TS+FF 2021. La fantascienza abita l’evanescenza: A volte nel buio e Strawberry Mansion

Al Trieste Science Fiction Festival due piccole e coraggiose opere indicano che le vie di fuga dove sciogliere maledizioni contadine e distopie del controllo sono rispettivamente fantasmi e sogni

Giacomo Buio è un bambino speciale perché sin dal cognome ha un legame fortissimo con le creature che, minacciose e misteriose, vivono in una dimensione altra lasciando che residui squarci della loro esistenza possano scorgersi appunto nell’ombra. Anche Gorecki è straordinario ma la malattia che lo consuma rendendolo simile ad un vampiro lo pone troppo fuori dall’ordinario della comunità montana dove entrambi abitano causando, a lui e alla sua banda di reietti appestati, il confino in una casa diroccata posta al di là di un bosco. A volte nel buio, di Carmine Cristallo Scalzi è esso stesso un’apparizione ectoplasmatica presentata in anteprima mondiale al Trieste Science Fiction Festival che dopo la visione genera la stessa sensazione di smarrimento esistenziale conseguente alla percezione di un fantasma: cosa ho appena scorto? Perché questa ghost-story senza dialoghi, narrata solo dal voice-off di un infante che discetta con il suo timbro puro di impure presenze, ha il sapore antico di una cruda favola dell’orrore raccontata attorno ad un fuoco che lascia, ben prima che lo storytelling diventasse manualistica, la suggestione aperta all’accumulo e all’indefinitezza. In questa opera prima del catanzarese Scalzi l’orrore della fame di sangue di un gruppo di reietti viene miscelato, come un beverone alchemico sapientemente dosato (o quasi, perché il wormhole finale stroppia una ricetta fin lì perfetta), con boschi stregati che tra le fronde dei numerosi alberi nascondono interstizi ultradimensionali dove i concetti di spazio e tempo perdono la loro rigorosa natura euclidea. In A volte nel buio gli elementi tipici del genere vengono con benemerita ambizione spogliati della loro componente più popolana e re-interpretati alla – poca, Scalzi da direttore della fotografia abusa della desaturazione – luce di quella arty. Così gli occhi spiritati degli indemoniati e le classiche conversazioni col magnetofono con i fantasmi vengono sublimati da sguardi in macchina, lente carrellate e dissolvenze incrociate. Se in The addiction, di Abel Ferrara – premiato con lungimiranza proprio in questa edizione del Trieste Science Fiction Festival – i succhiasangue soffrivano delle stesse angosce di noi esseri umani, qui il bando ostracista di cui sono artefici/vittime catalizza rimorsi e rimpianti non più procastinabili. In un film che si perde volutamente tra le spire di un andamento fumoso la forza espressiva di Anna Bellato, unica presenza professionale in un cast volutamente di non-professionisti, e l’ammaliante canzone del martello impalatore ne rappresentano i due apici espressivi.

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Le maledizioni non oltrepassano da millenni solo i confini del soprannaturale ma da qualche decennio assediano perfino la nostra mente, come ci ricorda la sorpresa del Concorso del TS + FF Strawberry Mansion, di Albert Birney e Kentucker Audley. L’avventura escapista dei due cineasti statunitensi, già transitata al Sundance Festival, racconta di un vicino futuro distopico (siamo appena nel 2035) in cui perfino i sogni sono registrati dal governo tramite chiavette USB per essere tassati e soprattutto sono invasi da pubblicità che non possono essere skippate. L’agente governativo James Preble (lo stesso Audley) si reca a casa di Arabella Isadora (la sempre straordinaria Penny Fuller), un’eccentrica artista anziana, per regolare i suoi pendenti con il severo fisco americano. Ma mentre esplora il suo subconscio, archiviato in una vasta libreria di nastri VHS, si ritrova ad innamorarsi proprio della versione giovanile della donna passando un’incredibile serie di peregrinazioni oniriche per coronare la nascente passione. Strawberry Mansion, lo scriviamo subito, è la versione più riuscita de L’arte del sogno, di Michel Gondry. Merito di una sceneggiatura alla Charlie Kaufman che non ha però bisogno di ricorrere a sofisticati intellettualismi per accreditare il suo impegno etico e politico. In una scrittura che si fa via via sempre più entusiasmante, non mancano infatti azzeccate critiche visuali all’invadenza del consumismo pubblicitario – che si presenta sagacemente come un amico bonaccione che “casualmente” consiglia sempre nuove merci per la risoluzione di piccoli problemi domestici – o inquietudini sul controllo di massa esercitato dalle istituzioni governative. Ma Strawberry Mansion è in primis una rutilante storia d’amore che, come il Gilliam dei tempi migliori, non nasconde mai la propria cifra romantica dietro la sua esibita weirditudine. Così topi marinai, demoni azzurri e bruchi parlanti non sono in fondo che classici aiutanti dei due protagonisti che esperiscono il loro sentimento nell’unica via concessa loro da un figlio cattivo con la testa di lupo, quella del sogno. Nella sarabanda di situazioni sì sgangherate ma sempre leggibili – i riferimenti dichiarati del due registi sono i film favolistici degli anni ’80, il che favorisce l’empatia spettatoriale – il filo d’Arianna con cui non smarrirsi nei labirinti della psiche (e in quelle ben più temibili del reale) per tornare alla casa rosso fragola immersa in un verde prato è rappresentato dall’abbandono fanciullesco al potere della fantasia.

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