Un autre monde, di Stéphane Brizé

Carico di rabbia e di dolore, cinema politico e insieme profondamente umano, un’altra tappa fondamentale nel cinema del regista francese dove Lindon ormai recita ad occhi chiusi. Concorso

C’è l’inferno nella testa di Vincent Lindon. Il suo volto si stacca da tutto il resto: la famiglia, il lavoro, i dipendenti. Resta lì, da solo, anche quando si trova con gli altri o nei momenti in macchina. Che rumore hanno i suoi pensieri? Sono gli stessi di Thierry, la guardia giurata di La legge del mercato? Quando si astrae, entra nell’altro mondo del titolo. Il cinema di Brizé ha sempre la grandissima capacità di accompagnarlo, anche quando si trova da solo la sera davanti al computer. Lo segue nei suoi dilemmi morali, nella sua scissione, nella costrizione di trovarsi in un posto ma di voler essere altrove.

Un autre monde è un altro film carico di rabbia. Stavolta è più implosa rispetto a In guerra. Ma l’inferno viene messo a fuoco fin dall’inizio. La parola viene usata dall’avvocato della moglie, ed è quella che fa scattare i nervi al protagonista. Il matrimonio di Philippe, un dirigente d’azienda, è in crisi. Il lavoro lo ha completamente assorbito e negli ultimi sette anni ha dedicato sempre meno tempo alla famiglia. Come direttore di stabilimento di provincia del gruppo industriale Elsonn, è sotto pressione e le richieste nel corso del tempo aumentano. Gli viene chiesto di fare dei tagli al personale e di rinunciare ad alcuni dipendenti indispensabili che lavorano in condizioni difficili dove la sicurezza non è garantita. Si trova ora a un bivio ed è arrivato il momento in cui scegliere da che parte stare.

Il percorso è simile a quello di La legge del mercato e rispetto a In guerra stavolta il protagonista è dall’altra parte della barricata. In realtà si trova in una posizione intermedia, tra i suoi dipendenti e i superiori. Il cinema di Brizé conferma di avere una forza dialettica travolgente. La parola, ancora una volta, è un’arma carica di pallottole. La vita di tutti i giorni può essere insostenibile. Le responsabilità crescono, le scelte difficili anche e a un certo punto l’energia sta per finire. C’è la scena della call con il manager dell’azienda che mostra in modo spietato tutte le trappole del mondo del lavoro. Prima la finta adulazione, poi l’attacco diretto. Il tradimento può avvenire da tutte le parti. Però il cinema di Brizé continua a prendere le parti di chi rischia di essere licenziato e continua a lottare tutti i giorni.

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C’è poi la dimensione privata: il rapporto con la moglie in crisi resa benissimo da Sandrine Kiberlain nei suoi dubbi, la preoccupazione per lo stato di salute del figlio più piccolo che afferma di essere stato chiamato da Zuckerberg e presto lavorerà con facebook. Lì, ancora una volta si entra nella testa Lindon, ormai in totale simbiosi con Brizé con cui è arrivato alla quinta collaborazione. C’è tutto il disagio per quello che il ragazzo sta dicendo ma anche tutto l’amore con cui cerca di non vedere o, quantomeno, allontanare la realtà. Il passato felice resta solo in quella parete sul muro, con le foto sulla parete che aprono Un autre monde. Oppure in alcuni squarci brevissimi: l’incontro con la moglie in un parcheggio, il momento in cui gioca a calcio con il figlio. Nel momento in cui la mdp si allontana dal suo volto, Philippe respira. Ma i momenti sono sempre più rari. Per Brizé però fa parte della sua ‘armata degli eroi’, con i suoi dubbi e tutti i suoi sbagli. Il suo cinema continua ad essere in prima linea. Lavoro e famiglia, pubblico e privato. Tutto si fonde. Ed è trascinante, disperato, con l’intensità di un cinema politico e soprattutto umano.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (3 voti)
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