"Un anno da leoni", di David Frankel

Un giorno da leoniC’è forse un ritorno alla wilderness o quantomeno a una riscoperta del territorio e della fauna americane nelle commedie di quest’ultima stagione. Ce lo ha in parte indicato l’ultimo Cameron Crowe di La mia vita è uno zoo, e ce lo conferma questo The Big Year, Un anno da leoni nella traduzione italiana sebbene il cult di Todd Phillips c’entri poco o nulla. La grande annata che dà il titolo al film è infatti il North American Big Year, ovvero il concorso più prestigioso di avvistamenti di uccelli, capace di raccogliere ogni anno un insospettabile numero di appassionati in peregrinazioni che attraversano gli Stati d’America dal Texas all’Alaska. È il percorso che compiono i tre protagonisti del film Stu, Brad e Kenny, pronti a tutto pur di battere il record e assecondare il loro hobby preferito. In The Big Year il birdwatching che ossessiona i protagonisti diventa metafora di una incorreggibile inclinazione alla competizione tipica della società americana, ma anche indice di una irrefrenabile tensione verso il viaggio e la contemplazione di un mondo animale (in questo caso quello dei volatili) che diventa evasione irrinunciabile nei confronti di un mondo sociale che sembra non bastare più all’uomo contemporaneo. In tal senso tutti e tre i protagonisti del film di Frankel evidenziano, nella loro incessante sfida al record di avvistamenti di uccelli di ogni specie, l’evasione esotica e rigenerante contro una realtà privata claustrofobica e inappagante. Siamo quindi lontani dai tempi in cui famiglia e lavoro erano gli indiscussi capisaldi della società a stelle e striscie e della commedie che quella società intendevano raccontare. Oggi il focolare domestico e la posizione sociale non bastano più. Succede a Stu, ricco manager di una compagnia di New York prossimo a diventare nonno, come a Brad insoddisfatto programmatore di computer, divorziato e in grado di riconoscere, dal semplice suono, qualsiasi uccello del pianeta. E certamente non basta a Kenny, il numero uno della disciplina, talmente ossessionato dalla vittoria e dal mantenere intatto il suo primato da mettere a repentaglio il proprio futuro sentimentale e ogni progetto di paternità .

Al contrario di quanto lascerebbe presumere il suo cast di partenza – caratterizzato da tre indiscutibili icone comiche di ieri (Martin) e oggi (Black-Wilson) – Frankel non confeziona il “suo” film affastellando gag a ripetizione (il che beninteso non sarebbe comunque elemento negativo), ma dilata i tempi della commedia prendendosi tutto il tempo per fare quello che molti registi di oggi non sanno più fare: “semplicemente” raccontare. Il regista de Il diavolo veste Prada e Io e Marley conferma così un’innata inclinazione alla commedia dal respiro umanista. Il suo è un cinema che in primo luogo crede nei personaggi e nelle storie che racconta, raggiungendo un equilibrio comico maturo e allo stesso tempo estremamente umile, privo di intellettualismi. Frankel ama la commedia, senza aver paura di accennare a quel filo di malinconia che ogni commedia necessita e in tal senso costruisce sul sempre più intenso Owen Wilson, un personaggio sotto certi versi memorabile, figlio del nostro tempo, assorbito da una passione che lo porta a un isolamento affettivo che dice tantissimo sull’uomo di oggi.

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Titolo originale: The Big Year

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Regia: David Frankel
Interpreti: Steve Martin, Jack Black, Owen Wilson, Rashida Jones, Jim Parson, Rosamund Pike, Anjelica Houston, Dianne West, Kevin Pollak, Tim Blake Nelson.
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 101'
Origine: USA, 2011