TS+FF 2020: L’amore è fantascienza, la fantascienza non è solo amore

Jumbo, di Zoé Wittock e Mortal, di André Øvredal sfidano l’astratta sci-fi provando a farle raccontare l’amore terreno per una conturbante giostra meccanica e un discendente di Thor

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Il discendente di un Dio che s’innamora di una psicologa e la custode di un parco divertimenti che ne sposa l’attrazione principale: sono questi i due poli narrativi in cui l’edizione 2020 del Trieste Science+Fiction Festival ha collocato il sentimento dell’amore. É quindi ancora una volta la rassegna italiana più importante della fantascienza a provare a ricordare ai pigri frequentatori di genere che la sci-fi non è soltanto asettica immaginazione di un mondo altro ma può essere anche calda immagine di un sentimento alto. Due in particolare le opere in concorso che provano a smerigliare le consuete tematiche con l’attrazione più abrasiva che l’uomo è ancora in grado di provare: Jumbo, di Zoé Wittock e Mortal, di André Øvredal. Pur nella loro ovvia diversità, i due film compiono in questo senso un’operazione speculare: rinunciano alla grandeur concettuale dei cugini d’oltreoceano e virano verso il minimal estetico dei loro fratelli e sorelle. Invece che rischiare di replicare un immaginario che sembra tra l’altro già saturo – quando non sorpassato dagli eventi reali – la belga Bittock e il norvegese Øvredal ripiegano verso il localismo venato di fantascienza. Un esordio per la prima ed un ritorno per il secondo che suonano entrambi come obbligatoria/voluta rinuncia al grosso budget a favore di un contesto territoriale marcatamente europeo, lontano non solo dalla sirene hollywoodiane ma anche dalle trombe bitonali di Luc Besson, per esempio. Ma invece di assistere a salutari innervamenti di genere con piccole storie quotidiane entrambi i registi sprecano la loro specificità andando ad accartocciarsi verso la fumosità di tanto indie festivaliero. Mortal, in particolare, sembra un progetto che al massimo potrebbe sorprendere Martin Scorsese, dato che la sua cifra principale consiste nel dare un’aura autoriale ad un origin story fumettistica classicissima. Eric è un giovane escursionista statunitense sperduto tra le brume della Norvegia che si ritrova misteriosamente a padroneggiare poteri straordinari come quello di maneggiare i fulmini. Stordito da una tale dono, uccide accidentalmente un ragazzo e viene per questo braccato dai militari e da una non meglio precisata esponente dell’Ambasciata Usa che vuole neutralizzarlo a tutti i costi. In fuga da tutti e continuando a vedere nelle sue visioni l’Yggdrasill, il celebre albero del mondo della mitologia norrena, scoprirà essere addirittura il discendente di Thor e della sua famiglia arrivando ad impugnare nel finale una rustica versione del Mjöllnir. Ma cercando per un verso di rifare lo stesso miracolo operato da Josh Trank nel seminale Chronicle e dall’altro di trovare una via pauperistica, non in senso spregiativo, agli inarrivabili colossi Marvel/DC, Øvredal rimane nel più scontato dei guadi. Se Trank ad esempio nel suo piccolo grande film non s’accontentava di un soggetto già più originale lanciandolo con inventiva negli inflazionati stilemi del mockumentary, il regista di Scary Stories to Tell in the Dark, in questo ritorno in terra natia, abbandona ogni velleità sperimentale per abbracciare unicamente i canoni del racconto di formazione (super). La renitenza del protagonista a capire ed accettare il suo destino messianico si sviluppa infatti secondo le grigie vestigia del film per adolescenti ombrosi.

La palette cromatica s’apparenta al tono mesto della narrazione raffreddando con fin troppa cupezza il sotterraneo riscatto epico del protagonista. Così la sempre più conosciuta iconografia della cosmologia scandinava diventa una mappa sbiadita in cui viaggio dell’eroe termina con il dramma dell’amor perduto, strappato ad un semi-dio dagli umani oscurantisti e impauriti. Una similare sfiducia negli individui viene condiviso, in un modo meno pessimista ma comunque dichiarato, dal film “Jumbo” di Zoé Wittock. D’altronde la scelta di rendere in tono favolistico una delle forme più socialmente bizzarre di parafilia non poteva lasciare la messa in scena neutra. Partendo da alcune storie vere di oggettofilia – e cioè la pulsione sessuale verso oggetti ordinari non costruiti per dare piacere come i sex-toys ma d’uso comune come ad esempio un lampadario, il videogioco Tetris e il muro di Berlino – la regista belga sceglie in particolare di raccontare la nascita e lo sviluppo dell’amore della timida Jeanne, ispirata dalla figura di Erika Eiffel e dal relativo documentario intitolato Married to the Eiffel Tower, nei confronti dell’ultima attrazione meccanica ospitata dal parco divertimenti in cui lavora come custode. Un soggetto rischioso, come si può intuire, per un esordio che riesce allo stesso tempo ad avere un punto di vista troppo vicino e troppo distante. Perché se da un lato la prima parte del film, la migliore, riesce ad immedesimarsi con delicatezza nei panni della giovane problematica – aiutata in questo senso dall’ennesima grande interpretazione di Noémie Merlant – la seconda eccede nell’approccio psicologico insistendo con freudiana voga nel tratteggio della madre problematica, del maschio castrante e dell’origine sessuale del malessere esistenziale della protagonista. Jumbo lascia quindi cadere presto la lettura animistica e sci-fi della vicenda preferendo concentrarsi sulle cause reali del rifiuto di Jeanne dei rapporti umani, chiaramente indicati dal succitato approccio comportamentale. Il tentativo di allargare il discorso etico/filosofico ricorrendo ad un paio di scene che citano apertamente Under the Skin, di Jonathan Glazer, con l’olio della giostra meccanica che cola sul corpo nudo della ragazza in un un manifesto simbolismo spermatico, cozza però con un lieto fine programmatico che rinuncia a quell’ambiguità biomeccanica a favore di un messaggio blandamente progressista. Ridurre la fantascienza esclusivamente a un dramma sentimentale senza far vedere quasi mai i “raggi fotonici” è una direzione che TS+FF 2020 nella sua sacrosanta esplorazione può allora tranquillamente scegliere di non seguire.

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