Un bananero no es casualidad, di Luisa Gonçalves

Il corto vincitore della 57a Mostra di Pesaro sembra una filastrocca innocua, ma svela sincronicità inaspettate, il senso nascosto dietro la superficie del caso

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Il banano non è un albero. È una pianta erbacea. I fusti crescono fino a 6-7 metri a partire da un bulbo-tubero. Ogni fusto può dar frutti una sola volta. “Dopo la fruttificazione tutta la parte aerea perisce, mentre persiste il rizoma, da cui poi sorgeranno altri fusti. La moltiplicazione si fa per mezzo dei getti del rizoma”. È la vita sotterranea del banano, radice che crede inconsciamente di essere un albero e parte alla conquista del cielo. Fusto babelico che muore e crolla dopo il raccolto, non prima però che siano sorti altri fusti. Come se dalla nonna, la grande madre sotterranea, spuntassero prima la figlia e, poi, la nipote. Così dice Liza Gonçalves. Che sembra disegnare una metagenealogia del banano. Ed è attraverso questa “dimensione oscura”, forse, che può affermare che un banano non è una coincidenza.

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Tutto parte dal fatto che a San Sebastián, la basca Donostia, la regista scopre l’esistenza di molte piante di banana. Come sono arrivate sin lì, nella patria europea dei surfisti, da tempo meta delle coppie che vogliono tentare la via della fecondazione assistita? E come si curano? Nessuno sa rispondere, neanche dall’ufficio comunale preposto alle piante e ai giardini. Anzi, nell’imbarazzo delle telefonate, sembra quasi che quei banani non esistano. Quasi a volerne cancellare la memoria. Perché, di fatto, il cammino è stato lungo e tutt’altro che indolore. Dai paesi d’origine, nel sudest asiatico, magari da Taiwan, al Madagascar e all’Africa. Da lì gli spagnoli hanno introdotto la pianta in Sudamerica e nelle Canarie. E per le piantagioni si sono distrutti ettari di foresta, si sono perpetrati genocidi di massa, si è combattuto (le guerre delle banane iniziano con la guerra ispano-americana del 1898…).

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Nell’apparente leggerezza del suo approccio, a partire dalla neutralità dell’osservazione botanica, Luisa Gonçalves scopre il dramma e il paradosso della storia. Anche lei si muove in maniera rizomatica. Mescola formati, colori e modalità d’espressione, traccia linee di fuga e connessioni. E svela sincronicità inaspettate, il senso nascosto dietro la superficie del caso. Fino alla somma contraddizione. A San Sebastián, le piante di banano non danno frutti. Sono solo ornamentali. La fecondazione qui non riesce. Forse per mancanza di cura o di fede o d’amore. O perché, se non si ha il coraggio di lasciar morire il seme, non si può aver frutto. Forse perché occorrerebbe la preghiera di una filastrocca. Banana bananeira

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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