Ultras, di Francesco Lettieri

No Name Naples, decide di chiamarsi il gruppo di fuoriusciti dagli Apache, storica frangia del tifo ultrà napoletano (si tratta di un parto della mente di Lettieri, che si è più volte detto estraneo a qualunque conoscenza del mondo reale della tifoseria calcistica partenopea, per lo script condiviso con lo sceneggiatore Peppe Fiore, romanziere con all’attivo alcune puntate di The young pope). NNN sarà allora la loro sigla, impressa a lettere cubitali sulla parete della palestra-quartier generale. Nessun nome contro la marcatissima cifra identitaria old school che invece caratterizza gli Apache, legatissimi al proprio simbolo che ricorre nei tatuaggi, sulle magliette, sulle saracinesche dei locali, e al corollario di codici che gli girano intorno, nomi di battaglia e saluti rituali (augh!).

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E’ già qui l’evidente continuità tra l’esordio nel lungometraggio di Francesco Lettieri e il suo lavoro sull’astrazione percettiva dell’iconografia e del linguaggio intrecciati in maniera così complessa alla natura di Napoli, portato avanti negli anni insieme al più lucido cantore dell’anonimato e dell’esperanto necessari all’immaginario contemporaneo, Liberato. D’altronde anche lo stadio è da tempo una guerra di documenti, diffide, daspo e tessere del tifoso, lo capiamo da subito, con Sandro ‘O Mohicano che va a firmare in questura durante una partita. E a sottolineare che questo aspetto rimanga cruciale è proprio che la causa scatenante delle tensioni della vicenda sia l’oltraggio fatto ad uno storico striscione legato ad una delle imprese mitologiche degli Apache, e conservato come una reliquia: ecco, i segni sono destinati a bruciare, l’appartenenza ad essere ridefinita in un’esperienza che non passa più dalla riconoscibilità monolitica in pratiche tribali, ma attraversa una sorta di replica generica, di nuvola intangibile di riferimenti comportamentali e modelli mutuati dalle riduzioni precedenti. Questi ragazzini si comportano un po’ come quelli della Paranza di Giovannesi, immortalati in pose da camorrista per i selfie, imparate dalla tv (e come gli scugnizzi nell’incipit del Sindaco di Martone, che si sparano a vicenda per riflesso condizionato, mentre non smettono di ridere).

Non è allora un caso se Lettieri punti alla sospensione assoluta di qualsiasi appiglio spaziotemporale (i frequenti campi lunghi e lunghissimi dall’alto, di chiara ispirazione garroniana), le notti si intrecciano con le mattine in una progressione indistinta, scandita solo dal proseguire delle giornate di un campionato di cui non vedremo mai neanche un singolo fotogramma (la televisione va tenuta spenta, viene intimato nell’incipit, e lo scontro finale sarà per una partita a porte chiuse), gli spostamenti sono tutti istantanei tanto che le andate e i ritorni da Firenze o da Roma sembrano non comportare alcun reale allontanamento o trasferta. Quando davanti al panorama della città i ragazzini connetteranno Napoli al mondo (“se vinciamo davvero crolla Napoli”, “no, crolla il mondo intero”), è perché davanti a loro in quell’istante si stagliano i confini conosciuti di tutto il loro universo, abbracciato dal Vesuvio come unico orizzonte possibile.
Ultras mixa così la vetrinizzazione della città partenopea (esplicitata da inserti che ironizzano apertamente sul canone turistico del capoluogo) con il dietro le quinte della metropoli, edifici in costruzione, passaggi sotterranei e angoli nascosti della mappa, alla stessa maniera con cui l’elettronica di Liberato passa a intervalli con il repertorio popolare di Pino Daniele e Lucio Dalla. Dove siamo?, chiederebbe qualcuno risvegliandosi a Napoli in qualsiasi epoca.
Lo straordinario Ischia Rendez-vous di metà film è da questo punto di vista la sezione dov’è più evidente la poetica del Lettieri pulviscolare che abbiamo imparato a conoscere nei videoclip, spesso già in compagnia del dop di Ultras Gianluca Palma (il vero occhio dell’indie italiano), in un esordio fin troppo debitore di certo immaginario cinematografico incazzato di provenienza british post-free, oltre che probabilmente influenzato anche dai campioni di un cinema prepotentemente fisico e insieme evanescente come l’Aronofsky di The Wrestler. Gli riesce indubbiamente meglio la vena romantica, i brandelli di storia d’amore tra i due, puntualmente strepitosi, Aniello Arena e Antonia Truppo, figura femminile che gli autori mostrano sempre nella condizione forte di gestire la relazione con il Mohicano, contengono gli istanti più preziosi di un film che altrove si accende un po’ a intermittenza.

Regia: Francesco Lettieri
Interpreti: Aniello Arena, Ciro Nacca, Simone Borrelli, Daniele Vicorito, Salvatore Pelliccia, Antonia Truppo, Alessandra D’Elia, Gennaro Basile
Distribuzione: Netflix
Durata: 100′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.2 (5 voti)

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