Twilight of The Warriors: Walled In, di Soi Cheang

In una cittadella controllata dalla Triade, una guerra a colpi di arti marziali. Una frenetica e divertente coreografia di combattimento urbana. Audace, classico, divertente. CANNES77. Fuori concorso

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Tre anni dopo Limbo, Soy Cheang torna con un film dove le arti marziali sono l’arma preferita dei combattenti tra le mura di Kowloon, un’enclave cinese all’interno di Hong Kong, in quello che era ancora territorio britannico. Una cittadella sovrappopolata, con più di 50000 abitanti concentrati in un fazzoletto di terra, poi distrutta in via definitiva nel 1994, e controllata per quaranta anni dalla Triade. La storia è ambientata nel 1980, ed è l’adattamento di una serie manga di Andy Seto, City of Darkness, la città delle tenebre oscura ed enigmatica dove finisce Chan Lok-kwun durante una fuga, e dove oltre a Shin, il Dodicesimo Maestro e AV, conoscerà il loro forte e temuto capo, Tornado. A cui si oppone Mr. Big, un altro crudele criminale ingaggiato dai colonizzatori per fargli la guerra, che tra le fila del suo esercito conta un lottatore quasi invulnerabile, dotato di potere magico.

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Le immagini di Twilight of the Warriors: Walled In, ci portano nelle strade e nelle case piene all’inverosimile, negli angoli bui senza regole o leggi se non quelle di un ideale codice d’onore, che risponde alle ingiustizie ed alle violenze con una punizione immediata. Un paesaggio urbano caotico dominato da energie anarchiche, lavori di fortuna, cibo condiviso, bambini rimasti orfani troppo presto, allevati da una solidarietà che nei luoghi disgraziati non viene mai meno come reazione a tanto dolore. Uno sfondo insomma indivisibile dall’azione, legata e condizionata dagli spazi angusti, dai combattimenti sui tetti e nei retrobottega coreografati magistralmente. Sono i caratteri e le scenografie di un cinema, quello di Hong Kong, con uno stile riconoscibile ma quasi inclassificabile, una catarsi da raggiungere attraverso la lotta, per riprendersi la libertà e gridare ora e sempre indipendenza, compiere una vendetta o sfidare il potere, di cui Soy Cheang è sicuramente una delle firme di punta.

Mentre il plot della storia garantisce la linea narrativa, la progressione ed il ritmo sono invece sostenuti dalle lotte all’ultimo sangue, rese una danza frenetica vorticosa e divertente, animata da spirito caotico e colorate dalle battute di spirito alternate alle minacce ed alle risate di scherno dei cattivi. Audace, classico, divertente, trova nella coralità degli interpreti il cerchio per circondare la battaglia, con il protagonista da usare come una sonda dalla quale estrarre la rabbia da riversare sul campo e lasciarla libera di travolgere con i suoi movimenti sincronizzati quei momenti di stasi, la naturale decompressione prima di un nuovo epico scontro.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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