Un marito a metà, di Alexandra Leclére

“Secondo le statistiche, due coppie su tre conoscono l’infedeltà… Personalmente credo che la terza stia mentendo!” Helene Vincent alla figlia Sandrine-Valerie Bonneton in Un Marito a Metà

Avevamo lasciato Alexandra Leclére alle prese con l’irrisolto Benvenuti ma non troppo (2015) in cui la ricca borghesia francese rivelava i propri imbarazzi quando chiamata ad ospitare dei poveri homeless. Un marito a metà (2017) sposta saggiamente il discorso sulle ipocrisie e bugie della famiglia tradizionale demolendone gran parte dei capisaldi e attingendo a piene mani al repertorio attoriale e tematico della “comedie”.
Jean (Didier Bourdon già protagonista del precedente Benvenuti ma non troppo) professore di letteratura alla Sorbona si divide tra Sandrine (Valerie Bonneton), la bruna
moglie violinista un po’ frustrata e nevrotica, e Virginie (Isabelle Carrè) l’amante, giovane commessa in un negozio di libri, bionda e innamorata. Dal momento in cui Sandrine scopre la tresca, nasce la pazza idea di una condivisione dell’uomo (Garde Alternée, affidamento congiunto, una settimana alla moglie, una settimana all’amante) così da ritrovare il surreale equilibrio in un menage a trois. Naturalmente tutto si complica in una escalation di vendette e ripicche che omaggiano il tono leggero ma sarcastico delle opere di Bernard Blier e Francis Veber.

Alexandra Leclére parte da un dato autobiografico e costruisce una sceneggiatura che tende a ribaltare continuamente situazioni e posizioni di dominanza dei diversi personaggi. Conteso da due donne di grande personalità, Jean va avanti e indietro per le strade di Parigi perdendo l’orientamento e facendo la figura del “connard”.
La Leclére è sufficientemente cattiva per evidenziare come, a ruoli invertiti, l’amante subisce lo stesso tradimento della moglie, come se la bugia e l’inganno fossero le sole armi per scatenare il desiderio del maschio fallocrate. La scena madre è quella della festa dell’anniversario dei 15 anni di matrimonio di Jean e Sandrine che vede i tre protagonisti uno accanto all’altro. Si passa dalla frase progressista “la monogamia è una cosa superata!” a una serie di colpi bassi a sfondo sessuale che invece rivelano la solitudine e l’egoismo dei contendenti.
Sulle note di It is not usual di Tom Jones, Jean e Sandrine manifestano le menzogne del matrimonio che si perpetuano sulle note anni 80 di True degli Spandau Ballet. Ma Virginie si spoglia del pigiama, indossa la lingerie di Sandrine e sui ritmi sexy di Tuesday di Burak Yater prova a riconquistare il maschio libidinoso e coglione.
Da segnalare la attenta caratterizzazione dei personaggi di contorno tra i quali spiccano i due gay (Michel – Laurent Stocker e Félix – Michel Vuillermoz de la Comédie-Française) che propongono un modello più credibile di coppia moderna.

Rispetto all’opera precedente, Alexandra Leclére riesce ad equilibrare il tono da commedia leggera con momenti politicamente scorretti come le scene di sesso tra gli amanti (il kamasutra di Sandrine e Jean, la fellatio ad orari fissi di Virginie) e il nudo frontale poco accademico di Jean ridotto a mero giocattolo sessuale.
Scandito dalle musiche originali di Mathieu Lamboley che fanno il verso al repertorio jazz saccheggiato da Woody Allen per i suoi contrappunti ironici, interpretato da tre attori ben amalgamati che gestiscono con mestiere qualche caduta della scrittura, Un Marito a Metà è un leggero divertissement che ha il pregio di non prendersi troppo sul serio e di sbeffeggiare i luoghi comuni della coppia piccolo/medio borghese. Il finale in piscina è feroce e sembra preconizzare una femminilizzazione della specie: il futuro è donna?

Titolo originale: Garde alternée
Regia: Alexandra Leclère
Interpreti: Didier Bourdon, Valérie Bonneton, Isabelle Carré, Hélène Vincent, Laurent Stocker, Michel Vuillermoz, Jackie Berroyer, Billie Blain, Marty Berreby
Origine: Francia, 2017
Distribuzione: Officine Ubu
Durata: 104′