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Tutte le volte che il cinema è stato a Norimberga

L’uscita del nuovo film su Norimberga è un catalizzatore puntuale per parlare del travagliato excursus del processo tra propaganda, revisionismo e negazionismo storico. Da Kramer a oggi

Norimberga di James Vanderbilt – già regista di Truth – uscito il 18 dicembre nelle sale italiane e tratto dal libro The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, è il più recente frammento di un lungo excursus all’interno della storia del cinema, caratterizzato per lo più da intenti poco limpidi: quello della serie di processi di Norimberga. La vicenda è incentrata sul tenente colonnello Douglas Kelley (il premio Oscar Rami Malek), psichiatra dell’esercito americano, a cui viene affidato l’incarico di valutare la sanità mentale di Hermann Göring (il premio Oscar Russell Crowe), l’ex braccio destro di Hitler, e di vari alti funzionari nazisti. Nel mentre, gli Alleati — guidati dal giudice Robert H. Jackson (Michael Shannon), cercano di istituire un tribunale internazionale, per far sì che il regime nazista risponda dei propri crimini di fronte alla storia.

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Corso Laboratorio di RIPRESA VIDEO e Fotografia, dall 18 marzo


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Ma la risposta, si sa, c’è stata. E forse la mano che l’ha calcata sui libri di storia ha avuto il campo visivo ristretto, considerando come la vera e propria controparte orientale dei tedeschi abbia innalzato i suoi protagonisti a eroi, e ancora oggi nega la responsabilità per i suoi buchi neri morali, come lo stupro e massacro di Nanchino. Ma la storia non è mai stata un problema di verità, e più cupa è la sua manifestazione, meno sembra esserlo.

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Quello del processo di Norimberga, nel cinema, è un percorso in primis politico, dove la settima arte si è talvolta piegata a un re-branding culturale senza pudore. Già nel 1945, all’indomani dello sterminio, gli Stati Uniti usavano il cinema come strumento propagandistico: That Justice be Done, girato da George Stevens per l’Office of War Information, è un film di undici minuti che aveva lo scopo di spingere il Primo Consigliere degli Stati Uniti a Norimberga e l’Ufficio dei Crimini di Guerra a innescare un processo per i responsabili delle nefandezze naziste. Resta evidente, di fatto, l’esaltazione patriottica attraverso immagini frontali, in qualche modo implacabili del neo-eretto memoriale a Thomas Jefferson, simbolo di contrasto alla tirannia, come lui stesso declama in voice-over in un suo discorso.

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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall 18 marzo


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Nello stesso anno, anche Billy Wilder girava (ma di fatto non dirigeva) Death Mills, prodotto e distribuito dal Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti. Il didattismo dell’opera si manifesta attraverso le immagini di sepolture collettive e di corpi scheletrici, che si alternano a quelle di cittadini tedeschi benestanti forzati a guardare tale sofferenza. Di interesse è la prospettiva che emerge fin dall’incipit, in cui si chiarisce immediatamente che l’uso e consumo del film non è a discrezione del cittadino, bensì del Dipartimento stesso, implicando una specifica “direzionalità” dell’approccio didattico (non a caso esiste una versione in lingua tedesca e una in lingua inglese, curate da persone diverse). Ciò è testimonianza di una prospettiva parziale nel migliore dei casi, e di malafede negli altri.

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I sovietici arrivano nel 1947 con The Nuremberg Trials, girato da Elizaveta Svilova e prodotto da Roman Karmen (Moscow Strikes Back), anch’egli noto regista e reporter di guerra sovietico. La precisa descrizione dei crimini individuali dei nazisti si affianca a forti richiami anti-capitalisti, affermando che i veri leader tedeschi fossero “re degli armamenti” come Gustav Krupp von Bohlen und Halbach, l’industrialista dietro alla massiccia produzione bellica del paese.

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Ma il cinema narrativo impiega più tempo, data l’obiettiva difficoltà di staccarsi dal reale per concepire una scrittura creativa in materia. Judgement at Nuremberg (1961), celebre legal drama di Stanley Kramer, si focalizza sul Processo ai giudici, terzo di dodici per crimini di guerra indetti dagli USA. Dan Haywood (Spencer Tracy) è il giudice del processo, e insieme al pubblico ministero Ted Lawson (Richard Widmark), vengono invitati dai loro collaboratori a riflettere sulle gravi conseguenze che una condanna troppo severa potrebbe avere sui rapporti diplomatici tra USA e Germania, tenendo conto che quest’ultima si sarebbe rivelata un valido baluardo contro la diffusione del Comunismo in Europa. Naturalmente, i due non accettano e finiscono per svolgere il loro compito fino alla fine, rimarcando un presunto eroismo “soggiogante” che, volenti o nolenti, ancora ci incornicia come debitori.

Perfino The Memory of Justice (1976) di Marcel Ophuls, basato sul libro Nuremberg and Vietnam: An American Tragedy di Telford Taylor (e contenente estese interviste con lo stesso scrittore), tradisce lo spirito tagliente e conscio a tutto tondo del suo materiale di partenza. La compagnia VPS (Visual Programme Systems), uno dei finanziatori del film, aveva insistito sulla fedeltà alla natura del libro, che sottolineava la somiglianza della condotta statunitense durante la Guerra del Vietnam a quella dei nazisti. Secondo VPS, Ophuls si soffermò troppo a lungo su Norimberga e diede poco spazio alla stratificazione del libro, scelta per la quale rischiò di perdere le redini del progetto.

E quindi dov’è finita, in questa lunga storia, l’arte che si esprime in quanto tale? Chiedere un’opera che mantenga, per certi versi, una certa “ingenuità” forse è troppo, ma pretendere che si riporti la ricerca della verità al centro dello sforzo creativo non dovrebbe mai esserlo. Soprattutto nel mondo odierno, dove il concetto stesso di verità si è diluito come mai in precedenza, tanto da scivolare di sana pianta al di sotto del dibattito pubblico. In attesa di scoprire l’operazione del nuovo Nuremberg, resiste ancora la speranza di vedere rispetto per la natura dell’arte, specie quando confrontata con la nostra storia: una trasparenza di cui gli spettatori, in primis, sono meritevoli.

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