Tutti pazzi a Tel Aviv, di Sameh Zoabi

Salam, un palestinese che vive a Gerusalemme, lavora come assistente di produzione sul set di Tel Aviv on fire, ed ogni giorno attraversa il checkpoint per recarsi a Ramallah, il luogo in cui si effettuano le riprese. Tel Aviv on fire è una popolare soap opera ambientata nel fatidico anno 1967, noto alle cronache internazionali per la Guerra dei sei giorni, un conflitto destinato a cambiare l’assetto della regione mediorientale in favore di Israele. Racconta di un triangolo amoroso che coinvolge Manal (Lubna Azabal), un’affascinante spia araba dall’accento francese, Yehuda (Yousef Sweid), un generale israeliano e Marwan (Ashraf Farah), un combattente della resistenza. Durante il passaggio quotidiano al posto di blocco Salam conosce Assi (Yaniv Biton), l’ufficiale responsabile del confine, coniugato ad una donna fortemente interessata alle vicende della telenovela.

Il percorso del film di Sameh Zoabi traccia un tragitto che segue le orme del protagonista, Salam appunto (Kais Nashif, premiato come migliore attore a Venezia 75 nella sezione Orizzonti), dal momento dell’assunzione del nuovo incarico, fino all’ultimo giorno di produzione. E per ottenere un compiuto arco narrativo del personaggio, alle vicissitudini legate al profilo professionale, affianca una liaison sentimentale con Mariam, una ragazza del vicinato, distante dal suo cuore di quel tanto possono dividere le incomprensioni.

L’escamotage metacinematografico fornisce il quadro storico oltrepassando il limite della finzione per raccordarsi con il presente, getta le basi di una separazione tra i popoli mai ricomposta senza soffermarsi sulle recriminazioni. Grazie al ricorso alla commedia decide di frugare alla ricerca di punti di contatto tra le piaghe del pregiudizio e del rancore. Il palcoscenico del tempo, anche con la sola presenza passiva, condiziona le esistenze da entrambi i lati dello steccato, vittime dei soprusi o di un potere logorante, ma resta un’appendice, solida ed ingombrante, al servizio delle umane fortune.

L’enfasi cromatica e sonora grottesca dello sceneggiato televisivo viene decontestualizzata dal paradosso di una realtà dai tratti surreali per comporre un unico grande affresco di una società che sembra ancora possedere degli anticorpi dopo una così lunga malattia. Se l’approccio visivo è logicamente quello tipico del cinema arabo, considerate le location, la scrittura a quattro mani dello stesso Zoabi e di Dan Kleinman segue i dettami del cinema mainstream occidentale di impronta statunitense.

Rispetto al suo lungometraggio d’esordio, Man without a cell phone, ed agli altri suoi lavori dietro la macchina da presa, il regista stavolta ha optato per un cast composto esclusivamente di attori professionisti. Di quel primo film è rimasta l’attrazione per dei protagonisti in via di definizione, incompleti, indecisi. Tanto come Jawdat, il personaggio principale di MWACP che era un giovane universitario, anche Salam deve ancora correre incontro alla maturità, sprovvisto ormai di un alibi anagrafico. Il finale di stagione coincide con quell’appuntamento con le responsabilità sempre rimandato ed assume una doppia valenza per un unico inevitabile colpo a sorpresa. Un effetto domino di ricomposizione davvero molto ottimista, con l’idea, o l’auspicio, che alla maniera dei guai, anche le buone notizie non arrivino da sole.

Titolo originale: Tel Aviv on fire
Regia: Sameh Zoabi
Interpreti: Kais Nashif, Lubna Azabal, Maisa Abd Elhadi, Nadim Sawalha, Salim Dau, Yousef ‘Joe’ Sweid, Amer Hlehel
Distribuzione: Academy Two
Durata: 100′
Origine: Lussemburgo, Belgio, Israele, Francia, 2018