#TS+FF2019 – 30 anni di Society. Conversazione con Brian Yuzna

Il resoconto dell’incontro con Brian Yuzna, tra curiosità su Society, la sua idea di cinema, che dev’essere come “un iceberg”, e su come si sia sempre diviso in due categorie: Lumière e Méliès

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Il Trieste Science+Fiction Festival celebra il suo ospite Brian Yuzna, chiamato a presiedere la “Giuria Asteroide” del concorso principale, e i 30 anni passati da Society – The Horror, film divenuto col tempo un immortale “cult” del genere horror. Nella pellicola, Bill Whitney, instabile figlio di una ricca famiglia di Beverly Hills, è cresciuto convinto che la famiglia l’abbia sempre escluso, favorendo la sorella Jenny. Dopo aver ricevuto la copia di un nastro dai contenuti inquietanti, arriverà così a convincersi dell’esistenza di una “società” segreta di persone facoltose che si predano degli estranei, in cui proprio la sua famiglia è direttamente coinvolta.

Nell’incontro, moderato da Leonardo Gandini, Yuzna ha raccontato i retroscena di quell’incredibile e altrettanto bizzarro esordio: “Volevo dirigere un film e all’epoca avevo lavorato per circa un anno con Dan O’ Bannon (sceneggiatore di Alien, NDR) ad un progetto chiamato The Men. Parlava di una donna che scopre che tutti gli uomini sono alieni, un horror con un concetto satirico alla base e veramente paranoico. La donna improvvisamente vedeva il mondo con occhi nuovi“. Il film non si fece, ma Yuzna rimase comunque ancora a quel concetto di paranoia, fino a quando:”uno scrittore mi diede il copione di Society, la storia di un ragazzo che scopre che i genitori e altre persone non sono quello che sembrano. Arriva a chiedersi: sono pazzo io o gli altri? Era molto simile a The Man e allora scelsi questo copione come primo film da realizzare“. Un esordio in cui, ammette, ad occhi attenti si può intravedere infatti la sua inesperienza (“non avevo idea di quello che stavo facendo“, dice ridendo), ma per fortuna: “quando la gente vede il film oggi e nota le debolezze pensa: ah, erano gli anni ’80! Così i difetti li attribuiscono a questo, non a me. Gli anni ’80, quindi, di Wes Craven, John Carpenter, Sam Raimi, tutti cineasti amati da Yuzna, che avevano contribuito a regalare molta fortuna al genere: “io ho sfruttato il fatto che all’epoca il genere era molto popolare, nei ragazzi delle scuole superiori. E all’inizio Society sembra un film per liceali e di liceali, poi diventa qualcos’altro.

Quel “qualcos’altro” è senza dubbio la grande svolta della pellicola, che di fatto l’ha resa un vero cult tra gli appassionati: “ll copione originale aveva un finale sanguinario, ma io non volevo realizzare un film che non avesse qualcosa di strano o bizzarro dentro. E così insieme a Steven McGeorge (responsabile degli effetti speciali, NDR) abbiamo progettato questi effetti“, culminati poi nella celebre e folle scena dello Shantung, in cui i membri della society letteralmente “risucchiano” le proprie vittime. Una scena che ribalta il film portandola a vette sconvolgenti, anche sul profilo umoristico, d’altronde ricorda Yuzna: “fondamentalmente voleva essere divertente” e Gandini ricorda proprio come anche al Festival di Cannes, quando fu presentato, la gente rideva. Approfondendo poi com’è nata l’idea dello “stretching”, quei corpi allungati e deformi che caratterizzano la scena, Yuzna innanzitutto precisa che non voleva un film gore, “non volevo diventasse un film pieno di sangue, il rosso l’ho tenuto a distanza“, e quindi “eravamo nel 1988, e ho pensato: cosa non si è ancora visto dal punto di vista degli effetti speciali sul corpo umano? E ho avuto l’idea di questi corpi che si fondono insieme tra di loro“. La collaborazione con McGeorge, ancora una volta, risulta fondamentale in questo senso: “era un artista innamorato del surrealismo, delle pitture di Dalì. Ha fatto delle sculture ispirate ad esso, a La Persistenza del Tempo Il Grande Masturbatore. Una scena complessa anche tecnicamente, visto che siamo pur sempre in epoca pre-digital effects, e Yuzna rivela a tal proposito: “c’erano 30 persone sotto gli attori, a muovere questo enorme pupazzo“.

Il Festival di Cannes è stato dunque il primo impatto del film con la critica, che in realtà non fu poi così benevola: “il film è andato molto male negli USA e i critici furono molto negativi, mi sentii anche insultato sul piano personale. Invece nel Regno Unito ebbe molto successo. La ricezione critica fu positiva anche in Spagna e in Italia, dopo il passaggio televisivo. Anche se ero molto deluso, perché pensavo sarebbe piaciuto a tutti“. Secondo Gandini, uno dei motivi poiché proprio in patria la pellicola non fu apprezzata può trovarsi nella sua ambientazione, Beverly Hills, e la sua raffigurazione dell’alta aristocrazia: “sì, negli USA era l’epoca del presidente Reagan, gli anni in cui il motto era ‘l’avidità è buona’. Questo era un film un po’ difficile da prendere, perfino i miei amici rimasero perplessi“. La politica, racconta il regista, è sempre stata in fondo presente fin dall’inizio: “nel copione originale i membri della Society uccidevano ragazzi, erano creature sanguinarie. E quindi ho pensato che potesse essere divertente per il film costruire un differente tipo di mitologia. Io ho fatto l’università negli anni 60, c’erano le dimostrazioni per le strade contro la guerra in Vietnam, a quel tempo pensavamo che la politica fosse divertente“. Riguardo i sottotesti del film e la sua connotazione politica, Yuzna arriva a rivelare la sua idea di cinema: “qualche volta i copioni sono impliciti e sta al regista tirare fuori qualcosa che gli piace. Con un regista diverso, sarebbe stato un film diverso. Io ho cercato di tirare fuori dal copione le cose che più mi attraevano, m’interessavano. E quindi la mitologia del sangue blu, della classe dominante. Io non volevo che ci fosse una sequenza esplicativa, perché da spettatore non mi piacciono quando spiegano troppo. Un film dev’essere come un iceberg, devi vedere la punta, il 90% del lavoro sta sotto. Devo sentire che c’è molto di più di quello che vedo“. Ed ecco che, dopo tanti anni, il regista si ritrova a spiegare la sua idea dietro la Society, ovviamente a modo suo: “abbiamo dato una forma fantascientifica alla classe dominante. Quando abbiamo una classe endogena, che si riproduce all’interno di un circolo ristretto, sappiamo che gli incesti generano una progenie che è debole. L’abbiamo visto in ogni classe aristocratica nella storia. Lo Shantung gira attorno all’idea di mantenere la salute dei proprio geni, prendere uno che non è nel gruppo per rivitalizzare la sopravvivenza della classe dominante. Perché la fanno così complicata, uno si potrebbe chiedere? È la stessa ragione perché noi organizziamo cene raffinate quando potremo semplicemente provvedere semplicemente alla nostra alimentazione“.

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Eppure le critiche, in fondo lo hanno toccato, dice (“mi hanno fatto solo capire che il mio gusto non corrispondeva in generale a quello del pubblico. […] questo è stato l’effetto più grande del film, ma non si può cambiare ciò che si è“), soprattutto perché a distanza di tanto tempo, il film ha ritrovato una fortuna insospettabile e sorprendente: “ho cominciato a ricevere mail in cui mi si diceva che volevano proiettare il film. E così di colpo, vent’anni dopo, mi sono ritrovato un pubblico, che voleva presentare il film, programmarlo, ed è stato molto gratificante“. Society è quindi l’esempio perfetto della lungimiranza dell’arte, del cinema in particolare, e soprattutto: “di come non ci si debba mai arrendere, rassegnarsi sul successo di un film, perché in un futuro potrebbe averlo“. Lo sguardo al futuro, specie in una manifestazione come quella di Trieste, non può che diventare tema di discussione delle ultime battute dell’incontro. Innanzitutto, in generale, rispondendo a chi gli chiede come raffigurerebbe la “society” contemporanea: “la differenza principale se facessi il film oggi è che i protagonisti sarebbero ben contenti di farsi assimilare, di entrare in questa spirale aristocratica, non ci sarebbe resistenza“. Infine, a proposito della sua idea di cinema, fornisce una risposta ancor più interessante sulle opportunità concesse dall’evoluzione tecnologica, specie per un autore della cultura “cult” e di nicchia come lui: “oggi puoi fare un film senza che anche un solo professionista del mestiere possa dirti cosa fare, che può anche essere uno svantaggio però. Sì, può essere facile produrre un’immagine, ma scrivere un copione, dirigere gli attori è più complicato. […] I film a budget bassissimo girano con le luci che si trovano e quindi l’illuminazione e lo spazio non contribuiscono più a raccontare la storia. […] Gli anni ’20 sono uno dei miei periodi preferiti del cinema. Lang e Murnau, pensavano che i film dovessero essere architettonici […], facevano film incredibili perché girati su dei set incredibili“. Infine, professa la sua macro-distinzione all’interno della settima arte, eterna fin dalle suo origini: “Penso che ci sono state due strade per il cinema fin dall’inizio: Lumière e Méliès, naturalismo e illusione. I festival del cinema fantastico favoriscono melies (lo stesso Trieste Science+Fiction, d’altronde, al regista francese dedica una categoria, NDR), i critici invece favoriscono invece Lumière, criticando il sintetico che invece io amo. E penso che questa componente si perda quando fai i film col telefonino“.

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