Un valzer tra gli scaffali, di Thomas Stuber

l rumore del mare, dell’Oceano sullo sfondo. Quasi una soggettiva uditiva. Oppure un’allucinazione. Con il corpo da una parte, con la testa dall’altra. Già questo breve ma sensibile scarto segna Un valzer tra gli scaffali, un coinvolgente film sulla solitudine tratto dal romanzo omonimo di Clemens Meyer che segue principalmente le vicende di tre personaggi che lavorano in un grande supermercato. Christian è stato appena assunto e ha difficoltà a manovrare i carrelli elevatori. Il collega Bruno lavora lì da molto tempo, lo prende sotto la sua ala e gli insegna alcuni trucchi del mestiere. Infine c’è Marion che lavora al reparto pasticceria. Tra lei e Christian c’è una simpatia reciproca. Ma è sposata anche se il matrimonio è infelice. Dopo le feste di Natale, la donna va in malattia e sparisce. Chrisian cade in depressione e si ricominciano ad affacciare i fantasmi del proprio passato.

C’è una precisa rappresentazione del quotidiano. Dove i gesti si ripetono quasi uguali ogni giorno: la vestizione di Christian che copre i tatuaggi, la macchinetta del caffé, gli infiniti corridoi del supermercato, i meccanismi surreali dei carrelli elevatori, l’autobus che passa la sera. La luce è solo quella della notte. La dimensione privata dei tre protagonisti è solo intravista con i luoghi dove abitano. Tra queste due dimensioni c’è il nulla. Soltanto qualche festa in occasione della vigilia di Natale e poi il ritorno quasi meccanico al lavoro di tutti i giorni. Eppure in questa apparente impermeabilità Christian Stuber, qui al terzo lungometraggio dopo Teenage Angst (2008) ed Herbert (2015) riesce a entrare progressivamente nella vita dei tre protagonisti: il passato oscuro di Christian che inizia a riemergere quando vede due ex-compagni nel supermercato, l’infelicità nella vita di Marion e la desolazione in quella di Bruno.

Potrebbe essere di quei drammi che mettono a terra. Invece Un valzer tra gli scaffali ha una vitalità, prima tenuta nascosta ma che poi emerge gradualmente. E passa anche a una sorta di realismo magico non solo nei suoni da lontano del mare ma anche negli occhi dei tre protagonisti che sembrano prefigurar(ci) l’illusione di una vita diversa. Questo grazie anche alla prova maiuscola dei tre protagonisti da Franz Rogowski (protagonista anche di Transit di Petzold e visto anche in Happy End di Haneke) a Sandra Hüller (premiata alla Berlinalecome miglior attrice per Requiem di Hans Christian-Schmid oltre ad aver interpretato recentemente la figlia del protagonista in Vi presento Toni Erdmann di Maren Ade) fino a Peter Kurth nel ruolo di Bruno, il Wolter della popolare serie tv tedesca Babylon Berlin.

Forse talvolta il cinema di Stuber sembra subire l’effetto-Kaurismäki. Con personaggi che appaiono incantati. E si coglie qualche forzatura nella scena in cui Christian vede, per motivi diversi, le abitazioni di Marion e Bruno. Lì il tono, sempre così coerente, sembra leggermente oscillare. Ma il film lo tiene più che egregiamente. Con un finale che incanta. E nel cinema tedesco è un nome da tenere d’occhio.

 

Titolo originale: In den Gängen
Regia: Thomas Stuber
Interpreti: Franz Rogowski, Sandra Hüller, Peter Kurth, Henning Peker, Sascha Nathan
Distribuzione: Satine Film
Durata: 125′
Origine: Germania 2018