Un incendio visto da lontano, di Otar Ioseliani

Innanzitutto la luce. Quella del titolo, che plasma la vita del villaggio del Senegal dove la vita degli abitanti scorre tranquillamente seguendo i soliti ritmi: i panni lavati nel fiume, le donne che vanno a caccia, matrimoni, morti e nascite. La stessa luce che crea l’illusione di un luogo paradisiaco, immutabile nei giorni e forse nei secoli. Poi, in Un incendio visto da lontano (Leone d’argento al Festival di Venezia del 1989) c’è l’altro film, la tragedia di un mondo che sta per essere distrutto. Ed è proprio l’incendio visto dai turisti che si sono accampati (dove compare lo stesso Ioseliani) segna la frattura definitiva che comunque era già annunciata, precedentemente, dal rumore delle macchine e soprattutto dagli alberi della foresta che vengono tagliati.

C’è ancora la luce, quella del fuoco, che rompe definitivamente un film pieno di incantesimi. A cominciare dalla testa tagliata che viene nuovamente attaccata al corpo e la persona riprende vita. Oppure la ragazza che si mette a soffiare e improvvisamente arriva il vento. Ma ci sono anche miracoli quotidiani: la danza per l’arrivo della pioggia, l’altezza misurata ai bambini, la ruota di gomma che cammina da sola.

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Ioseliani si approccia alle forme del documentario etnografico e lo fa completamente suo. Innanzitutto la luce (quella già presente nel titolo originale, Et la lumière fut) fa partire una specie di concerto immaginario parallelo, fatto di suoni e di canti con quella musicalità che proviene direttamente da C’era una volta un merlo canterino. La componente sonora è l’unico elemento di differenzazione dalle forme del cinema muto a cui Ioseliani guarda sempre con sorprendente spontaneità. Accompagna tutto il film: dal ritmo del villaggio all’inizio ai rumori della città alla fine. Per il resto i dialoghi sono sottolineati dalle didascalie. Le forme sono quelle di un illusionismo alla Méliès ma en plein-air. La casualità disincantata è quella invece di I favoriti della luna. I passaggi dei piatti e del ritratto di donna di quel film sono rappresentati qui dall’esodo del ragazzo nel deserto, che attraversa i controlli, si cambia d’abito e subisce impercettibili ma anche consistenti metamorfosi da un’inquadratura all’altra. Se Tati avesse girato un documentario in Africa sarebbe stato molto simile a Un incendio visto da lontano. Che è lieve e terribilmente drammatico. E rappresenta la visione di un mondo che sta per scomparire.

Il cinema, a Ioseliani, non serve affatto come testimonianza ma solo come gioiosa malinconia. La luce supera la polvere del tempo, anche e soprattutto quella naturale, come in questo caso. E rispolvera il mito, le visioni oniriche e la nascita/morte di un mondo/cinema dove tutto può succedere. Il viaggio verso la fine (della vita) della vecchia Imana mentre è venuta al mondo la piccola Imana è la perfetta metafora di un film che segue le onde dell’esistenza umana. Prima proprio di quell’incendio, dove tutto scompare.

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Titolo originale: Et la lumière fut
Regia: Otar Ioseliani
Interpreti: Sigalon Sagna, Saly Badji, Binta Cissé, Marie-Christine Diemme, Souleimane Sagna
Durata: 106′
Origine: Francia/Germania/Italia, 1989
Genere: commedia/drammatico

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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