TS+FF 2018 – Prospect, El Año de la Plaga, Await Further Instructions

Salutiamo il Trieste Science+Fiction Festival 2018 con i film di Chris Caldwell e Zeek Earl (Canada/USA), Carlos Martín Ferrera (Spagna) e Johnny Kevorkian (UK). La paura dell’altro in salsa sci-fi

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Dopo aver approfondito la tematica della diversità e di quanto spesso siano gli umani stessi ad apparire in-umani al cospetto di androidi, zombie o freak dotati di super-poteri, la rassegna triestina dedicata al “fantastico” propone una serie di pellicole che offrono riflessioni e spunti sulla questione della paura dell’altro, della diffidenza, del sospetto che si fa paranoia e della difficoltà a costruire rapporti basati sulla fiducia reciproca.

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SENTIERISELVAGGI21ST N.12 – COVER STORY: TOM CRUISE, THE LAST MOVIE STAR

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DARIO ARGENTO – L’AMORE E IL TERRORE, A CURA DI GIACOMO CALZONI

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Opera di esordio dei giovani registi e sceneggiatori statunitensi Chris Caldwell e Zeek Earl (Flirting’s for Dummies, 2009, cortometraggio), già autori in collaborazione dei cortometraggi In The Pines (2011) e Redempion, Man (2016), Prospect è stato presentato il 5 marzo scorso al South by Southwest Film Festival di Austin, dove ha ottenuto un “Adam Yauch Hörnblowér Award”, passando poi al Philadelphia Film Festival, al Seattle International Film Festival e nella sezione Alice nella Città della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. La pellicola è tratta dal pluripremiato omonimo cortometraggio scritto da Caldwell e diretto sempre dalla coppia di registi di Seattle, risalente al 2013 e pure presentato al SXSW Film Festival di quell’anno. Damon (Jay Duplass) e sua figlia adolescente, Cee (Sophie Thatcher), atterrano su una remota luna boscosa chiamata la “Frontiera” per una pericolosa missione volta ad estrarre preziosissime gemme, dall’esotico nome di “Aureolac”, che crescono in viscide sacche organiche disseminate nel terreno, protette per di più da un involucro che assomiglia ad un baccello gassoso da asportare con un delicato procedimento chirurgico. A fare gola è soprattutto una di queste gemme ubicata in un’area misteriosa chiamata “Tana della Regina”. Una volta lì, si imbattono in Ezra (Pedro Pascal), un altro cercatore professionista con intenzioni ben poco pacifiche e un gigantesco aiutante muto e armato. In breve la situazione precipita e le motivazioni e l’affidabilità di ciascuno verranno messe alla prova, mentre la strada verso la navicella che potrebbe riportare tutti a casa si fa sempre più irta di pericoli, tra afflati di avidità e un ambiente tanto selvaggio quanto tossico in cui nessuno vuole rimanere bloccato per sempre.

Girato all’interno del rigoglioso Olympic National Park nello stato di Washington, tra piante sempreverdi, enormi felci, muschi e denso fogliame, la pellicola è un curioso ibrido tra sci-fi, romanzo di formazione e western post-atomico e fa delle idee e della creatività degli autori un surrogato alla consueta esiguità del budget delle produzioni indipendenti. Una profonda alchimia, quella tra Caldwell e Earl, risalente alla frequentazione della Seattle Pacific University e influenzata dagli scenari e dai paesaggi del Nord-Ovest del Pacifico, costante fonte di ispirazione. Sin dalle prime immagini, infatti, si intuisce l’importanza che nel film avrà l’aspetto squisitamente atmosferico, dalla luce solare color miele che filtra nel sottobosco attraverso alberi secolari, creando nuance ambrate di grande suggestione, ai vorticanti granelli di polline iridescente che turbinano in primo piano. La predisposizione di Caldwell alla scrittura e alla verbosità si sposa perfettamente con il talento visivo e l’approccio più estetico di Earl. Prospect è un viaggio dalla sensibilità retro-futuristica e volutamente lo-fi che preserva la volontà dei due registi di lavorare senza rinunciare alla componente analogica e che fa un modesto affidamento su CGI ed effetti digitali. Insomma, più Silent Running di Douglas Trumbull (1972) che 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick (1968). Imbevuta di riferimenti alla fantascienza degli anni Settanta ed Ottanta, per esplicita ammissione dei registi, la pellicola declina su un registro più energico e grintoso modelli imprescindibili come Guerre Stellari di George Lucas (1977-2005) e Blade Runner di Ridley Scott (1982), ma guarda anche allo stile e alle tematiche di autori come Paul Thomas Anderson – in particolare Sydney (1996) e The Master (2012) – e ai fratelli Coen di Non è un Paese per Vecchi (2007) e Il Grinta (2010), con qualche accento eastwoodiano da Il Cavaliere Pallido (1985) e Gli Spietati (1992). Il tema della missione e della ricerca attraverso aree disastrate e foreste tossiche evoca alla mente il recente Annihilation di Alex Garland (2018) e la saga di Predator (1997-2018), mentre la componente paranoica e le dinamiche relazionali improntate al sospetto reciproco echeggiano La Cosa di John Carpenter (1982) e Il Mio Nemico di Wolfgang Petersen (1985). La storia si dipana attraverso fittissimi dialoghi di matrice esistenziale e momenti action, sfruttando un bizzarro immaginario naturalistico dal sapore vagamente lovecraftiano ed un costume design che potremmo definire “operaio”, ottenuto assemblando materiali di vario genere rinvenuti in una discarica, tra enormi caschi e stravaganti tute grigio-blu di fattura artigianale, grossolane apparecchiature minimaliste e mal funzionanti da b-movie fantascientifico dei Seventies e armi improvvisate dall’aspetto di innocui giocattoli e, tuttavia, estremamente micidiali. Il soggetto principale della pellicola verte sulla difficile costruzione del rapporto tra un padre avido e senza scrupoli, ossessionato dalle gemme e poco incline a sentimentalismi e slanci affettivi, ed una figlia adolescente disillusa e “imbastardita” che, con scarse notizie sulla madre e in assenza di un amorevole figura genitoriale, tende ad isolarsi attraverso un paio di cuffie nell’ascolto di musica, abituata ormai a contare sulle proprie sole forze. Il film è una continua trattativa per salvare la propria pelle, tra minacce e promesse, ricatti e compromessi, in una corsa istintuale alla sopravvivenza che spesso lascia pochissimi margini di scelta. La sceneggiatura di Caldwell privilegia l’immedesimazione emotiva dello spettatore nei personaggi principali rispetto all’approfondimento psicologico degli stessi, calcando talvolta troppo la mano su una verbosità, non sempre fluida, che finisce con l’appesantire e complicare inutilmente la vicenda. Ad esempio, non viene approfondita abbastanza – ed è un peccato – la dinamica relazionale che si instaura tra Cee ed Ezra, una sorta di surrogato della figura paterna agli occhi della ragazzina, seppure in un mondo di sciacalli e di lupi, poco importa se umani o alieni. Brillano le interpretazioni del cileno Pedro Pascal (The Great Wall, 2016; The Equalizer 2 – Senza Perdono, 2018) – volto noto soprattutto agli appassionati di serie televisive per i ruoli del principe Oberyn Martell ne Il Trono di Spade (2014), dell’agente speciale FBI Markus Pike in The Mentalist (2014) e dell’ispettore Peña in Narcos (2015-2017) – e della giovanissima Sophie Tatcher (apparsa nei cortometraggi Growing Strong, 2015, e Deb’s House, 2017), famosa per aver prestato il volto ai personaggi di Regan nella serie televisiva The Exorcist (2016), di Carolyn Clifford nella serie Chicago P. D. (2016) e di Deb nella serie Chicago Med (2018). Il primo è perfettamente a proprio agio nei panni di un personaggio ambiguo e sornione, affabulatore e arguto, in quanto tale estremamente moderno ed emblematico; la seconda sorprende per la capacità di affidare alle espressioni e agli sguardi il non detto e il carico delle proprie angosce e, se consideriamo che recita per lunga parte della pellicola imbolsita da un pesante scafandro sui generis, non si può che restare favorevolmente colpiti dalla sua performance. Un singolare coming-of-age a metà tra scenari fantascientifici e ambientazioni da natura estrema, quello proposto da Prospect, con qualche passaggio debole e non pochi difetti, specie in fase di screenplay, che lasciano nello spettatore un senso di incompiutezza, ma che affascina visivamente e intrattiene amabilmente 

 

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Tratto dall’omonimo romanzo con elementi fantascientifici e thriller del quarantunenne scrittore catalano Marc Pastor (Montecristo, 2007; La Mala Mujer, 2008; Bioko, 2013; Farishta, 2017), laureato in Criminologia e Politica Criminale e membro dello staff della polizia scientifica dei “Mossos d’Esquadra” di Barcellona, El Año de la Plaga è il terzo lungometraggio del regista, sceneggiatore e produttore quarantaquattrenne andaluso Carlos Martín Ferrera (Zulo, 2005; Suspicious Minds, 2010), attualmente impegnato nella post-produzione di La Jauría, la cui uscita in Spagna è prevista a marzo 2019. Della sceneggiatura si è occupato Miguel Ibáñez Monroy, mentre la direzione della fotografia è affidata a Gris Jordana. Supportato da un budget di circa due milioni di euro, il film è prodotto dalla Zentropa Spain di David Matamoros che torna al genere sci-fi dopo Vulcania di José Skaf, proiettato al Trieste Science-Fiction Festival 2016. Presentata al recente Brussels International Film Festival e proiettata, tra le altre rassegne, al Festival di Sitges e al Festival Internacional de Cine di Guadalajara, la pellicola è una divertente e stravagante rivisitazione di paradigmatici exempla del cinema di fantascienza in salsa comedy ed umoristica. La storia ci porta a Barcellona, in estate, dove il protagonista, l’immaturo Víctor (Iván Massagué), impiegato presso un centro di assistenza sociale per anziani, è stato da poco lasciato dalla fidanzata Irene (Ana Serradilla). I suoi amici vogliono trovargli una nuova fidanzata, ma lui pensa di non poter superare questa rottura, essendo ancora innamorato della donna. Finalmente, dopo mesi di auto-compatimento e isolamento, si lascia convincere ad uscire con una ragazza, la bella ed estrosa Lola (Miriam Giovanelli), ma proprio durante quello che pare essere un perfetto primo appuntamento, Irene lo chiama in preda al panico. Nell’ospedale in cui la donna lavora sono avvenuti sconvolgenti ed inspiegabili fatti: i pazienti, anche quelli più gravi, sono miracolosamente rinsaviti; un cadavere, arrivato nell’obitorio della struttura sanitaria, appare ricoperto di una singolare e densa patina, quasi un bozzolo, rimuovendo il quale si è scoperto che i lineamenti del viso sono stati completamente cancellati. La situazione precipita, la gente comincia a comportarsi in modo strano, molte persone tentano il suicido, le notizie dei media sono confuse, internet smette di funzionare correttamente e la copertura dei cellulari è carente. Soltanto alcune categorie di individui sembrano immuni al contagio, ovvero gli anziani, i giovanissimi, le donne incinte ed i malati terminali. Volendo recuperare la fiducia di Irene, Víctor, avido consumatore di fumetti, serie televisive e film e influenzato da questa sua passione al momento di trovare una spiegazione a tutto, decide di indagare su ciò che sta realmente accadendo, scoprendo che tutte queste stranezze sembrano avere solo un aspetto in comune: la presenza di una singolare pianta di eucalipto nei luoghi degli avvenimenti.

Chiaramente ispirato alla trama de L’Invasione degli Ultracorpi (1955), El Año de la Plaga è un irriverente e scanzonato omaggio al leggendario cult di Don Siegel e a tutto il filone sci-fi che ne è derivato, giocando ed ammiccando ripetutamente con lo spettatore attraverso un’infinita serie di citazioni esplicite sottolineate direttamente dal protagonista nel corso della narrazione. La divertentissima sequenza di apertura, che anticipa una scena che vedremo molto più avanti nel film, rappresenta il manifesto programmatico del lavoro di Ferrera e il nucleo concettuale che ne ha caratterizzato l’approccio: “Sono in un remake?”, si chiede perplesso il protagonista, prima di concludere seccato “Io odio i remake!”. È fondamentalmente qui lo spirito della pellicola, in una goliardica e grottesca, quanto appassionata, rimodulazione di stilemi e visioni filmici che hanno scolpito nell’immaginario comune il terrore dell’invasione aliena e la paranoia del “replicante”, doppio sintetico che si sostituisce all’originale umano, prendendone organicamente le sembianze. Vediamo così scorrere sullo schermo una rocambolesca carrellata di situazioni e trovate che declinano su un registro surreale e comico le suggestioni di genere di una sterminata, ma specifica corrente cinematografica: da Terrore dallo Spazio Profondo di Philip Kaufman (1978) a Ultracorpi – L’Invasione Continua di Abel Ferrara (1993), da Blade Runner di Ridley Scott (1982) al coevo La Cosa di John Carpenter, fino a Invasion di Oliver Hirschbiegel (2007). Ma il celebre racconto di Jack Finney, pubblicato tra novembre e dicembre del 1954 sulla rivista “Collier’s” e alla base delle trasposizioni cinematografiche di Siegel e Kaufman, viene frullato insieme con la psichiatria attraverso i riferimenti alla “sindrome di Capgras”, rara malattia patologica descritta per la prima volta nel 1923 dallo psichiatra francese Joseph Capgras e che porta chi ne è colpito alla ferma convinzione che le persone a lui care siano state rimpiazzate da replicanti o da impostori a loro identici: una “illusion des sosies” che però illusione non è, dal momento che la percezione sensoriale dei pazienti è intatta. Insomma, niente paura e ridiamoci sopra, sembra dire Ferrera – e in effetti i grugniti e il digrignare di denti degli infetti fanno più che altro sorridere, altro che il terrificante suono prodotto da Donald Sutherland nella pellicola del 1978! – che si diverte a dissacrare aspettative e ansie del pubblico e gli abusati cliché del filone alien invasion, regalando esilaranti momenti di puro intrattenimento, spassose digressioni melodrammatiche e passaggi che intendono parodiare i tic e le nevrosi dei millennials. Dopo tutto, il ritratto di Víctor è esattamente il prototipo del quarantenne di oggi, un po’ nerd e un po’ Peter Pan, irrisolto ed emotivamente instabile, “bamboccione” e incapace di assumersi responsabilità, eppure animato da un candore di fondo e da una spontanea bonarietà che porta lo spettatore a guadarlo con indulgenza e simpatia. Assoluto baricentro emotivo e narrativo del film, Víctor vede tramutarsi in realtà quelle che in fondo sono le sue angosce e le sue paure, nutrite dalle sue maratone televisive e cinematografiche, ad introdurre nel plot un’ulteriore sottotraccia appena più critica e drammatica, quella della dipendenza dai media e della confusione che possono ingenerare nella mente di chi ne abusa. Un antieroe per costituzione costretto ad indossare i panni dell’intrepido eroe e a scegliere tra realtà e apparenza, tra vita e amore, in un finale toccante che imboccherà una svolta inaspettatamente seria. La scena della tortura a base di schiaffi e recisione di falangi tra Irene e Lola, che si lanciano reciproche accuse di essere dei cloni anaffettivi e si contendono la fiducia e l’amore del protagonista, fa il paio, per indice di gradimento, con quella in cui Víctor usa la strategia di mimetizzarsi da infetto con un portamento inespressivo e meccanico ma proprio per questo viene pestato a sangue per strada da un individuo non contaminato o con lo scontro da western metropolitano tra bande di cloni ed “umani” ospedalizzati a suon di mazze e badili. El Año de la Plaga conferma, in conclusione, la grande vivacità di spunti e di registri narrativi della recente cinematografia spagnola di genere e si affida alla verve comica e al look scarmigliato del catalano Iván Massagué, interprete televisivo, cinematografico e teatrale dalla ormai ventennale esperienza e dalla collaudata sensibilità (Il Labirinto del Fauno, 2006; Los Últimos Días, 2013; Kamikaze, 2014; Pancho, El Perro Milionario, 2014; Cerca de Tu Casa, 2015).

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Presentato in anteprima mondiale al Cinepocalyps di Chicago (dove ha ottenuto un “Audience Award”) e proiettato anche al London FrightFest Film Festival, al Festival di Sitges e al Lund International Fantastic Film Festival, Await Further Instrucions è il secondo lungometraggio del regista e sceneggiatore britannico Johnny Kevorkian (The Disappeared, 2016), già autore di numerosi cortometraggi (The Wake, 1997; Seizures, 1998; Fractured, 2007). Basato su una sceneggiatura di Gavin Williams, il film si avvale della fotografia di Annika Summerson, del commento sonoro di Richard Wells e degli sforzi congiunti in fase di produzione delle case inglesi Goldfinch Studios e Shudder Films. Vigilia di Natale. Nick Milgram (Sam Gittins) e la fidanzata straniera Annji (Neerja Naik) fanno visita alla famiglia di lui. L’uomo ha ormai pochissimi rapporti con i suoi familiari a causa dei continui litigi e del rancore verso la superficiale sorella Kate (Holly Weston) e soprattutto il padre Tony (Grant Masters), figura autoritaria ed arrogante. Tra l’acidità del nonno e l’indifferenza di Scott, il fidanzato di Kate, soltanto la madre Beth (Abigail Cruttenden) si dimostra accogliente e felice di conoscere Annji. La situazione tra i convitati degenera tanto che, all’alba del mattino dopo, i due ragazzi decidono di andarsene, ma scoprono che l’intera casa è stata come sigillata da una sorta di barriera che impedisce di uscire verso l’esterno. La televisione è sintonizzata su quello che sembra essere un canale di emergenza ed in breve tutti pensano si tratti di una misura cautelativa da parte del governo a causa di un attentato. Ma in breve le indicazioni che arrivano dalla televisione cominciano a diventare sempre più strane ed inquietanti, portando alla luce e approfondendo le divisioni ed i contrasti tra chi non si fida di ciò che appare su quello schermo e chi trova nella disciplina imposta dall’alto l’unica cosa degna di fede. In breve tutto precipiterà verso una escalation assurda ed allucinante di eventi, con i protagonisti, ormai prigionieri nella casa, che si troveranno sempre di più gli uni contro gli altri.

Riallacciandosi idealmente al ricchissimo filone degli slasher e degli horror di ambientazione natalizia – solo per citarne alcuni, Silent Night, Bloody Night (1972), il cult Black Christmas (1974) e il suo remake del 2006, Christmas Evil (1980), la saga di Silent Night, Deadly Night (1984-2012), Santa’s Slay (2005), The Children (2008), fino ai recenti Red Christmas (2016) e Safe Neighborhood dello stesso anno – Kevorkian fornisce la sua personale lettura di questo particolare sottogenere, virando però su un registro sci-fi denso di riferimenti alla società e alla politica contemporanee. Un nucleo familiare disgregato e disfunzionale è la lente d’ingrandimento attraverso la quale il talentuoso regista inglese scandaglia paranoie, ansie e paure che affliggono i nostri tempi: attacchi terroristici, disastri ambientali, guerre atomiche, armi di distruzione di massa, epidemie batteriologiche, disintegrazione delle strutture sociali tradizionali, bombardamento mediatico, alienazione. In particolare, Await Further Instructions è una metafora nera come la pece della situazione socio-politica della Gran Bretagna di oggi, alle prese con le conseguenze della Brexit e le correnti di pensiero che intendono sottoporla ad un nuovo referendum, e dell’Europa contemporanea, attraversata da un’onda montante di rigurgiti xenofobi e dal ritorno in auge di correnti nazionaliste e reazionarie. Le reminiscenze fantapolitiche di matrice orwelliana – da Nel 2000 non Sorge il Sole di Michael Anderson (1956) a Orwell 1984 di Michael Radford (1984), idealmente considerato il sequel del primo – i rimandi agli universi fantascientifici de L’Uomo che Fuggì dal Futuro di George Lucas (1971) e della trilogia di Matrix di Lana e Lilly Wachowski (1999-2003) e le citazioni disseminate qua e là a maestri come David Cronenberg, John Carpenter e David Lynch, oltre che al racconto breve “Through Channels” di Richard Matheson (1951), costituiscono in fondo un pretesto per raccontare la contemporaneità, tra disillusione, pessimismo, disfacimento e monito. E chissà che Festen (1998) di Thomas Vinterberg non sia passato in televisione durante le riprese. Un’analisi sociologica, diciamolo, un tantino ridondante e che può apparire presuntuosa, proprio in quanto consapevole e dichiarata, che non cancella qualche momento di autentico terrore ed una buona costruzione complessiva della suspense, ma che finisce inevitabilmente per fagocitare nella traccia cardine dell’allusione all’attualità ogni dialogo e quasi tutta la gamma delle sfumature emotive dei protagonisti, affidandosi troppo all’acutezza e allo spirito critico dello spettatore avveduto e stemperando, al contrario, il piacere e il gusto di lasciare al pubblico le chiavi di lettura e gli agganci semantici. Dai fantasmi del totalitarismo alle teorie del complotto, dalla pseudo-scienza del “lavaggio del cervello” alla massificazione dei feticci e delle tendenze, lungo è l’elenco delle sovrastrutture interpretative di cui la pellicola si fa carico, coniugando a questa carica di denuncia e a questa vis polemica da invettiva o da pamphlet digitale, per ovvio contrasto, una certa vena nostalgica per la temperie politica che fu, specie quella degli Eighties, non soltanto britannica, ma più in generale occidentale. Se Essi Vivono di Carpenter (1988) fu tacciata come pellicola filo-comunista o, comunque, espressione di una Hollywood “rossa” anti-capitalista e anti-americana, possiamo forse pensare che tra qualche decennio Kevorkian venga accusato, all’opposto, di filo-thatcherismo e di “apologia di edonismo”, considerato l’afflato vintage verso le suggestioni, non solo filmiche, degli anni Ottanta? Ecco, non prendiamoci troppo sul serio. Non si contano gli attacchi al sacro vincolo della famiglia e all’ordine costituito da parte di grandi cineasti del passato, anche e soprattutto attraverso la potente metafora dell’horror, ma quello che Kevorkian sembra volerci dire è che paranoia e diffidenza, ormai, governano gli istinti dell’uomo moderno non soltanto nelle grandi questioni di politica estera, ma proprio anche nel microcosmo familiare e che ad esso si è sostituita progressivamente un’altra forma di aggregazione sociale, quella del “branco” e dell’omologazione ai suoi diktat. Come a dire, è così stucchevole e retorico apparire buonisti che, per spirito di trasgressione e di comunanza social, conviene iscriversi all’albo dei cattivisti, dimenticando però, per l’appunto, che già da tempo anche il “cattivismo” è passato di moda proprio perché costituisce l’habitus preferito dalla massa. Ad ogni modo, al di là di tutte queste speculazioni, resta intatto il fascino visionario e la malia a tinte fosche di un film, supportato anche da un ottimo ed affiatato cast, che farà sicuramente discutere, sempre che si riesca a vederlo in sala.

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