omonima serie d’animazione creata da Bob Schooley e Mark McCorkle e trasmessa da Disney Channel tra il 2002 e il 2007. Una bambina di sette anni, Chloe, vive rinchiusa in una casa abbandonata e fatiscente, sognando il mondo esterno e come sarebbe avere una madre. Il padre cerca in tutti i modi di tenerla lontana dalla vista dei vicini, ricordandole continuamente che, se esce, i cattivi li uccideranno entrambi. Perseguitata da terrificanti intrusi che si materializzano nel suo ripostiglio e tentata dall’esplorazione del mondo esterno anche per le lusinghe di un misterioso gelataio alla guida di un furgoncino davanti alla casa, la piccola trova finalmente il coraggio di scappare. Ma scopre che dopo tutto il padre non le stava mentendo. Ora dovrà seguire il vecchio gelataio in un viaggio verso la famiglia, la libertà e la vendetta.

Sostenuto da un budget risicatissimo e da effetti speciali “fatti in casa”, interamente realizzati dai due registi, Freaks, se non altro per il titolo, sembra essere un arbitrario e probabilmente involontario adattamento contemporaneo del capolavoro omonimo di Tod Browning del 1932, laddove è sostanzialmente mutato il significato dell’espressione inglese: lì vedevamo persone con gravi deformità fisiche, esseri abnormi, mostruosi, “fenomeni da baraccone” e “capricci della natura”, qui siamo alle prese con una bambina dotata di straordinari poteri psichici. A non cambiare, piuttosto, è il concetto universale di “diverso”, nella sua accezione di persona che – vuoi per caratteristiche fisiche, tratti psicologici o portentosi “doni” – si distingue dai parametri comunemente accettati ed interpretati come “indice di normalità” e incarna “l’altro da noi”, molto spesso un emarginato, un nemico, un eccentrico. D’altra parte, negli anni Settanta il termine freak indicava quei giovani che rifiutavano apertamente le ideologie, così come le norme e i modi comuni di comportamento sociale, adottando atteggiamenti anticonvenzionali e anticonformistici, vivendo alla giornata e spesso facendo uso di droghe. Se vogliamo, una tematica quanto mai attuale in un’epoca di montanti rigurgiti xenofobi, solo traslata e riproposta nelle vesti di favola fantascientifica. Per un’ora abbondante Lipovsky e Stein costruiscono con efficacia uno straniante microcosmo quasi interamente confinato in una casa piuttosto malandata e in cui regna sovrano il disordine, un rifugio in cui sono barricati la piccola protagonista ed il padre iperprotettivo. Ogni apertura verso l’esterno – porte, vetrate, finestre – è sigillata da chiavistelli e lucchetti oppure protetta da giornali, ritagli di carta o di stoffa tenuti insieme dal nastro adesivo, ad impedire ogni possibile contatto con il mondo di fuori. Soltanto qualche sortita del padre per procacciarsi generi di prima necessità e medicinali, tutto il resto sono le pareti domestiche, le caotiche stanze dell’appartamento, la cameretta della piccola e una sorta di angusto bunker in cui la protagonista viene rinchiusa in castigo qualora tenti di dare sfogo alla propria curiosità per il mondo. Ebbene, per tutta questa parte della pellicola la sceneggiatura, pure curata dai due registi, rasenta la perfezione, inchiodando lo spettatore allo schermo e stimolandone morbosamente l’attenzione, la capacità di comprensione, l’intuito interpretativo. Attraverso una serrata ed abilissima ideazione della dinamica dialogica tra il padre e la figlia, un pugno di jump-scare dovuti ad inquietanti e fugaci apparizioni di una donna e di una bambina nel bunker e nella stanza di Chloe e qualche squarcio sull’universo esterno a mostrare alberi rigogliosi, viali curati, bambini giocosi e un coloratissimo ed invitante furgoncino da gelataio gestito da un amabile vecchietto – un mondo, insomma, apparentemente pacifico, vivibile ed accogliente – Lipovsky e Stein giocano a nascondiglio con il pubblico, disorientandolo ed ammaliandolo, ponendo ad esso una serie di interrogativi: ma chi sono i cattivi che potrebbero danneggiare la piccola Chloe? E se il padre, oltre ad essere un paranoico, fosse anche violento? Ma è davvero il padre o forse un sequestratore? Il vero pericolo è in casa? E perché quei fantasmi minacciosi? Forse la bambina è malata? Forse ha la facoltà di vedere i morti? A partire da The Sixth Sense – Il Sesto Senso di M. Night Shyamalan (1999), il puzzle delle citazioni, dei rimandi e delle associazioni tematiche con altre pellicole procede attraverso Fenomeni Paranormali Incontrollabili di Mark L. Lester (1984, tratto dal celebre romanzo L’Incendiaria di Stephen King del 1980), Midnight Special di Jeff Nichols (2016), Logan – The Wolverine di James Mangold (2017) e arriva ai recenti Morgan di Luke Scott (2016), Prodigy di Alex Haughey e Brian Vidal (2017) e Thelma di Joachim Trier (2017). Ma prima ancora che la sceneggiatura riveli per accumulo piccole stille di verità e ci guidi progressivamente al rocambolesco colpo di scena finale, non sono i poteri di Chloe e la sua particolare natura di “millennial freak” ad essere al centro della narrazione, quanto piuttosto il complesso rapporto con la figura paterna.

È questo il cuore emotivo e lirico della pellicola, e certamente è questo il passaggio che funziona meglio. Nella mezz’ora conclusiva, infatti, il film cambia notevolmente ritmo, introduce massicci elementi di action, dichiara apertamente la propria matrice fantascientifica e trabocca di suggestioni fumettistiche à la Marvel, non disdegnando riferimenti sottotraccia alle questioni politiche e sociali che affliggono il Terzo Millennio. Tra inseguimenti precipitosi, effetti di computer grafica a go go, smaterializzazioni e reincarnazioni a scoppio ravvicinato, commento sonoro ridondante e loop temporali che si accavallano senza soluzione di continuità, la pellicola perde indubbiamente in fascino e magia, con la sceneggiatura che zoppica vistosamente in termini di coesione narrativa e risucchia lo spettatore in un denso vortice di eventi piuttosto confusionari che disorienta un tantino. Ma questo improvviso scarto di ritmo e di senso non impedisce comunque di apprezzare il corredo dei riferimenti all’attualità socio-politica – il terrorismo, i muri eretti al fine di regolare i flussi migratori, l’ambiguità dei governi – e la rilettura in salsa sci-fi di una tematica antropologica e psicologica universale come quella della sottile e precaria distinzione tra “buono” e “cattivo”, tra “normale” e “diverso”. E si ritorna, così, a quanto detto in principio sulla percezione che si ha dell’altro, sulla paura che l’altro insinua in noi e sull’irresistibile tendenza a tracciare un recinto all’interno del quale sentirci, a nostra volta, “altro dall’altro”. Non può non venire in mente, per esplicita ammissione degli stessi registi, un film come District 9 (2009), diretto da Neill Blomkamp e prodotto da Peter Jackson, che trattava in un contesto fantascientifico argomenti quali la xenofobia e la segregazione razziale, applicati dagli umani ad una popolazione di profughi alieni spregiativamente chiamati “prawn” (“gamberi”). Notevolissimo il lavoro collettivo del cast, con le prove eccellenti e a loro modo inquietanti di Emile Hirsch e Bruce Dern e con la straordinaria performance della deliziosa Lexy Kolker, solo nove anni ma già un ricco bagaglio di esperienze cinematografiche e televisive alle spalle (The Little Mermaid, 2017; Our Little Secret, 2017; Female Fight Club, 2016; le serie televisive Shooter, 2016-2018, e Agents of S.H.I.E.L.D., 2017-2018). Freaks si rivela, in conclusione, un ottimo prodotto sci-fi dall’approccio volutamente minimalista, efficace soprattutto nel proiettare ansie e paranoie a mano a mano che si procede all’interno, a ritroso, dal “fuori” al “dentro” – di un’architettura, di una stanza, di un occhio, di una mente  – con una notevole vena intimista e con un tocco personale capace di riformulare exempla ampiamente abusati dalla cinematografia fantascientifica.

 

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Presentato in anteprima mondiale al FEST International Film Festival 2018 di Belgrado e passato attraverso numerosissime rassegne sci-fi internazionali – dal Brussels International of Fantasy Film all’itinerante Raindance Film Festival, dal Fantaspoa International Fantastic Film Festival di Porto Alegre al Festival di Sitges, solo per citarne alcuni – collezionando un ricco bottino di premi, candidature e menzioni speciali, Ederlezi Rising è l’opera prima del regista serbo Lazar Bodroža (autore, nel 2010, di un video short dal titolo Uber Life: An Interactive Movie, di cui ha curato anche la sceneggiatura). La pellicola è stata co-prodotta dalla serba Mir Media Group e dalla statunitense Balkanic, mentre i diritti internazionali sono gestiti dalla società americana Arclight Films. Terra, 2148. Il capitalismo ha sfruttato ogni parte del mondo e viene sostituito dal socialismo al fine di riportare equilibrio tra gli esseri umani. Le grandi industrie stanno colonizzando altri pianeti. Milutin, 37 anni, è un astronauta che, dopo una lunga preparazione in Russia e varie missioni di successo, fa domanda per affrontare quella che è al momento l’impresa spaziale più rischiosa: il viaggio inaugurale della Ederlezi Corporation verso Alpha Centauri. Il profilo di Milutin mostra alcune problematicità nella vita privata, in particolare la difficoltà ad instaurare relazioni con le donne, tra assenza di empatia e maltrattamenti reciproci. Su ordine di un ingegnere sociale della riformata USSR che agisce per conto della Ederlezi Corporation, Milutin viaggerà accompagnato da Nimani, un’androide femminile creata ad hoc da un team di programmatori e che verrà plasmata in base al profilo psicologico dell’uomo. Mentre l’astronave viaggia verso i confini della galassia, i due, unici passeggeri, si occupano della gestione e della manutenzione della nave e, al contempo, iniziano una torbida relazione sessuale. Come previsto e auspicato dai suoi datori di lavoro, il protagonista inizia ad instaurare un’intensa relazione con la donna cibernetica, prima fisica, poi assai più profonda e complessa. Al contempo Nimani, che dallo scambio emotivo e verbale con lui apprende ed evolve il proprio sistema, lentamente è trasformata dall’influenza del suo amante in carne ed ossa, acquisendo un’assai differente personalità. Quando poi Milutin, volendo liberarla, riesce a cancellare con uno stratagemma tutti i codici comportamentali dagli ingegneri, inaspettata è l’evoluzione della sua robotica amante.

Tratto dall’omonimo racconto breve di Zoran Nešković e sceneggiato da Dimitrije Vojnov (già screenwriter di Little Buddho, acclamata commedia serbo-slovena del 2014 diretta da Danilo Bećković, di Montevideo, God Bless You!, diretto da Dragan  Bjelogrlić e candidato per la Serbia agli Oscar 2010 come miglior film straniero, e del suo sequel See You in Montevideo, sempre diretto da Bjelogrlić e candidato per la Serbia nella stessa categoria agli Oscar 2014), Ederlezi Rising si rivela una pellicola visivamente affascinante e dalla cifra stilistica estremamente ambiziosa, imbevuta di riferimenti alla cultura cinematografica e letteraria sci-fi degli anni Settanta ed Ottanta e a tutto il corollario di stilemi, τὸποι ed approcci che ne è derivato, dagli scenari cyber-punk alle nuance dark e post-moderne. Soprattutto, il film si muove dichiaratamente, e non sempre con disinvoltura, tra due modelli che sembrano polarizzare il background  personale dell’autore, Solaris di Andrej Tarkovskij (1972) e Blade Runner di Ridley Scott (1982), senza dimenticare A. I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg (2001), mentre la tematica della “umanizzazione” di software o, comunque, di avveniristici ritrovati tecnologici richiama da vicino il recente Marjorie Prime di Michael Almereyda (2016), pure tratto da un romanzo, di Jordan Harrison, finalista al Pulitzer Prize for Drama 2015. Insomma, Bodroža sceglie di confrontarsi con un universo sci-fi ben definito e collaudato nel corso dei decenni: quello della trasposizione cinematografica autoriale di capisaldi della narrativa letteraria di fantascienza, da Stanisłav Lem a Isaac Asimov, da Brian Aldriss a Philip K. Dick, da Arthur C. Clarke a Ray Bradbury. L’ambientazione, claustrofobica e minimalista, è quella degli interni di un astronave, tra angusti corridoi asettici e neutri, pareti metalliche ed arrugginite, salette avvolte nella penombra e illuminate da bagliori sintetici e da neon intermittenti: una location essenziale e spoglia che si rivela funzionale ad accogliere una narrazione di taglio esistenzialista su temi universali come l’amore, l’empatia, la relazione con l’altro, l’isolamento e l’alienazione, il progresso tecnologico e il concetto stesso di umanità, oltre che efficace nel suo riallacciarsi a precise coordinate visive sci-fi. L’incontro-scontro tra Milutin e Nimani dà vita ad una serie interminabile di dialoghi – dapprima prosaici e maliziosi, poi sempre più filosofici e astratti – volti ad esplorare gli interrogativi più profondi e le angosce più intime dell’essere umano, in una prospettiva che a mano a mano rovescia inevitabilmente pregiudizi, idee e percezioni: l’uomo in carne ed ossa finisce con l’apparire come un automa distaccato e frustrato, nichilista e sconfitto, solitario e capace solo di soddisfare la propria libido, mentre il robot si scopre progressivamente in grado di evolversi, di autogovernarsi attraverso le esperienze acquisite, di provare tutta la gamma delle emozioni umane. Quello che Bodroža intende svolgere è principalmente un discorso sulla coscienza di sé, sulla scoperta dell’altro e sulla necessità delle relazioni e della conoscenza reciproca per comprendere davvero chi siamo e cosa vogliamo. La stratificazione narrativa della sceneggiatura suggerisce numerose letture sottotraccia: dall’attualità politica alle reminiscenze da “Guerra Fredda” e da spy-story fantascientifica – come suggeriscono gli onnipresenti display in cirillico e cinese – alle questioni ideologiche e sociologiche richiamate dai titoli di apertura, e appare sorretta anche – a ben vedere – da una notevole dose di humour cinico e disilluso, ma il suo cuore pulsante resta confinato nei processi interiori innescati dai dialoghi dei due protagonisti, tanto algidi e di un’assolutezza astratta in superficie quanto intensi e magmatici alla radice. Film di pieni e di vuoti, di silenzi e di parole, di involucri e di corpi, Ederlezi Rising è una riflessione amara e disincantata che trascina l’amore su di un piano inattingibile e teorico, lontano dai toni melodrammatici di Passengers di Morten Tyldum (2016) e da quelli paranoici di The Astronaut’s Wife di Rand Ravich (1999). Del tutto privo di ritmo e totalmente disinteressato all’azione scenica, il regista serbo si assume consapevolmente il rischio di peccare di presunzione e di imbarcarsi in un percorso fin troppo denso di link semantici e di sedimenti ipertestuali. E il suo prodotto, in effetti, ammalia e annoia al tempo stesso, intriga nella stessa misura in cui irrita, ridonda di eloquio senza però coinvolgere del tutto così come si libra in immagini e visioni che al contrario toccano corde recondite. Ed è anche un viaggio lirico attraverso i meandri del sesso e del desiderio carnale, quasi scarnificato e sublimato – se si esclude la sequenza dello stupro – fino a diventare esibizione puramente estetica. L’attore sloveno Sebastian Cavazza (On the Path, 2010; You Carry Me, 2015; Men Don’t Cry, 2017) è brizzolato quanto basta e mostra la giusta dose di dolente riottosità e sensuale virilità, donando quindi al suo Milutin un efficace physique du rôle per le numerose scene di effusioni epidermiche e di sesso, ma appare ben lontano dall’infondere al suo personaggio quella complessità e quelle sfaccettature che avrebbe meritato. La modella statunitense di origine serba Stoya, al secolo Jessica Stoyadinovich, smette i panni della icona del porno digitale e dell’hardcore per vestire con discreta padronanza e credibilità quelli dell’androide Nimani (vagamente somigliante alla Leeloo de Il Quinto Elemento di Luc Besson, 1997), confermando un’evoluzione che negli ultimi anni l’ha portata a farsi paladina e attivista militante per i diritti delle donne, a collaborare con numerose testate giornalistiche (The New York Times, The Guardian, VICE) e a scrivere una raccolta di saggi dall’accattivante titolo Philosophy, Pussycats and Porn, uscita il 25 giugno 2018 per i tipi di Not A Cult. Il senso di straniamento è veicolato anche attraverso l’eterea, forse a tratti eccessiva, colonna sonora di Nemanja Mosurović, con tanto di coro femminile e di organo, mentre la fotografia di Kosta Glušika regala alle scene un intenso pittoricismo che, unito alla partitura compositiva delle inquadrature registiche, sembra richiamare le creazioni suprematiste di un Malevič e certa iconografia dell’avanguardia cinematografica sovietica.

 

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Presentato in anteprima internazionale al Tribeca Film Festival 2018 di New York e premiato per la miglior sceneggiatura al Fantaspoa Fantastic Film Festival di Porto Alegre, The Dark è una produzione interamente austriaca che segna l’esordio in un lungometraggio del giovane regista e sceneggiatore statunitense Justin P. Lange (Something Left, cortometraggio del 2008; Vater Paul, cortometraggio del 2010), coadiuvato dall’altrettanto giovane ma già esperto direttore della fotografia austriaco Klemens Hufnagl (Die Einsiedler, 2016; Macondo, 2014; oltre a numerosi corti, documentari e film per la televisione). La pellicola, girata in Canada nelle foreste dell’Ontario nord-occidentale, è l’adattamento “estensivo” di un omonimo cortometraggio ideato e diretto dallo stesso Lange e risalente al 2013. Una macchina attraversa desolate strade costeggiate da alberi e da boschi. Al volante, un uomo di nome Josef, palesemente nervoso per qualcosa: questi entra in un negozio di beni di prima necessità adiacente ad una pompa di benzina, acquista di fretta dei cereali e altre cose da mangiare, poi si rivolge all’individuo in cassa per pagare e chiede una mappa dei dintorni. Il suo interlocutore gli domanda se sia anche lui intenzionato a visitare il Devil’s Den, la Tana del Diavolo, luogo dalla fosca nomea poiché molti dei visitatori che vi sono andati non hanno mai più fatto ritorno. Ma ecco che, sullo sfondo, il telegiornale parla di un pericoloso rapitore: è proprio il nuovo arrivato, che d’improvviso spara al negoziante, poi imbocca la porta e fugge sgommando verso la zona maledetta. Qui s’imbatte in una casa fatiscente, abitata da una creatura famelica e ferina che lo aggredisce. Mina è una ragazzina zombie, assassinata molti anni prima e divoratrice di carne umana. Ma nel bosco, nascosto nel bagagliaio dell’auto di Josef, trova Alex, un ragazzino che è stato rapito e maltrattato al punto che gli sono stati cavati gli occhi. La decisione di lasciarlo vivo getterà la sua esistenza nello scompiglio, costringendola a riesaminare quanto della sua umanità sia stato in grado di distruggere chi l’ha uccisa.

Anche in The Dark è centrale il tema del “diverso”, della paura atavica che suscita, della solitudine e della sofferenza che questo stato esistenziale comporta e della necessità di conoscere a fondo chi ci vive accanto prima di lasciarsi andare a giudizi affrettati. La patina horror con la quale Lange e Hufnagl rivestono il film (che sembra inizialmente prendere la strada di uno dei tanti slasher seriali à la Wrong Turn o Le Colline Hanno Gli Occhi) è in realtà un pretesto per costruire una delicata ed intimistica favola nera dai risvolti addirittura sentimentali e poetici. Le ambientazioni cupe e gotiche, di indubbio fascino visivo, non traggano in inganno: la paura è circoscritta a pochissimi passaggi, resi comunque con efficacia e una buona costruzione della suspense, qualche scricchiolio di assi e pavimenti ed una manciata di aggressioni cruente a suon di ascia. Ma il nucleo tematico e concettuale di The Dark è tutt’altro, come detto, ed è soprattutto l’ottimo utilizzo di un paio di flashback a rivelarne la drammaticità e l’intensità emotiva. Ancora una volta, infatti, scopriamo che a fare davvero paura sono semplicemente gli uomini, le persone cosiddette “normali”, quelle in carne ed ossa. La peculiarità del film è quella di riuscire, allo stesso tempo, a spaventare, coinvolgere, commuovere, creare empatia con i personaggi e, soprattutto, raccontare una storia. Tutti i registri emotivi sono attentamente scandagliati ed inseriti nella pellicola con i giusti tempi ed una capacità di amalgama davvero sorprendente. Si dispiega così, a mano a mano che ci si addentra nella narrazione, un intenso e straziante ritratto di bambina, portata dalla fame, dalla rabbia e dal desiderio di vendetta a mordere giugulari, squartare addomi e banchettare con viscere ed organi umani, pronta ad organizzare spietate strategie di attacco, eppure infinitamente sensibile e tenera qualora ci si sforzi di comprendere le sue ragioni e la sua solitudine. La sua è una duplice condanna e una doppia sofferenza: non un contagio idrofobico o un’epidemia batterica l’hanno resa ciò che è, ma soltanto il dolore e la disperazione per una sorte ingiusta ed una fine prematura. La relazione tra Mina ed Alex fa venire in mente la delicatezza dei protagonisti di Mon Ange, liricissimo e sensoriale film di Harry Cleven proiettato al TS+FF 2016. Nella pellicola del regista belga i due protagonisti erano un ragazzino invisibile, appunto Mon Ange, e un’adolescente cieca, Madeleine, qui invece troviamo una piccola zombie fredda e in decomposizione e un ragazzino inerme e privato della vista. L’importanza e, al tempo stesso, la fugacità e la fallacia dei sensi, dunque. La capacità e la voglia di ascoltarsi e di conoscersi, prescindendo dallo sguardo e dall’apparenza. Anche perché, si sa, quest’ultima è ingannevole e solo chi guarda oltre, e non si limita all’organo della vista, è in grado di capire, di perdonare, di amare. In fondo, anche Mina e Alex sono due creature invisibili, oltre che sole, laddove l’invisibilità è una condizione esistenziale imposta o comunque “necessaria” per sopravvivere, non certo un dono soprannaturale. I loro dialoghi sono quelli di due bambini, eppure non sono affatto banali e puerili, sono colmi di senso e vibranti di suoni, sorprendono e incantano per delicatezza e pregnanza. Il loro rapporto è una progressiva ammissione di bisogno reciproco: Alex viene rapito due volte, ma mentre l’umano Josef lo ha accecato, malmenato e costretto a restare chiuso in un cofano attraverso una rigida serie di regole sadiche da rispettare, l’inumana Mina lo protegge e lo accudisce, lo nutre e lo guida per i boschi, riconsegnandolo alla vita, alla visibilità, al mondo. In The Dark c’è indubbiamente qualcosa del notevole horror svedese Lasciami Entrare (2009) di Tomas Alfredson, ma ci sono anche le favole struggenti e i personaggi freak ed emarginati di Tim Burton. I giovanissimi Nadia Alexander (Jamie Marks is Dead, 2014; Fan Girl, 2015; Blame, 2017, per la cui interpretazione di Melissa Bowman è stata premiata come “Best Actress in a U. S. Narrative Feature Film” al Tribeca Film Festival di quell’anno) – volto noto di numerose serie televisive e già protagonista di svariate pellicole cinematografiche – e Toby Nichols (Desolation, 2017) – pure apparso in numerosi cortometraggi, serie televisive e pellicole televisive per ragazzi – rivelano un’eccezionale alchimia e stupiscono per freschezza recitativa e credibilità. Pochi e piccoli gesti, come il calore di un accendino nel gelo di un bosco brumoso, il sapore di una minestra calda, l’immagine di un disegno a carboncino. La fotografia di Hufnagl è gelida come la foresta che riprende, cupa come le tenebre, de-saturata come un inverno perenne, perfetta per un affresco echeggiante suggestioni ossianiche e preromantiche. La bellissima colonna sonora, in particolare le note della struggente Equally Damaged dei Blonde Redhead, accompagna con straordinario afflato emotivo alcune delle scene più significative del film. Un film, The Dark, che meriterebbe davvero una distribuzione massiccia nelle sale.