“Un inno generazionale”, Céline Sciamma racconta “Diamante nero”

Céline Sciamma presenta alla stampa il suo Bande de filles, ribattezzato Diamante nero per l’uscita italiana, a cura della Teodora Film. Meraviglioso diario intimo e spaccato generazionale, racconto privato immerso nel sociale, che aggiorna la costante riflessione sull’identità, sessuale ma non solo, che la cineasta, classe 1978, porta avanti sin dal suo esordio con Naissance des pieuvres, subito apprezzato a Un certain regard di Cannes 2007.

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Ma l’aspetto sociologico, pure rilevante in questo andirivieni tra i ballatoi della periferia parigina, e sulle Rer che terminano inesorabilmente nel ventre di Les Halles, non fa di Bande de filles un documentario. “Anzi – dice la Sciamma – per me rappresenta il mio film più costruito, dove il lavoro sulla messa in scena è attento a ogni elemento, dai costumi alle coreografie dei movimenti, dei balli. Ero molto lontana dall’idea del “cinema delle banlieue”, che pare ormai costituire un genere a sé. Se parliamo di una visione estremamente contemporanea, ancorata a problemi attuali, sicuramente il film ha un approccio più sociologico rispetto ai miei lavori precedenti, ma ho sempre guardato alla protagonista come a un’eroina classica”.

 

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bande-de-filles (1)Anche questa identità sessuale continuamente oscillante fra i poli del maschile e del femminile, rintracciabile nello stesso sguardo della regista, solido e strutturato ma capace di aprirsi a impercettibili sfumature, subisce un analogo allargamento di prospettive, esce dalla cameretta dei bambini di Tomboy per aprirsi al giudizio della società: “in Tomboy il discorso sull’identità era sicuramente più intimo. Qui assume connotazioni più sociologiche, quasi politiche. Le diverse esperienze di Marieme/Vic, scandite da dissolvenze in nero come veri e propri capitoli di un romanzo di formazione, sono rimarcate da altrettanti cambi di costumi, di look, di immagine. Come fosse il supereroe di un fumetto, che, a seconda dell’abito, può acquisire determinati poteri.” 

Uno degli aspetti più rilevanti del film è proprio lei, infatti: Marieme, adolescente sfuggente, che attraversa con una fisicità travolgente il racconto, tentando di andare a meta, placcata dai vari gruppi che ostacolano o accompagnano il suo cammino, verso un futuro inevitabilmente fuori fuoco. Come si trova un’interprete così intensa? La regista annuisce con la testa, sa di essere fortunata ad aver incontrato Karidja Touré. Non una giovane arrabbiata che porta il suo vissuto sullo schermo, ma un’attrice “che ci ha colpito perché durante i casting era l’unica a non volersi raccontare, a cercare di essere naturale a tutti i costi. Anzi, voleva dimostrare di saper recitare, di piangere quando lo script lo prevedeva. Lei non viene da quel mondo ma su 300 ragazze non ho mai avuto una seconda scelta. Era lei e basta. Cercavo un volto indimenticabile, che avvincesse lo spettatore, ma anche una fisicità camaleontica, in grado di raccontare tutti i cambiamenti vissuti dal personaggio. Karidja ha tutto questo”.

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Céline_Sciamma_Bande_De_Filles_001Un volto capace anche di raccontare una generazione. Partendo dall’incredibile, tenera e vitale sequenza sulle note di Diamonds di Rhianna, quasi un piccolo videoclip, microfilm nel cuore dell’opera, dove Lady e le altre si svelano allo sguardo della macchina da presa con una sincerità disarmante:Ho scritto l’intera scena pensando a quella canzone. Volevo un brano potente, che fosse un classico istantaneo, quasi un inno generazionale. E’ una concessione pop all’interno di una colonna sonora (firmata da Para One, ndr) dalle sonorità sintetiche, ma accompagnate da veri strumenti. Un tema musicale che cresce con i personaggi, accompagnandoli nel loro viaggio”.

In effetti, il fascino dell’operazione sembra proprio la solidità di una scrittura che non lascia nulla al caso e l’estrema naturalezza della resa, con l’impressione di assistere a momenti rubati, a risa, lacrime e tenerezze del tutto improvvisi e casuali. “La cosa importante per me era catturare le molteplici energie delle protagoniste. Volevo che le ragazze fossero capaci di interpretare un testo, perché il film è davvero molto scritto, ma anche in grado di improvvisare. Avrete notato alcune sequenze, come quella dell’hotel o del minigolf, che erano già previste in sceneggiatura ma con grande libertà di improvvisazione. Loro non sono mai una cosa sola: a tratti sono bambine, altre volte donne mature. La sfida più grande era riuscire a restituire tutte queste sfaccettature nel ritratto di una generazione”. 

E, a proposito di generazioni, esiste, pure fra le molte diversità, una bande de filles, nel cinema francese contemporaneo (che vanta tante giovani autrici da Mia Hansen Løve a Sylvie Verheyde a Maïwenn e Valérie Donzelli)? Sorride garbata e timida Céline Sciamma, come per tutto l’incontro, durante il quale sembra accogliere con grande attenzione ogni lettura, ogni spunto, ogni visione. “Siamo parecchie, è vero. Non credo sia tanto una questione di appartenenza al genere femminile a definirci, quanto piuttosto quella generazionale. Cerchiamo di ascoltarci, di comunicare, c’è la voglia di non ostacolare o guardare con sospetto ai progetti altrui ma di avere una solidarietà di fondo”.