Two Seasons, Two Strangers, di Sho Miyake

Un racconto tratto dai manga che registra i movimenti impercettibili della vita e riflette sul miracolo del processo artistico. Vincitore a Locarno 78 del Pardo, ora all’Efebo d’Oro Film Festival

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Nel cinema il trasporto emotivo ha molte manifestazioni, dipende dal ritmo, dalle modalità del racconto, è una febbre o un tiepido abbandono. Tabi to hibi fa parte di questa seconda categoria, viene dalla solitudine, è una ricerca fragile mentre si osserva il mondo disorientati dal silenzio, diventa immagine in potenza nella sua rinuncia a dettare una direzione altra dall’abbandono. L’inizio metacinematografico è la fantasia di una sceneggiatrice alle prese con l’orrore e la potenzialità di una pagina bianca, l’embrione di un’idea magicamente espressa sullo schermo in un nuovo principio che recide il cordone ombelicale, e vaga nel mondo, rivendicando vita propria, un’illusione generata da un’altra illusione. Poi il miraggio di Rohmer svanisce, insieme all’estate, e arriva l’inverno, e con lui arrivano la realtà e il dolore vero, la perdita e il lutto tangibile, ma la sostanza del sogno è ancora intatta.

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Il film si divide dunque in due capitoli speculari, opposti e riflessivi, luce e oscurità, attività e riposo, tuttavia senza costruire una struttura simmetrica fissa, sceglie di declinare un dualismo fluido delle parole, i salti nel vuoto nell’inseguire l’ossessione di un’ombra ancora troppo pallida. Rincorrere una storia è osservare un orizzonte e vedere qualcosa un attimo prima confuso nell’insieme, qualcosa che si muove e ha bisogno di essere fermato, una frase, una locuzione da scrivere su un quaderno, una fotografia da scattare. Sho Miyake coglie un rito di passaggio antico quanto il grande schermo, esprime tutte le fasi di un lento processo creativo, cattura momenti essenziali e personaggi laconici, eppure riesce a trovare profondità nelle apparenze con l’ascolto dei sentimenti interiori. Il carattere spirituale della narrazione e la sua inflessione eterea del quotidiano curvano fino a precipitare nello straordinario contenuto di piccoli segreti da nascondere ad occhi indiscreti. La discesa nel privato non è mai priva di ostacoli e presenta degli inconvenienti, che di solito creano conflitti, riaprono ferite e spalancano le porte per scrutare nel cuore del problema.

In Two season, two Strangers quello sguardo non è mai indiscreto, in perfetto stile nipponico, erede di una scuola che vede nel limite del rispetto e nel contegno una regola precisa di condotta. Uno stile che preferisce perdersi tra le onde del mare o dentro una tempesta di neve, un incedere lento, come lenti ed impegnativi sono gli sviluppi della trama, una preghiera per smarrirsi tra i simboli della noia di un tempo e di uno spazio immobili e vitali. Dalla visione emana calore umano per le dinamiche coerenti al contesto e le reazioni psicologiche credibili di un linguaggio riconoscibile, il fuoco divampa dalle atmosfere naturali dei paesaggi indomiti complici di un’impotenza che aiuta a fare tabula rasa del superfluo. Il quarto film del regista giapponese, prende ispirazione da due opere pubblicate negli anni ’60 dal celebre mangaka Yoshiharu Tsuge, Umibe no Yokei (Scene da una spiaggia), e Hanyara-Do no Ben-san (Mastro Ben e l’igloo di Honyara), che si svolge invece su montagne isolate dalla neve. Presentato in anteprima a Locarno78, dove si è aggiudicato il Pardo d’oro, è un ritratto minimalista taciturno visivo e sonoro della quiete, dal quale ottiene un’eloquenza latente, velata dal pudore.

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