Un altro giorno d’amore, di Giulia D’Amato

Tra gli Esordi Italiani del #PesaroFF58, Giulia D’Amato tiene insieme il diario personale di una militanza con il sentire comune di un movimento rimasto incastrato sotto le macerie del G8 di Genova

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Uno dei concetti su cui Slavoj Žižek insiste maggiormente, anche in tempi recenti, è quello del vanishing mediator, del mediatore evanescente – banalizzando, un agente storico (spesso legato alla cultura popolare) la cui scomparsa finisce per far verificare proprio quelle situazione che era nato per scongiurare e combattere. La dissoluzione del movimento No Global all’indomani del G8 di Genova 2001 è il vanishing mediator della mia generazione, e ha segnato per sempre la possibilità di quei movimenti di poter riacquistare quella capillarità e quella familiarità con cui sono cresciuto (possiamo discutere a lungo della valenza della politica fatta sui social, ma resta il fatto che, ad esempio, siamo in un periodo di guerra ma senza cortei). Io non ero a Genova, e ancora un po’ me ne rammarico, come la famiglia della regista: Giulia D’Amato fa un film, prodotto da Gianluca Arcopinto, che gira intorno ai fatti del G8, la repressione violentissima delle forze di polizia, l’omicidio di Carlo Giuliani, e mentre lo vedi ti accorgi di come sia incredibile che a vent’anni precisi da quelle giornate di soprusi in divisa, un anno fa i discorsi sull’anniversario siano stati così sparuti, a parte i soliti lidi.

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Giulia D’Amato ci va, a Piazza Alimonda durante la commemorazione del ventennale per Carlo Giuliani, ma Un altro giorno d’amore non è precisamente un film “sul” G8 – quanto proprio il tentativo di riflettere sull’evanescenza di quei soggetti mediatori che sono rimasti incastrati in un video di repertorio, come l’home movie degli Ingrifati, ultrà della curva di Perugia che partono proprio alla volta di Genova 2001, e riprendono tutto con la loro handycam, dalla condivisione gioiosa dei palazzetti trasformati in dormitorio ai cortei spezzati nel sangue. Il montaggio del film alterna il loro footage con quello che le migliaia di videoobiettivi amatoriali riversati su quelle strade ripresero e trasmisero al mondo: fughe dai manganelli, fumogeni ad altezza occhi e gragnole di calci, non solo al G8 ma anche in repertorio di anni dopo, la guerriglia in piazza San Giovanni a Roma del 15 ottobre 2011, la data che segnò l’inizio della disgregazione di un’intera controcultura romana, destinata da lì a poco all’estinzione (in questa storia invece sì, io c’ero, sono stato piccola voce e testimone, credo d’averlo raccontato anche qui da qualche parte, parlando di Ornette Coleman…).
La rabbia che Un altro giorno d’amore torna a far ribollire è bilanciata dagli abbracci militanti delle curve del tifo antagonista, “laboratori di rivolta” come quelle di Perugia e Teramo, e dagli inni e le cover nonsense o fieramente street punk dei Frontemare, Kimerica, Azione Diretta.

In mezzo, Giulia cerca connessioni, con se stessa adolescente pedinata in un frammento di finzione mentre cerca di salvare il suo primo grande amore da un agguato fuori dallo stadio; con Davide Rosci, ultrà della curva del Teramo che per la “battaglia di Roma” si è fatto sei anni e sei mesi di carcere; con Mariapia la madre di Edoardo Parodi, amico di Carlo Giuliani e ultrà del Genoa; e con suo padre Raffaele D’Amato, memoria storica di un passato di lotta extraparlamentare.
In un’epoca in cui la pratica dell’autorappresentazione è un’urgenza quotidiana che restituisce costantemente immagini di isolamento abissale (ci si ritrae sempre di più da soli), l’autrice costruisce il suo film come un esplicito esperimento di rimedio intimo e personale contro la solitudine, ma riesce a regalarci così sprazzi di una rappresentazione collettiva forse ancora possibile, di un abbraccio di gruppo attraversato da un sentire comune, un concetto che oramai eravamo convinti fosse considerato del tutto sepolto da tempo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Il voto dei lettori
3.25 (8 voti)
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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