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Una cosa vicina, di Loris G. Nese

Doc e animazione si incontrano, in nascondino col fantasma del proprio padre. Nese attraversa le proprie ferite, rinuncia ad avere una meta, aprendo il suo cinema alla libertà. VENEZIA 82. GdA

In un passaggio di Una cosa vicina, Loris G. Nese si infila sotto un tavolino di vetro per riprendere un suo amico. “Ma perché riprendi sempre tutto?”, chiede l’amico al regista. “Perché mi diverto”. Lo stesso motivo per cui Nese e i suoi amici creano un mare di fumo rosso con dei fumogeni in piazza. In una battuta che potrebbe sembrare insignificante, fatta a posta per vincere le resistenze dell’amico, si rivela la stella polare di Nese nei confronti del cinema. L’esperienza maturata nei cortometraggi, con l’ultimo e splendido Z.O. presentato nel 2023 a Locarno, viene condensata in questo esordio al lungometraggio, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 82. A partire dall’incontro tra animazione e documentario (e le loro diverse incarnazioni), Una cosa vicina diventa il parco giochi con il quale giocare e raccontare la storia personale del regista.

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Nese, originario di Salerno, ha infatti perso suo padre quando aveva solamente 4 anni. Solo dieci anni dopo comincerà a intuire come ci sia l’ombra della malavita dietro alla sua scomparsa. Un’ambiguità che contagia tutto, cambiando di segno i ricordi e il presente. Una cosa vicina è un nascondino audiovisivo, giocato con questo fantasma attraverso i video e le foto dell’archivio familiare e non solo. Lì il fantasma ci appare per la prima volta, sfuggente, di profilo, di spalle, per poi scappare. Si nasconde nei poster appesi in camera e possiede gli oggetti del passato, che prendono vita grazie all’animazione a passo uno. Nel riquadro in cui compaiono degli sconosciuti su Omegle. È davanti agli occhi, invisibile, della zia e della madre, non solo quando vengono intervistate frontalmente, ma anche quando lavano i piatti o valutano se tirar giù una parete della cucina per guadagnare spazio.

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Guadagnare spazio. Una cosa vicina rincorre un’immagine agognata per poterla finalmente superare, il cinema uccide quello che si propone di preservare. Il film, ma soprattutto il fare il film diventa la distanza necessaria a vedere (non a caso, la voice over che puntella la narrazione del film non è del regista, ma di Francesco Di Leva), per poi svolgere lo sguardo altrove. La ferita interiore e personale del regista, così, non si risana (sarebbe mai possibile?): diventa un portale da attraversare. Così, il cinema di Nese non si adagia mai, rimane sempre in movimento fra stili, narrazioni ed epoche. In questo oceano di suoni e immagini, nel passaggio dalla forma breve ai 90’ di Una cosa vicina, si avverte un po’ il timore di perdere la bussola. Forse sta proprio lì il punto, nell’assenza di una meta, nella mancanza della forma definitiva. Ecco che, come un serpente che fa la muta, il cinema supera sé stesso. Una nuova vita diventa possibile.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
4.25 (4 voti)
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