Una battaglia dopo l’altra, di Paul Thomas Anderson

Un film meticcio e memorabile sul Tempo, sulla Famiglia. Ma anche una magnifica allucinazione collettiva… sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo fatto, sul mondo in cui viviamo

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Si vede che non hai mai avuto figli!” sbrocca lo squinternato Di Caprio all’attempato e zelante militante dall’altra parte del telefono, quando scopre che la parola d’ordine che da giorni non ricorda più è “Il tempo non esiste, ma ci controlla sempre”. E invece il tempo esiste eccome, perdio! sembra suggerirci questo padre scombussolato dal fallimento della sua rivoluzione e da quella libertà che “quando ce l’hai non la riconosci e quando la riconosci è volata via”. Come nella fantastica ellissi temporale che dalla figlia neonata ci porta direttamente al primo piano, sedici anni dopo, della straordinaria Chase Infiniti sulle note di una vecchia canzone degli Steely Dan. Cosa è successo in quei sedici anni? Cosa e quanto è volato via? È il buco nero del film ed è il magnifico paradosso del cinema che, in un unico stacco di montaggio, può portarci via il Tempo e riconsegnarcelo nel fuori campo o nelle rughe di un grandioso Di Caprio, “incastrato” nella sua confusione post-rivoluzionaria, nella sua vestaglia alla Lebowski che da un certo momento in poi non toglie più. E allora partiamo da un fatto: Una battaglia dopo l’altra è un film sul Tempo. E sulla possibilità di noi spettatori, di Paul Thomas Anderson, dei suoi personaggi di accordarsi e di connettersi nel Tempo che viviamo.

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Magari è per questo che Anderson ritorna su un testo di Thomas Pynchon, per realizzare un’opera quasi antitetica a Vizio di Forma. Tanto era scritto, nostalgico e iper-raccontato il film del 2015, tanto sembra asciugato e diluito nell’adrenalina questo adattamento da Vineland, pubblicato da Pynchon nel 1990. Anderson  –  come al solito regista, sceneggiatore e produttore  -  rispetto al libro sposta l’ambientazione ai primi due decenni degli anni 2000, realizzando sulla carta il suo primo film “contemporaneo” dai tempi di Ubriaco d’amore. Dall’America di Reagan secondo Pynchon a quella di Trump secondo Anderson, quindi. Anche se non ci sono date, né riferimenti storico-politici precisi in questa America abitata da rivoluzionari, immigrati rinchiusi nei campi e suprematisti bianchi. Dentro il caos e l’afflato apocalittico di questo mondo impazzito si muove il gruppo dei French 75, composto tra gli altri da Pat (Di Caprio) e Perfidia (Teyana Taylor), che tra un attentato e l’altro vivono come coppia. A loro dà la caccia il colonnello razzista Steve Lockjaw (Sean Penn), innamorato di Perfidia. Anni dopo, Pat si fa chiamare Bob e vive da latitante con la figlia Willa (Infiniti). E le battaglie, le sue, di Willa, di Steve… non sono finite.

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Paul Thomas Anderson realizza l’action politico che voleva fare da anni e che riesce a portare a termine mettendo insieme Pynchon e un budget, secondo le fonti Warner, di 130 milioni di dollari. Intende cogliere lo spirito dei tempi raccontando, con sfumature grottesche, le rivoluzioni (o le imminenti guerre civili?) di oggi. Punta l’intera posta sulla struggente utopia autoriale intrapresa da Welles, Coppola, Cimino, ovvero il kolossal hollywoodiano filo-marxista, fino a incunearsi coraggiosamente nelle afose terre di confine di Sam Peckinpah e negli inseguimenti deliranti di William Friedkin. Sorprendente. E poi c’è il film “privato” di Anderson, quello che alla fine si scioglie nella sua tematica prediletta che è la Famiglia. Con la Willa di Chase Infiniti che diventa il tipico personaggio “figlio” andersoniano, costretto a sopravvivere alle “colpe” di padri e madri e a costruire da solo il suo Tempo, il suo Destino. Mentre la linea temporale di Di Caprio è claudicante, sempre in ritardo, al perenne inseguimento delle donne che ama (la compagna, la figlia). E quella di Sean Penn è frammentata, tragica, contro-Natura, scissa tra il desiderio e la sua soppressione, tra l’istinto biologico della paternità e quello artificiale, massonico, dell’America reazionaria. Un film di traiettorie pazze e indecifrabili questo di PTA. Linee dritte, parallele, spezzate. Traiettorie sentimentali, politiche e familiari incompiute, che si incrociano, si inseguono, si guardano a distanza da uno specchietto retrovisore, come nella straordinaria sequenza ipnotica dell’inseguimento in macchina in mezzo al deserto. L’unico ricongiungimento possibile è quello dell’abbraccio, ovviamente. Il “riconoscimento” tra padri e figli. Si torna sempre lì. È quello il Tempo Assoluto per Paul Thomas Anderson. Fino alla prossima battaglia, da far combattere ai figli… magari ascoltando American Girl di Tom Petty and the Heartbreakers.

E così, mentre siamo qui a domandarci cosa ci sta succedendo intorno e come salvare o amare quello che abbiamo, Anderson ci regala il suo “classico” meticcio, già memorabile, finalmente consegnato al suo e al nostro Tempo. Ma, chissà, forse Una battaglia dopo l’altra è semplicemente una magnifica, fottuta allucinazione collettiva… sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo immaginato di fare. Sul mondo in cui stiamo vivendo.

Titolo originale: One Battle After Another
Regia: Paul Thomas Anderson
interpreti: Leonardo DiCaprio, Benicio Del Toro, Sean Penn, Regina Hall, Teyana Taylor, Chase Infiniti, Wood Harris, Alana Haim, D.W. Moffett, Shayna Mcayle, Paul Grimstad, Brooklyn Demme
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Durata: 161′
Origine: USA 2025

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5
Sending
Il voto dei lettori
2.54 (181 voti)
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A.I. per SCENEGGIATURA, dal 26 gennaio 2026

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