"Un film d'amore contro la dittatura del lavoro" incontro con Laurent Cantet

A cura di Federico Chiacchiari e Simone Emiliani

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SENTIERI SELVAGGI: Hai definito “A tempo pieno” come un “film d’amore” e questa definizione ci piace moltissimo. Come si lega l’idea di una riflessione sul lavoro oggi, sul senso del lavoro, con una riflessione sul senso parallelo dei rapporti umani?
LAURENT CANTET: Ho l’impressione che questi siano definiti dal lavoro che ognuno di noi fa. Ognuno di noi si identifica nel lavoro che svolge. Essendo la nostra identità molte volte legata all’attività che svolgiamo, mi sembrava importante mostrare anche l’universo privato. Mi interessava anche mostrare un personaggio legato a un ambiente ben definito, che si trova davanti a una scelta precisa, quella tra la solitudine e la sua libertà individuale. Credo che dal momento in cui il mondo del lavoro occupa buona parte del nostro tempo, è inevitabile che quando si parla della vita di un uomo si va a finire anche in quel contesto. La vita privata e professionale sono così, inevitabilmente, in qualche modo legate.

SENTIERI SELVAGGI: Ci ha colpito come quella che da alcuni teorici è stata definita come l’epoca della “fine del lavoro” sia stata da te raccontata, in “A tempo pieno”, come un racconto molto intimo, molto privato…
LAURENT CANTET: Questa è proprio una cosa che appartiene anche a me, al modo con cui io affronto il lavoro quando faccio un film. In “A tempo pieno” in effetti il livello del “lavoro” e il livello “privato” convivono, così come convivono il lato documentaristico e quello della finzione. La finzione è quella che di solito va a trattare il lato intimo della storia. Però a me non basta perché mi voglio anche confrontare con la realtà quotidiana di tutti i giorni.

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SENTIERI SELVAGGI: Uno dei concetti che appartiene al protagonista sembra quello di poter diventare “sceneggiatori della propria esistenza”…

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LAURENT CANTET: …E’ la più grande libertà che si possa immaginare. Chiaramente però è più facile essere sceneggiatori della propria vita quando si scrive la propria storia piuttosto che quando la si vive. Vincent infatti deve anche affrontare le reazioni delle persone che lo circondano, gli avvenimenti stessi. Deve quindi adattarsi alla realtà che lo circonda e non può controllare le cose. Proprio per queste difficoltà che incontra, per lui ci sono delle forti motivazioni intellettuali. Vincent deve maturare una strategia, deve trovare qualcosa che lo tenga occupato. Per lui c’è un’attrazione per questo “lavoro di finzione”. E’ spinto più da questo lavoro falso piuttosto che dal lavoro tradizionale da cui fugge.

SENTIERI SELVAGGI: In conferenza stampa hai detto: “Ci vorrebbe un altro modo di pensare il lavoro, è troppo definito come valore sociale in sé”… Dietro questo film, ci sono alcune delle riflessioni teoriche fatte dai movimenti degli anni ’70 sul “rifiuto del lavoro”?
LAURENT CANTET: Si, ci sono anche queste riflessioni, che poi sono state censurate dopo perché c’è stato il problema della disoccupazione che in Francia è diventato una sorta di “dramma nazionale”. Oggi che la disoccupazione sta leggermente calando ci si ricomincia a chiedere se ci possa essere un nuovo tipo di riflessione, che non sia soltanto quella sulla paura di non avere lavoro, ma che cominci a ripensare il lavoro. Questo mio film è un po’ una reazione alla dittatura dell’occupazione per tutti. Lo scorso anno Jospin diceva che avremo un’occupazione per tutti. Questo discorso sulla piena occupazione non è una cosa che mi tenta molto… Oggi il lavoro è sempre più “astratto” e l’unica cosa che rimane è la “facciata”…per questo Vincent cerca, a modo suo, di sfuggire alla “costrizione” del lavoro…

SENTIERI SELVAGGI: Non temi che sia un modo di ragionare “estremista”, nel senso che la sinistra sia più vicina a vedere le cose come nel cinema di Ken Loach e che il tuo “sguardo dissidente” venga un po’ isolato?
LAURENT CANTET: Innanzitutto non mi sento un militante. Non sono affiliato a un partito, sono piuttosto intuitivo ed è anche per questo che a volte ho difficoltà a rispondere alle domande dei giornalisti. Però penso che i miei film descrivano un rapporto con la politica che ho molto a cuore. Una politica vissuta in prima persona che può essere individualista ma che è all’opposto di ogni tipo di dottrina.

SENTIERI SELVAGGI: Come credi che verrà visto in Italia, una Repubblica che già dalla costituzione è “fondata sul lavoro”, un film che cerca di ridefinire il senso del lavoro oggi? Non più necessariamente il centro unico della nostra esistenza…
LAURENT CANTET: In Francia, durante la repubblica di Vichy, lo slogan era: “Lavoro, famiglia, patria”. Non conosco abbastanza bene la situazione italiana, ma dall’accoglienza ricevuta a Venezia mi sembra che le reazioni siano state abbastanza simili a quelle che ci sono state in Francia. Il film è stato venduto in molti paesi. Gli unici che non lo vogliono comprare sono i giapponesi e i coreani, vivendo questi paesi in una società completamente ancorata sul lavoro (il Giappone soprattutto). Comunque anche in Francia ci sono state alcune reazioni di rifiuto proprio per l’idea di rimettere in discussione tutto il meccanismo del lavoro.

SENTIERI SELVAGGI: In “A tempo pieno” ma anche in “Risorse umane” abbiamo avuto l’impressione che l’ambiente della fabbrica e del lavoro siano sempre subordinati al personaggio. Questi domina l’ambiente, o almeno vuole farlo suo. Ci sembra che anche a livello visivo, nella fotografia di Pierre Milon, ci sia un contrasto tra l’ambiente familiare che sembra avere colori più neutri quindi più caldi, rispetto alla fabbrica rappresentata in modo più freddo. E poi, addirittura, ogni ambiente freddo sembra riscaldarsi all’attraversamento del personaggio…
LAURENT CANTET: Volevo creare un ambiente del lavoro e rappresentarlo come “virtuale”. Per la scena alle Nazione Unite, la volevo filmare come una pubblicità che rappresentasse un mondo perfetto, dove tutto è trasparente e la gente scivola sui pavimenti. Ho voluto creare l’immagine di un mondo del lavoro così perfetta che alla fine non esiste più…

SENTIERI SELVAGGI: …questa immagine virtuale non è un po’ come la fabbrica in “Playtime” di Tati? O ancora di più, il contrasto tra il caldo ambiente del quartiere di Hulot e il “freddo” della fabbrica in “Mon oncle”? Riprendere un certo tipo di tradizione dove alla fine prevale sempre il personaggio sull’ambiente…
LAURENT CANTET: Si è vero. Come in Tati mi piaceva descrivere i codici di questo mondo del lavoro: la trasparenza, la pulizia, la precisione, l’essere stereotipato. Tutto ciò contribuisce a creare questo aspetto virtuale anche se è una cosa alla quale poi alla fine ci adeguiamo tutti.

SENTIERI SELVAGGI: C’è una scena che sembra “fuori dal film” ed è quella in cui il protagonista e la moglie tornano a piedi dalla casa in montagna in Svizzera. Sono sulla neve e, per un attimo, si perdono in una specie di nebbia. Come hai inteso questo perdersi e ritrovarsi dei due personaggi?
LAURENT CANTET: Tutti e due sono nella negazione della realtà. E sono anche complici attraverso questa negazione, che comunque condividono. Solo che arrivati a un certo punto, anche se Muriel non dice mai a se stessa che sta negando una realtà, c’è un momento in cui si rende conto che non può più andare avanti. Questa è una scena chiave. Lei abbandona per un momento suo marito ed è una sorta di avvertimento. E’ come se gli dicesse: “Attento, se vai oltre mi perdi”.

SENTIERI SELVAGGI: Secondo te è possibile definire Vincent una sorta di “Monsieur Verdoux” moderno, in questa necessità dell’uomo di adattarsi alla sempre maggiore complessità della vita attuale mettendoci un surplus di immaginazione?
LAURENT CANTET: Si, certo, potrebbe essere un “Monsieur Verdoux” moderno. In effetti c’è anche la possibilità di non porsi nessuna domanda ed essere la persona che la gente si aspetta nel momento in cui si accetta l’alienazione sociale.

SENTIERI SELVAGGI: E’ un finto paradosso che questo rifiuto del lavoro passi attraverso la finzione del lavoro per eccellenza di oggi, un lavoro ad alto livello di responsabilità?
LAURENT CANTET: Effettivamente Vincent è un personaggio paradossale. L’unica cosa che gli interessa è salvare se stesso. E’ anche vero che tutti i suoi sforzi tendono anche a proteggere la sua famiglia da questa invenzione che ha creato. Non è qualcuno che vuole cambiare il mondo…

SENTIERI SELVAGGI: …non è un rivoluzionario…
LAURENT CANTET: No, assolutamente. Probabilmente lui ha proprio dei sogni di grandezza. Non è tentato per esempio dalla vita di Nono (l’amico musicista cui restituisce i soldi, ndr.). Gli piacerebbe essere felice facendo una vita come quella di Nono. Ma sa che non è possibile e che probabilmente si annoierebbe.

SENTIERI SELVAGGI: In un certo senso Vincent vuole rendere questo suo universo impenetrabile. Forse in quel viaggio in Svizzera, Muriel vuole accedere all’interno di un universo in cui è impossibile penetrare?
LAURENT CANTET: Vincent non vuole correre il rischio di farcela entrare perché ha paura delle conseguenze. E poi penso che entrambi abbiano una sorta di fascinazione, di desiderio nei confronti di questa bugia, come se questa gli permettesse di immaginare un’altra storia d’amore o di rilanciare la loro storia d’amore. Nasce tra di loro una complicità istintiva e non cosciente che però va bene a tutti e due. L’unico modo in cui queste due vite si ricongiungono è quando vanno in questo rifugio in montagna. C’è un momento in cui Vincent sta per confessare tutto alla moglie, poi ci rinuncia. L’uomo pensa quasi che la moglie sia sollevata da questa mancata confessione e infatti lo abbraccia come per ringraziarlo di voler continuare a correre quel rischio assieme a lei.

SENTIERI SELVAGGI: Ci puoi parlare di questa collaborazione insolita con Robin Campillo che è insieme sceneggiatore e montatore dei tuoi film? E’ abbastanza raro vedere la stessa persona in due fasi molto differenti…
LAURENT CANTET: E’ il mio migliore amico. Lui poi non si definisce un montatore professionale. Ha montato soltanto i miei film e abbiamo fiducia l’uno dell’altro. Apparentemente ci potrebbe essere un problema visto che ogni montatore dovrebbe arrivare “vergine” in moviola, prendere il materiale senza avere conoscenza del film…

SENTIERI SELVAGGI: …ma lui era presente anche durante la lavorazione sul set?
LAURENT CANTET: No, sul set non c’era. Non c’è mai stato nessun problema anche perché per me la sceneggiatura non è un qualcosa di definitivo, finito, ma soltanto una traccia. Della sceneggiatura abbiamo rivisto molte cose, abbiamo cambiato elementi che, a prima vista, ci sembravano definitivi.

SENTIERI SELVAGGI: Quindi da stravolgere totalmente anche nel corso delle riprese?
LAURENT CANTET: Certamente. E’ il montaggio è stato un prolungamento di questo processo di ricreazione continua…


LAURENT CANTET

Nato a Melle, in Francia nel 1961 ha girato due acclamati cortometraggi, “Tous à la manif” (1993) che ha vinto il Premio speciale della Giuria al festival di Pantin del 1994, il Grand premio al Belfort Film Festival del 1994 e il prestigioso premio Premio Jean Vigo nel 1995; e “Jeux de plage” (1995), che ha vinto il Premio speciale della Giuria al festival di Belfort, e il Grand Premio del festival Côté Court, entrambi realizzati subito dopo il diploma alla scuola di cinema IDHEC di Parigi.
Dopo aver girato il film per la televisione “Les sanguinaires” (1997) per la serie 2000 Seen By nel 1999 dirige il suo primo lungometraggio, “Risorse umane” (1999), che ha vinto il premio César per la miglior opera prima e il miglior attore, Jalil Lespert. Fra i numerosi riconoscimenti, il film si è aggiudicato anche il Premio per l’esordio alla regia del Festival di San Sebastian e il premio Fassbinder/Discovery agli European Film Awards. “L’emploi du temps” ha vinto il Leone dell’anno all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Filmografia
1993 Tous à la manif (Tutti alla manifestazione) cm;
1995 Jeux de plage (Giochi di spiaggia) cm;
1997 Les sanguinaires (I sanguinari) Tv;
1999 Ressources humaines (Risorse umane);
2001 L’emploi du temps (A tempo pieno).