Tutti gli Uomini di Victoria, di Justine Triet

Nel ricco e variegato panorama della cinematografia francese contemporanea – caratterizzato da un livello qualitativo medio che raggiunge pienamente la sufficienza, con qualche picco di eccezione, e da una notevole fioritura della commedia declinata nelle più disparate nuances – si  inscrive alla perfezione anche il secondo lungometraggio di finzione della trentanovenne regista e sceneggiatrice francese Justine Triet (Sur Place, 2007, cortometraggio girato durante le manifestazioni antieuropee che scossero Parigi nel marzo 2006; Solférino, 2008, documentario realizzato durante le elezioni presidenziali in Francia; Des Ombres dans la Maison, 2009, documentario girato in una banlieue di São Paulo; Two Ships [Vilaine Fille, Mauvais Garçon], 2012, primo cortometraggio di finzione che si è aggiudicato l’European Film Award for Best Short Film alla Berlinale). Tutti gli Uomini di Victoria è una pellicola intelligente e sorniona, classica per impostazione e ritmo e insieme peculiare e moderna per sceneggiatura e soggetto: non abbastanza seminale ed originale da far gridare al capolavoro, ma sufficientemente gradevole e ben confezionata da incuriosire e meritare un plauso. La commedia sofisticata hollywoodiana degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta – con qualche “svitata” incursione nei confini limitrofi della screwball comedyà la Howard Hawks, Blake Edwards e George Cukor viene abilmente frullata e fatta dialogare dalla Triet con le sfumature sentimentali della nouvelle vague di casa propria, su tutti François Truffaut, e le proverbiali nevrosi alleniane, senza rinunciare ai tratti amari e drammatici di tanta commedia italiana degli anni Settanta ed Ottanta, sulla scorta di Ettore Scola e, soprattutto, di Nanni Moretti.

Victoria Spick (Virginie Efira), avvenente quarantenne separata e madre di due bambine, è un avvocato penalista piuttosto affermato e determinato, ma il disordine della sua vita privata e le nevrosi della sua sfera intima rivelano una donna ancora irrisolta, insoddisfatta, confusa e sola. Partecipando alla festa di matrimonio di un’amica, incontra tre uomini che, in tempi e con modalità diversi, hanno fatto parte della sua vita: Vincent (Melvil Poupaud), un amico di vecchia data; Sam (Vincent Lacoste), un giovane pusher che lei ha difeso con successo in passato e che si è ripromesso di chiudere con la droga; David (Laurent Poitrenaux), il suo ex marito, un blogger con l’ambizione di diventare scrittore. Nasce e si sviluppa da qui un inestricabile intreccio di vicende a metà tra ambito professionale e sfera sentimentale. Mentre Sam si offre di diventare baby-sitter delle figlie e di affiancare Victoria come apprendista nel suo lavoro di avvocato, e David si serve della libertà di espressione e della “licenza poetica” per sbolognare in pubblica piazza attraverso il suo blog la vita privata e professionale della ex moglie, Vincent viene accusato di tentato omicidio dall’attuale compagna e chiede disperatamente all’amica penalista di occuparsi del suo caso.

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tutti-gli-uomini-di-victoriaProiettato come film di apertura della Semaine de la Critique del 69° Festival di Cannes nel 2016 e candidato ai César 2016 nelle categorie “miglior film” e “miglior sceneggiatura originale”, Tutti gli Uomini di Victoriarappresenta indubbiamente uno scarto, sia pure all’interno di un genere più o meno definito come quello del comedy-drama, rispetto al primo lungometraggio della regista, La Bataille de Solférino [Age of Panic] (una nomination ai César 2014 nella categoria “miglior lungometraggio d’esordio”), passato al Festival di Cannes 2013 nella sezione Acid e proiettato in Italia al Torino Film Festival. Alla frenesia, anche stilistica, al ritmo incalzante e all’imprevedibilità della pellicola precedente – concepita come racconto in fieri di un ménage familiare sospeso tra lo scrupolo professionale, i tormenti sentimentali e le beghe legali di una ex coppia filmati nella data di un passaggio socio-politico importante come le elezioni presidenziali francesi – si sostituiscono in quest’ultimo lavoro una cadenza maggiormente compassata e per larghi tratti riflessiva ed un canovaccio in linea di massima più standard e “classicamente” prevedibile nei suoi esiti. È la stessa regista a definire la pellicola “una commedia disperata sulla vita caotica di una donna moderna”. Appare interessante sottolineare un aspetto che sembra essere piuttosto trasversale alle cinematografie europee: come già sottolineato dalla regista spagnola Inés París, anche per la francese Triet la commedia, miscelata e filtrata attraverso le sue tante declinazioni, si configura come il registro filmico e narrativo più efficace per rappresentare le nevrosi e le ossessioni della contemporaneità, dalla complessità delle relazioni sociali all’incidenza dei social media, dalla difficoltà di conciliare ambizioni professionali e responsabilità genitoriali allo sfilacciamento della famiglia tradizionale, fino alla “frammentazione disorganica del nucleo sentimentale” con conseguente senso di solitudine e mercificazione del proprio corpo. E la protagonista, Victoria, veicola indubbiamente lo spirito della modernità, così come la carrellata di personaggi – umani ed animali – e di situazioni – inusitate e surreali, eppure credibili –  che si avviluppano attorno alla sua esistenza. Accade così che un cane dalmata ed uno scimpanzé ammaestrato – entrambi presenti alla cerimonia di nozze nel corso della quale si consuma il presunto e maldestro tentativo di omicidio – diventino i testimoni “oculari” più attendibili chiamati a deporre durante il processo. Nulla di particolarmente eclatante: nel 2012 è stata istituita la Courthouse Dogs, un’organizzazione no profit che addestra i cani per aiutare le persone ad affrontare con più serenità l’aula di un tribunale, senza dimenticare casi di cronaca, come quello relativo ad un processo svoltosi a Nanterre nel 2008, in cui i nostri amici a quattro zampe sono stati effettivamente “ascoltati” dal giudice in un dibattimento. E tuttavia, il fatto stesso che delle prove testimoniali siano affidate alle reazioni emotive di animali, ad uno scodinzolare di coda o ad un guaito, diventa nel film uno strumento funzionale ad esprimere l’ambiguità, l’inaffidabilità e lo straniamento alienante dell’humanum genus. Piuttosto, a divertire in misura maggiore sono le improbabili performance, volutamente parodistiche, di cartomanti, agopuntori, strizzacervelli, blogger ed assistiti dell’avvocato, in una gustosissima rassegna di tipi e situazioni che si attaglia perfettamente al contemporary lifestyle. E la “droga” in cui annaspa la vita di Victoria, come recita il mantra della veggente a cui si rivolge in una delle scene più esilaranti ed azzeccate – assurge a metafora della sua esistenza anestetizzata dal deliquio sentimentale e, al contempo, “accelerata” dal tourbillon delle questioni lavorative.

coverlgCome sostiene Justine Triet, Tutti gli Uomini di Victoria è il “ritratto di una donna che cade, sbaglia, ma come sempre si rialza. Nel film l’idea del sesso pervade ogni cosa, anche se non si vede. È una pellicola che sviluppa una satira sulla vita di coppia e sulle relazioni sessuali. Vincent ha problemi sessuali con la sua fidanzata che lo accusa di tentato omicidio; David rivela la vita sessuale di Victoria nel suo blog; Victoria consulta una sensitiva ed uno strizzacervelli che la incoraggiano a risvegliare la sua vita sessuale. E quando ci prova, ogni incontro è più insignificante del precedente. Si tratta di scene di pura commedia in cui regna una profonda solitudine. Infine, l’uomo che si rivela misterioso e desiderabile è quello rimasto meno visibile, ma puro e attento: Sam”. La regista riserva una particolare cura alle ambientazioni e alla scenografia, enucleando simbolicamente con una serie di contrasti le diverse sfumature interiori della protagonista: se il suo appartamento luminoso con suggestiva vista su Parigi viene depotenziato dall’abitudine di Victoria a ritirarsi nella penombra della sua camera da letto, per fugaci (e deludenti) schermaglie erotiche con partner occasionali o per ri-trovare un pizzico di ordine e di pace laddove il resto della casa è lasciato in balia del disordine anarchico delle due figliolette, il design dinamico e post-moderno dell’aula di tribunale sembra richiamare quella asepsi emozionale che la bilancia della giustizia dovrebbe garantire, in barba a coinvolgimenti personali ed eccessi di zelo. Tutti gli Uomini di Victoria è un film che contiene in nuce numerosi elementi di approfondimento sociale, psicologico ed antropologico vagliati attraverso la lente deformante della satira e la pellicola superficiale ed indulgente della commedia sentimentale. Non tutti questi ingredienti, va detto, ricevono la medesima attenzione e risultano amalgamati nella loro efficacia qualitativa, ma quello che la Triet si prende è un rischio deliberato e lucidamente calcolato, nella consapevolezza che l’apparente leggerezza, per quanto amara, della veste “comica” permette di tracciare, senza la pretesa di risolvere, l’inesauribile complessità dei nostri tempi. Sugli scudi Virginie Efira (20 Anni di Meno, 2013; In Solitario, 2013; Elle, 2016; Un’Amore all’Altezza, 2016), splendida quarantenne di origine belga, conduttrice televisiva ed attrice ancora poco nota oltre i confini patri, che riesce a dare alla sua Victoria spessore comico e insieme drammatico, rivelando di possedere il giusto physique du rôle per affermarsi come nuova musa della commedia transalpina. Ottimi anche i comprimari, in particolare il giovanissimo Vincent Lacoste (Eden, 2014; Journal d’une Femme de Chambre, 2015; Lolo – Giù le Mani da mia Madre, 2015) – già tre nomination ai César a soli 24 anni – capace di trasmettere al suo personaggio dolcezza e protezione, fascino ambiguo ed enigmatico e passionalità da amour fou. Tutti gli Uomini di Victoria è, in definitiva, un brillante ed imperfetto monito ad esercitare con parsimonia la propria disposizione empatica e a tracciare una linea di demarcazione piuttosto netta tra le innumerevoli ramificazioni emotive della propria vita, onde evitare di lasciarsi travolgere ed obnubilare dall’onda impetuosa degli eventi. Maternità e responsabilità genitoriale, realizzazione professionale, pienezza e stabilità sentimentale sono i tre cardini sui quali si innerva lo status di donna moderna e la Triet sembra suggerire un percorso tutto al femminile di affermazione di sé che passa attraverso il capovolgimento paradossale di un esprit d’émulation con il modello che propone.

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Titolo Originale: Victoria

Regia: Justine Triet

Origine: Francia, 2016

Interpreti: Virginie Efira, Vincent Lacoste, Melvil Poupaud, Laurent Poitrenaux, Laure Calamy, Alice Daquet, Julie Moulier

Durata: 98’

Distribuzione: Merlino Distribuzione s.r.l.