Una donna in carriera, di Mike Nichols

Due aperture diverse ma quasi complementari. Dove i titoli di testa sono più di un prologo. E l’illusorio squarcio di videoclip che sono invece già parte della storia accomuna Una donna in carriera e Heartburn, girato dallo stesso Nichols due anni prima. Forse più di una coincidenza, a cominciare dalla canzone ricorrente cantata in tutti e due i film da Carly Simon che, in entrambi i casi è autentico leitmotive del film. In Una donna in carriera il brano è Let the River Run (premiata con l’Oscar), in Heartburn Coming Around Again. Al di là del brano, sono due inizi potentissimi: i segni dell’infelicità in Heartburn, il sogno americano con la Statua della Libertà in Una donna in carriera.

Tess McGill (Melanie Griffith) è una giovane segretaria che lavora a Manhattan e vive alla periferia di New York. A causa del suo carattere, ha già cambiato quattro volte postazione e dirigente. La direttrice del personale della società per cui lavora (Olympia Dukakis) le offre un’ultima possibilità assegnandole il posto di segretaria di Katherine Parker (Sigourney Weaver), coetanea donna in carriera del settore fusioni e acquisizioni. Quando Tess però si accorge che la sua ‘boss’ le aveva soffiato l’idea di un progetto finanziario per la Trask Industries, decide di passare al contrattacco. Approfittando della sua forzata assenza, dopo che Katharine si è rotta una gamba mentre è in vacanza sulla neve, decide di portare avanti la sua idea spacciandosi per una manager della finanza.

Confusa all’epoca della sua uscita per una ‘gradevole e prevedibile commediola’, rappresenta invece una delle vette del cinema di Nichols. Il cambiamento di Tess anticipa quello di Vivian di Pretty Woman. A cominciare dal cambio del look fino alla metamorfosi del suo personaggio. Dove, come in Garry Marshall, c’è dentro tutta una magia da ‘cinema classico’. Ancora sul corpo di Melanie Griffith, autentica mutante dopo Qualcosa di travolgente di Demme. Qui in stato di grazia, quasi un’altra variazione di Eliza Doolittle/Audrey Hepburn di My Fair Lady. E che, nel rifiuto del destino da cui non poteva apparentemente fuggire, appare forse come una variazione maschile di Benjamin/Dustin Hoffman di Il laureato.

“Chi provoca gli eventi?” chiede Katherine a Tess dove la figura di Sigourney Weaver, a cominciare dalla somiglianza del nome, sembra modellata su quei ruoli mascolini e decisi di Katharine Hepburn negli anni ’30 e ’40. Quasi il motore di una favola, qui magicamente nebbiosa. La stessa nebbia che accompagna Tess da sola di notte per New York vicino al ponte, mentre guarda la città, dopo che ha scoperto il fidanzato a letto con un’altra donna. E la città assume un aspetto da fiaba ma è al tempo stesso realistica, sottolineata dalla fotografia di Michael Ballhaus: la New York della periferia e quella luccicante dei grandi uffici di Manhattan, dove la propria immagine viene riflessa negli ascensori.

Scritto da Kevin Wade, Una donna in carriera è attentissimo ad ogni particolare. Appare, a tratti, uno spettacolo dentro il film. Con le colleghe dell’ufficio di Tess che sembrano assistere a una rappresentazione. O anche la scena in cui Harrison Ford si cambia la camicia in ufficio e, mentre resta a petto nudo, viene guardato dall’altra parte della vetrata. Dove ogni personaggio secondario viene curato nei dettagli, come nel caso di Joan Cusack nei panni dell’amica che regge il gioco a Tess. E inoltre Harrison Ford, che arriva catapultato quasi da un’altra Hollywood. La sua espressione e la sua risposta dopo Tess gli dice “Potresti anche non piacermi” mentre lui se ne sta andando via in ascensore, è una fulminea riapparizione da screwball comedy.

 

Titolo originale: Working Girl

Regia: Mike Nichols

Interpreti: Melanie Griffith, Sigourney Weaver, Harrison Ford, Philip Bosco, Alec Baldwin, Joan Cusack

Durata: 113′

Origine: Usa 1988

Genere: commedia