Un altro giro, di Thomas Vinterberg

Vinterberg esce dalle gabbie del suo cinema concettuale. Stavolta non inganna e racconta una storia di riscatto autentica e coinvolgente, magari a tratti troppo consolatoria, ma con un gioioso finale.

“Cos’è la giovinezza? Un sogno. Cos’è l’amore? Il contenuto di un sogno” (Søren  Kierkegaard)

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Secondo una teoria dello psicologo norvegese Finn Skårderud, con una piccola quantità di alcol e una lieve ubriachezza potremmo migliorare le nostre vite. L’inizio di Un altro giro mostra una gara tra studenti con delle casse di birra. E il cinema di Thomas Vinterberg diventa improvvisamente più colorato, meno concettuale (Festen) o ripiegato sui propri drammi privati (Submarino) e più propenso a lasciarsi andare, a ballare, a ribaltare le vite dei suoi protagonisti. E quindi del proprio cinema.

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Stavolta non ci sono inganni tipo Il sospetto. E forse ci troviamo davanti a un film in leggero stato di ebbrezza che diventa più leggero nel mettere a fuoco le dinamiche di gruppo rispetto a Riunione di famiglia o La comune. E in più i suoi quattro protagonisti (Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Magnus Millang, Lars Ranthe) risultano particolarmente credibili e intensi nella loro provvisoria euforia e nelle loro debolezze.

Quattro insegnanti demotivati di una scuola superiore una sera a cena decidono di mettere in atto un esperimento: mantenere un livello costante di alcol per tutta la giornata anche quando sono al lavoro. L’esperimento all’inizio riesce, ma poi gli sfuggurà di mano.

Un altro giro è una strana danza dionisiaca, una storia di riscatto che potrebbe essere anche il futuro oggetto di un remake statunitense. Risulta più doloroso quando entra nei territori domestici, soprattutto nel rapporto tra Martin e Anika ormai spento da tempo mentre accende la rivincita dentro le aule scolastiche. Martin improvvisamente si risveglia mostrando il gioco delle tre carte con i leader politici dove quello che aveva tutte le carte in regola era Hitler mentre neanche Churcill era astemio. Tommy, l’insegnante di educazione fisica, riesce a far segnare nella partitella a calcio ‘Quattrocchi’, che prima era un bambino isolato da tutti gli altri. Forse dramma e commedia non sempre sono in equilibrio e questo è da sempre il limite del cinema di Vinterberg. Però stavolta proprio la mancanza di continuità, proprio lo scarto consistente tra generi diversi che il cineasta svedese mostra una complicità autentica, una pietà contagiosa, una determinazione a non lasciare sprofondare i suoi personaggi nel baratro. E c’è un momento di profonda umanità, quello dell’insegnante che aiuta lo studente a superare l’ansia dell’esame consigliandogli di bere un po’ di alcol prima di sostenerlo. Qualche inserto è un po’ forzato (capi di stato come Eltsin, Clinton, Sarkozy che appaiono brilli nelle loro uscite pubbliche e Breznev che fa gli auguri di buon anno ai cittadini sovietici) così come l’appianamento dei conflitti coniugali. Ma ogni dialogo tra gli attori ha una forza che va oltre quello che si raccontano. C’è ormai tra loro un’intesa che oltrepassa quello che si dicono o che stanno facendo. E il finale è trascinante, finalmente un vero inno alla gioia.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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