“Un mostro a Parigi”, di Bibo Bergeron

un mostro a parigi
E’, forse, per colmare il vuoto lasciato da uno sguardo che rincorre la materia del Cinema senza riuscire, neanche per un istante, a vederla, o meglio ri-vederla, che Bibo Bergeron continua ad avanzare per accumulo. Un mostro a Parigi è un girotondo convulso dove, all’interno del doppio intreccio romantico delle storie d’amore di Emile e Maud e di Raoul e Lucille, si susseguono indagini, colpi di scena, gag e numeri musicali
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un mostro a parigiLa Parigi scoppiettante della prima decade del secolo scorso, un proiezionista che, mentre cerca di trovare le parole d’amore da dire alla cassiera del cinema dove lavora, sogna la neonata arte del cinematografo. E ancora, un’artista capace d’incantare con la dolcezza della sua voce e che, fin dai tempi delle elementari, gioca a nascondino con un simpatico perdigiorno, superato in intelligenza anche da una bianchissima scimmietta, un prefetto il cui nome fa rima con prepotenza e, per finire, un mostro dall’incredibile talento musicale e dalla natura gentile, nonostante il suo orribile aspetto. Insomma, gli ingredienti per una storia indimenticabile c’erano proprio tutti, ma giunto al suo terzo lungometraggio dopo due opere non proprio convincenti, come La strada per El Dorado e Shark Tale, Bibo Bergeron finisce solo per combinare un gran pasticcio, perdendo ben presto per strada gli spunti più interessanti del suo film, come ad esempio il ritorno sulla prima fuga di Francoeur, il mostro, rivisitata attraverso l’alterità dei suoi occhi.
 
Se l’immagine del volto del mostro catturata accidentalmente dalla macchina da presa di Emile poteva far pensare ad un tentativo, questa volta attraverso l’animazione, di tornare al magnifico Super 8 e alla sua riflessione su Cinema come mezzo attraverso il quale “l’Altro viene rivelato”, Un mostro a Parigi si libera invece ben presto di ogni fardello teorico, anticipando involontariamente la scena in cui il perfido Maynott lascia cadere le zavorre del suo pallone aerostatico nel tentativo di descrivere un movimento ascensionale, che lo porta invece alla definitiva caduta. Anche i rimandi più o meno espliciti, che vanno dal cinema di Méliès, passando per Il fantasma dell’Opera, fino ad arrivare a King Kong, non sono altro che uno sterile gioco citazionistico fine a se stesso. E forse è proprio per colmare il vuoto lasciato da uno sguardo che rincorre la materia del Cinema senza riuscire, neanche per un istante, a vederla, o meglio ri-vederla, che Bibo Bergeron continua ad avanzare per accumulo. Un mostro a Parigi è un girotondo convulso dove, all’interno del doppio intreccio romantico delle storie d’amore di Emile e Maud e di Raoul e Lucille, si susseguono indagini, colpi di scena, gag e numeri musicali (a prestar la voce al mostro e a Lucille, nella versione italiana del film, sono Raf ed Arisa). Ma l’operazione messa in atto da Bergeron finisce per avvitarsi su se stessa, lasciando dietro di sé solo l’ombra di un’occasione andata perduta.
 
 
  
Titolo originale: Un monstre à Paris
Regia: Bibo Bergeron
Interpreti (voci originali): Danny Huston, Catherine O’Hara, Adam Goldberg, Vanessa Paradis, Jay Harrington, Bob Balaban
Distribuzione: Sunshine Pictures
Durata: 82’
Origine: Francia, 2011
 
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