Ubisoft al collasso: cancellato anche il remake di Prince of Persia
La multinazionale francese dei videogiochi affronta la crisi più profonda della sua storia tra progetti cancellati, chiusure di studi e una ristrutturazione radicale del modello produttivo
Ubisoft è in crisi nera. Continua infatti il periodo buio della multinazionale francese produttrice di videogiochi: sono ormai diversi anni che l’azienda versa in condizioni economiche complicate e gli ultimi aggiornamenti non rivelano un cambio di rotta positivo. Ubisoft ha annunciato nei giorni scorsi di aver cancellato sei videogiochi, tra cui l’attesissimo Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo Remake, oltre ad aver rimandato altri sette titoli e aver chiuso due studi di sviluppo. Il titolo di Prince of Persia fu svelato nel 2020, ma nel tempo lo sviluppo ha attraversato fasi particolarmente tormentate. Lo scorso maggio Ubisoft aveva confermato che il progetto era ancora esistente e in via di espansione fornendo addirittura una finestra di lancio fissata al primo trimestre del 2026. Al momento non sono emerse ulteriori informazioni ufficiali, ma resta la volontà di Ubisoft di cancellare alcuni titoli poiché non soddisfano gli standard di qualità dell’azienda. Un dietro front che lascia perplessi, soprattutto se si considera come, per quasi cinque anni, progetti come Prince of Persia siano stati utilizzati come prodotti di lancio e promesse a breve termine.
Ne avevamo già parlato tempo fa: il trend negativo dell’azienda francese certifica una più ampia crisi del settore. L’industria dei videogiochi sta attraversando da tempo una fase di trasformazione senza precedenti e Ubisoft ne è diventato l’epigono più lampante. Al momento, la strategia aziendale prevede una ristrutturazione radicale, con chiusure di studi (quelli di Halifax e Stoccolma), licenziamenti e ritorno obbligatorio in ufficio per cinque giorni alla settimana, con l’obiettivo di risparmiare 200 milioni di euro.
C’è un cortocircuito in atto: mentre il mercato globale dei videogiochi registra crescite esponenziali, il modello di business tradizionale basato sui giochi per console sta mostrando difficoltà strutturali. I cosiddetti videogiochi Tripla A, ovvero quei progetti colossali che richiedono enormi sforzi produttivi, stanno diventando sempre più rischiosi dal punto di vista imprenditoriale, specie in un panorama dominato dai giochi mobile, un segmento che oggi vale oltre 80 miliardi di dollari.
Il CEO e cofondatore Yves Guillemot ha spiegato che l’azienda proseguirà con la “chiusura selettiva di diversi studi e con le ristrutturazioni in tutto il gruppo”. Un reset drastico per sperare di risollevare le sorti dell’azienda e salvare Ubisoft dalle acque torbide in cui sta navigando. L’ancora di salvataggio a cui si sta aggrappando Guillemot è una strategia operativa che lui stesso ha definito “Creative Houses”. Per attuarla, sono stati cancellati ben sei progetti in sviluppo, incluso appunto l’atteso Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo Remake.
Il nuovo modello prevede unità organizzative completamente autonome, sia dal punto di vista creativo che economico. L’obiettivo è decentrare la fase decisionale di ogni progetto, affidando a ogni singola Creative House lo sviluppo dei brand assegnati, dalla strategia dei contenuti alla direzione editoriale, fino alla commercializzazione. In poco tempo, questi poli creativi dovranno gestire i franchise più famosi di Ubisoft – Assassin’s Creed, Far Cry e Rainbow Six – e trasformarli in brand da oltre un miliardo di dollari all’anno. Un’impresa ardua ma non impossibile, a cui Ubisoft affida tutto il suo ingegno per sopravvivere.
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Ma quali sono le cause di questo declino? Affidandoci ai dati, dal 2021 Ubisoft ha perso l’80% del valore delle sue azioni, per un’azienda che oggi vale circa un miliardo e mezzo di euro. I suoi competitor – EA su tutti – riescono ancora a risultare competitivi sul mercato, nonostante le difficoltà del settore. Ubisoft, invece, sembra aver smarrito la propria identità creativa, quel marchio di fabbrica che l’aveva contraddistinta per oltre trentacinque anni. L’ultimo grande successo di pubblico e di critica risale al 2020, con l’uscita di Assassin’s Creed Valhalla. Sono passati cinque anni da quell’ultimo sprazzo di vitalità e le cose non sono andate come previsto.
Risale proprio alla metà del 2020 la prima faglia sismica che ha sconquassato le fondamenta dell’azienda francese: una serie di denunce interne per molestie sessuali, abusi di potere e discriminazioni che avevano coinvolto dirigenti di alto rango. Questo terremoto aveva rivelato una cultura aziendale tossica e malata, causando un danno d’immagine non indifferente agli occhi dell’opinione pubblica e scatenando ondate di sdegno e riprovazione.
Yves Guillemot si impegnò allora in una rivoluzione strutturale dell’azienda: maggiore attenzione al reparto delle risorse umane e corsi di formazione per tutti i dipendenti. Se da un lato l’aspetto umano sembrava migliorare, dall’altro molti analisti del settore hanno imputato a Ubisoft un errore di valutazione nella strategia adottata negli ultimi anni: affidarsi quasi esclusivamente al successo del franchise di Assassin’s Creed ha rischiato di soffocare il potenziale creativo della società.
È noto, inoltre, che gli anni a cavallo tra il 2020 e il 2021 siano stati eccezionali: l’uso bulimico dei videogiochi durante la pandemia ha falsato le percentuali di giocatori in tutto il mondo. Con la fine dell’emergenza sarebbe stato necessario trovare nuove risorse, nuove idee e progetti capaci di ridare linfa vitale al settore. Ma così non è stato. Solo nel 2023 l’azienda ha perso oltre 500 milioni di euro di fatturato, senza contare i continui rinvii di titoli molto attesi.
Tre nuovi giochi usciti in quell’anno non sono riusciti a migliorare la situazione: Skull and Bones, Avatar: Frontiers of Pandora e Prince of Persia: The Lost Crown. E così, tra open world sempre più simili tra loro, sfiducia dei giocatori, mancanza di idee innovative, attenzione ossessiva al profitto e progressivo abbandono delle esigenze dei consumatori, Ubisoft ha finito per scavare uno iato profondo tra creatore e pubblico. Un divario che, nel tempo, ha reciso anche i legami più fedeli e costanti.
Il paradosso è che il videogioco, oggi, per potenziale economico, culturale e immaginifico, ha ormai scavalcato per certi versi anche il cinema – come abbiamo provato a raccontare con il numero 21 di Sentieriselvaggi21st -, diventando il medium dominante del nostro tempo. Eppure, proprio mentre il settore cresce, emergono crepe profonde nel suo modello industriale. Quando aziende come Ubisoft smarriscono lo spirito originario del proprio successo – quello di saper intercettare i desideri dei giocatori, di rischiare sul piano creativo e di costruire mondi capaci di parlare al pubblico – il sistema entra in crisi. Il videogioco non è solo un asset finanziario, ma un patto di fiducia tra chi crea e chi gioca: romperlo significa mettere a rischio non solo singoli colossi economici, ma l’equilibrio di un’intera industria che, se non saprà rinnovarsi, potrebbe assistere al crollo dei suoi stessi imperi.




























