#TSFF32 – So She Doesn’t Live, Beginning e gli altri premi

Il Trieste Film Festival chiude la propria edizione in streaming assegnando i premi: la nostra panoramica sui vincitori

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Tra i vincitori del Trieste Film Festival, premiato con la menzione speciale insieme a Exile di Visar Morina e My morning laughter di Marko Djordjevic, c’è Tako da ne ostane živa (So She Doesn’t Live) di Faruk Lončarević, un film ambientato nella provincia bosniaca, basato su un brutale fatto di cronaca realmente accaduto. La protagonista Aida cerca di ricostruire la propria vita dopo una relazione tossica con il cugino Kerim, una figura ingombrante dalla quale fatica a liberarsi anche per l’intromissione della famiglia. Il tema della violenza di genere viene affrontato attraverso una storia poco complicata, focalizzando l’attenzione su piccoli dettagli nei dialoghi e nei comportamenti dei protagonisti, segnali di un malessere profondo ben al di là dall’essere esaurito da un singolo episodio di sangue. A rendere il racconto efficace aiutano i presupposti messi in cantiere dal regista nella prima parte, la voglia di Aida di essere indipendente, e disposta per ottenerla a tenersi stretto un logorante lavoro in fabbrica, e l’atteggiamento contrapposto di Kerim, caratterizzato da atteggiamenti infantili, ostinato a non accettare rifiuti, viziato e sfaccendato. Ma la cosa a lasciare sbigottiti è l’indifferenza nel fare del male, la totale mancanza di sentimento, l’assurda convinzione di potersi servire dell’altro come si trattasse di un oggetto di cui disporre a piacimento. Altro punto di interesse è la presenza del territorio, una presenza ingombrante, invasiva, un suggerimento a cercare la minaccia negli spazi travolti dai rumori che impediscono di sentire una disperata richiesta di aiuto.

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Il Premio Trieste viene assegnato a invece a Dasatskisi (Beginning) di Dea Kulumbegashvili, film arrivato con il biglietto da visita rappresentato dal bollino di qualità di Cannes, tra quelli scelti per la selezione ufficiale 2020. Il regista georgiano gira un sorprendente lungometraggio d’esordio, dopo i riconoscimenti ottenuti con i corti Ukhilavi Sivrtseebi (Invisible Spaces) e Lethe. Nei tempi dilatati porta a compimento l’esperienza maturata nel suo paese d’origine, un mix di etnie e nazionalità differenti, dominato nel lato religioso dalla fede cristiano ortodossa. La fede di Yana, la protagonista del racconto, è invece quella dei Testimoni di Geova, dopo la conversione seguita al matrimonio con uno dei capi del gruppo religioso. La storia comincia con un didattico, ma comunque dirompente, incidente scatenante, l’attentato compiuto contro una sede religiosa piena di devoti riuniti in preghiera. La disgrazia allontana da casa il marito David, partito a cercare dei finanziatori per costruire un nuovo edificio, e lei si trova ad affrontare una situazione di isolamento difficile insieme al figlio piccolo. Il clima torbido restituisce perfettamente la crisi personale di Yana, l’abbandono di una carriera da attrice ed il senso di vuoto nell’entrare in una comunità estranea. L’uso reiterato di piano sequenza a camera fissa consolida la percezione di un clima pesantissimo, come l’utilizzo di una terminologia nei dialoghi spesso letteralmente ricavata dalla Bibbia, quando si tratta di catechizzare i bambini. Il rigore della disciplina nell’educare all’idea di punizione e colpa riduce lo spazio di libertà, suona quanto ad una condanna per il fanatismo, ma sorprendentemente crea una sospensione nel silenzio, quasi il giudizio voglia evaporare, fuori dalla portata degli umani. Sensazione ancora più evidente nell’osservare una violenza girata in campo lungo, per sottolineare febbrilmente il distacco, o nell’adoperare il fuori campo per trasformare la parola in un orribile sussurro del demonio.

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Il Premio Alpe Adria Cinema al miglior documentario in concorso va a Acasa, My Home di Radu Ciorniciuc, il racconto di una famiglia rom costretta ad abbandonare la propria abitazione, una baracca per la precisione, e trasferirsi in città, con la seguente motivazione: “Cosa viene prima? Il desiderio di una famiglia rom di uscire dalla società, oppure il razzismo che l’ha allontanata? La loro esistenza su un’isola non veniva tollerata dalla società tradizionale, e adesso si ritrovano ad essere discriminati dagli abitanti della città. Il film è un chiaro esempio di come l’esistenza di una comunità, non il suo modo di vivere, venga preso di mira dall’odio ovunque essa si trovi”. Il Premio Corso Salani viene assegnato invece ad Ultimina di Jacopo Quadri.

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