Ucraina: l’infowar passa da TikTok

L’app prediletta dagli adolescenti nasconde un potenziale inesplorato nel veicolare messaggi politici e culturali, tra il racconto del conflitto e trend letterari. Ma c’è un rovescio della medaglia

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Mentre continua l’invasione russa in Ucraina e la narrazione dei canali mainstream, come telegiornali e carta stampata, punta tutto sul sensazionalismo, preoccupati di non rimanere indietro nella corsa all’informazione, i social network continuano a dimostrarsi determinanti nel raccontare l’attualità. L’informazione del popolo ucraino si affida totalmente ai social media. Ma se fino ad ora l’unico canale per far circolare liberamente le informazioni sembrava essere Telegram, ultimamente è salita alla ribalta un’altra piattaforma, TikTok, che ha mostrato contro ogni aspettativa il suo potenziale divulgativo. In particolare, il profilo di Marta Vasyuta, studentessa ucraina ventenne che vive a Londra, ha subito un incremento di visualizzazioni e followers dopo che il 25 febbraio ha postato un video in cui si vedono i bombardamenti su Kiev. Il filmato ha superato in poco tempo i 50 milioni di visualizzazioni, e la ragazza ha trasformato il proprio profilo in un megafono che racconta con l’immediatezza tipica del social (video brevi, montaggi grezzi, musiche decontestualizzate) il conflitto in Ucraina. TikTok insomma si è rivelato come il territorio ideale su cui costruire la rete dell’infowar, come racconta Guerre di Rete. Una scelta che ne ha suggellato il ruolo dominante nella narrazione del conflitto rispetto a piattaforme concorrenti come Facebook e Instagram. Le caratteristiche che rendono TikTok il canale più adatto alla condivisione di informazioni in tempo reale, sono talvolta un’arma a doppio taglio. La facilità con cui le informazioni vengono fatte circolare fa sì che s’inneschi un circolo vizioso di notizie false e non verificate. È il caso della tiktoker Nastya Tyman, divenuta nota per un video postato a fine febbraio e diventato virale in pochi giorni, in cui mostrava come guidare un carro armato russo. Ricondiviso su tutte le piattaforme social e rimbalzato sui media internazionali, nessuno si è però preoccupato di verificarne la veridicità. Si è scoperto infatti che il video risaliva all’anno scorso e Tyman aveva semplicemente approfittato del tema caldo del momento per collezionale views e follower per consolidare il proprio status di influencer. Ma non è raro né improbabile che i contenuti relativi alla guerra in cui ci si può imbattere randomicamente su TikTok grazie a calcoli algoritmici, siano in realtà fake news appositamente confezionate dalle fazioni di propaganda che pagano i creators affinché diffondano notizie a supporto della causa russa.

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Questa nuova prospettiva su TikTok, fino ad ora considerato un social per teenager dove condividere video nonsense, ha aperto lo sguardo rispetto al potenziale inesplorato della piattaforma. Già nel 2020 il social era stato sfruttato in America per condividere foto e video inerenti alle manifestazioni di protesta del movimento Black Lives Matter, evidenziando la portata politica e sociale che poteva veicolare. A differenza di altre piattaforme infatti, l’app cinese ha riscosso così tanto successo tra i giovanissimi proprio per il suo essere uno spazio avulso dal controllo genitoriale, in cui esprimersi liberamente, portando avanti anche battaglie ideologiche (come analizzato qui). Questo ultimo aspetto nello specifico è facilitato proprio dal funzionamento di TikTok, le cui interazioni non si basano sulla ristretta rete di contatti dei singoli utenti, ma su un sistema algoritmico che genera automaticamente feed personalizzati in base agli interessi mostrati rispetto ad un certo tipo di contenuti. Di conseguenza, gli iscritti entrano in contatto tra loro sulla base di una connessione di interessi, valori o argomenti trattati, il che spiega anche l’inaspettato successo della subcommunity BookTok, incentrata su consigli di lettura, recensioni di libri, condivisione di contenuti letterari.
In questo scenario si inserisce anche la tendenza di alcune organizzazioni criminali affiliate alla Camorra di utilizzare TikTok come vetrina promozionale. Negli ultimi anni infatti diverse gang di giovani e giovanissimi, appartenenti alla generazione dei cosiddetti nativi digitali, alla ricerca di affermazione e rispettabilità, hanno cominciato ad utilizzare il social per farsi pubblicità, contrapponendosi al tradizionale quanto superato modello gerarchico e familistico dei clan mafiosi. Esibendo simboli di potere e successo criminale come armi, tatuaggi e lusso sfrenato, sulla base di canzoni neomelodiche o traplodiche, gli aspiranti camorristi condividono video girati in carcere, svecchiando e riconfigurando il linguaggio tipico dei social – meme, emoji e via dicendo – in chiave mafiosa, destinando così TikTok a nuovo bacino di reclutamento delle nuove leve (Vice ne aveva parlato già anni fa).

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